L’angolo ospitale di Salvatore Ritrovato

L'angolo ospitale

Manuel Cohen
Salvatore Ritrovato

REPERTORIO DELLE VOCI
NUOVA SERIE, N. 1 (XXVIII)

Ci sono autori che si segnalano per la ricerca di una notevole sobrietà formale e tonale: autori che in epoca di effetti speciali evitano i riflettori delle mode e dei consumi culturali. Sono solidi, dal passo lungo, si esercitano con cura e costanza traguardando tappa su tappa, tassello su tassello, consapevoli che il percorso è a fondamento invisibile del viaggio, e che il viaggio è la meta stessa. A sedici anni dalla raccolta d’esordio (Quanta vita, 1997), e a due dal reportage in versi (Cono d’ombra, 2011), Salvatore Ritrovato (1967) esce con L’angolo ospitale, lavoro tra i più mossi e consapevoli, segnando la conquista di tappa in salita: a tutt’oggi il suo traguardo più alto. Nella articolata nota introduttiva, Gabriela Fantato coglie il nesso profondo e la necessità alla base di questo libro che “a prima vista pare alludere a una condizione di serenità, ma […] non si dà voce a una condizione di benessere ospitale, ma a un senso di perdita e di esilio, vissuti come status dell’esistere, […] ciò che vibra nella raccolta (e la rende coinvolgente) è proprio ciò che manca”. A partire dal testo ancillare che apre il volume, il lettore è captato dall’atmosfera di perdita e di vacanza (un errare inquieto e un peregrinare allarmato per Transiti, traslochi e passaggi del libro: “Negli occhi ho questa luna esanime”; ed è informato della “vigilia di sterminio” (Un poeta, secondo Mandel’stam), allure che permea per intero il viaggio attraverso un paesaggio in parte intimo e domestico eppure straniato, liquido, venato da un sentimento di costante impermanenza. Un paesaggio variamente nominato (Venezia, Urbino, Berlino) in cui sono molteplici le escursioni nella storia e nella cronaca che dialogano e si intrecciano con l’esperienza soggettiva e lirica, riverberate in alcune sequenze notevoli (si leggano: , e Epifania del kamikaze) eppure sostanzialmente deterritorializzato, privato di visione prospettica, schiacciato, o rovesciato sul presente e sulla perdita di senso, avvertita come vulnus, come Stimmung. I pronomi relativi negli incipit di alcuni testi: “Chi mi fissa di voi in questa lucida carta? / Che brusio è scomparso dallo schermo”(p.24), “Che sappiamo noi di noi oggi che io di qua”(p.25), carichi di dubbi attivi, attese ed interrogativi, si segnalano per risonanza luziana, e annunciano la realtà nell’Inferno e nel Limbo contemporanei, dove, per dirla con il grande poeta fiorentino, “il paesaggio è quello umano / che per assenza d’amore / appare disunito e strano” (Luzi). Viene quasi spontaneo evocare il paradigma luziano, ma potremmo aggiungere Lucrezio e Pascoli, per il richiamo all’elegia e per l’attenzione a una natura che partecipa del sentire umano, o Bertolucci, per una movenza prosodica che accoglie elementi dalla prosa, di gusto attualissimo, o ancora Caproni, da cui in parte derivano affondo nichilista e cognizione del negativo, e il cui magistero qua e là riaffiora in certe soluzioni di sonorità raffinate, in cui alla rima canonica si preferisce il ritorno sonoro di una classica, naturale ed elegante semirima o similrima, come in questa clausola: “Era nostro solito tornare al tramonto / dalle più lontane parti del mondo” (Venezia, il giorno dopo). Ma l’aspetto più sicuro de’ L’angolo ospitale, non è nel grado di cultura poetica, classica e novecentesca, così ben metabolizzata dal nostro, bensì nel suo stile: sia che si cimenti in strutture canoniche (il sonetto, la quartina, la strofa pentastica, la sestina, l’endecasillabo, la rima), sia che si misuri con registri e generi di tradizione (poemetto in prosa, elegia), sia che adotti soluzioni informali, l’elemento accomunante sta nella lingua, di assoluta medietà tonale, discorsiva e asseverativa, dagli accenti morbidi e dal ritmo sinuoso, priva di vezzi e autocompiacimenti; una lingua congrua a un dire franco, consapevole eppure disarmato, come in Un fiore: “Che sappiamo noi di noi oggi che io di qua / tu di là rompiamo le regole dell’amore”, un dire onesto, colloquiale, pervaso di realia e di ferialità: “girano per casa in una sera come questa / – una carota al pinzimonio, un film di storia / alla televisione, il caffè d’orzo -”. Ad un nodo e a uno snodo dell’epoca, al contempo, privato e sociale, questo libro ci dice della urgenza di raccordo, della volontà di dire (come il Dante della Vita nova), della sua necessità: di chiarezza, di sguardo, di condivisione; proprio quando a ogni livello latitano e sono a rischio i rapporti, gli affetti, la vita stessa: “cerco le chiavi e gli occhiali / persi in un’altra casa, il tempo morde / mancando ci rimorde” (Domani). Anche in questo sta la forza del libro, il suo valore relativo nella stringente attualità, il suo valore assoluto di razionale e umanissima, dolente elegia; la sua autentica necessità.

 

(Recensione a
Salvatore Ritrovato, L’angolo ospitale
Nota di Gabriela Fantato
La Vita Felice, Milano 2013
In uscita su «Punto. Almanacco della poesia italiana»
anno IV, n. 4, aprile 2014)

 

Testi

 

Un poeta, secondo Mandel’štam

Negli occhi ho questa luna esanime
e la tenebra malata che l’avvampa.
Tendo ogni giorno quello che posso
la vela al vento sulla barca
e i remi al largo nel discorde
traffico di panfili
(su ribollenti marine)
E zattere, zavorre
indifferenti al cielo
antico, alle illusioni.
Faccio ogni anno quello che posso
portando alle labbra l’umore
vischioso della terra
madre sempre di laidi insetti
radici che si aggrovigliano
tra stagioni vive e morte.
Ma dov’è la leggenda di quell’uomo
che cantava ai detenuti
le traduzioni di Petrarca?
E l’amore dove perdersi
in questa vigilia di sterminio?

 

*

 

Diciannovesima settimana

Mi piace dirti ciccia e birba
sopra la pancia che si muove
tra la mamma che nicchia
e le lenzuola a fiori.

Mi piace sfarinare un balbettio
appenderlo a una frangia del pigiama
ghiro nella placenta
che fruscia nelle orecchie
l’ombra buona delle sere d’inverno
che ci osserva alle finestre
toc toc batte alle porte
bacino schiocca forte.

Mi piace dirti ancora dormi
ascolta.

 

*

 

Su una vecchia fotografia

Chi mi fissa di voi in questa lucida carta?
Che brusio è scomparso dallo schermo
muto di questa kodak?
Trent’anni e una parola per tenere
quelle pupille, filmarne il verso
sopito dalla pellicola
l’attimo di meraviglia, non basta.
Verrò ad abitare un giorno con voi
dove non scorre linfa, non trasuda
spirito di focolare e la pietà s’appanna.
Pure finirà tutto, in un ostensorio
cesellato con cura, o in un calice
sollevato sull’altare; cesserà l’andirivieni
fra me e voi che mi aspettate
laggiù, sulle scale, dopo un matrimonio.

 

*

 

Un fiore

Che sappiamo noi di noi oggi che io di qua
tu di là rompiamo le regole dell’amore,
quello che nella poesia rima unisono con cuore
e molte altre, più tenere, rinfocola,
che girano per casa in una sera come questa
-una carota al pinzimonio, un film di storia
alla televisione, il caffè d’orzo-
che ne sappiamo? Sono parole
che se tu fossi dove io sono, amore,
o viceversa, dovrei dirti è pronta la fascina
e pesa, apri la porta per favore
e darti il plaid caldo per le ginocchia
prima che venga freddo,
e quando a casa torno dal campo
con la notte, se già dormi, portarti un fiore.

8 febbraio 2004

 

*

 

“Quando diranno: «pace e sicurezza», allora improvvisa cadrà loro addosso la rovina, come la doglia a chi è incinta, e non sfuggiranno.” (Paolo, Lettera ai Tessalonicesi, 5, 3)

L’11 settembre venne cinque anni dopo.

Seduto in poltrona, davanti al televisore.
Seduto ad ascoltare le parole
degli ultimi testimoni tornati
a cercare l’angelo che li ha salvati.
Seduto solo, a sperare. Senza prove.

Oggi, pare, non ci sono aerei che cadono sulle case.
La colf guarda stupita le due torri che tornano
cinque anni dopo a brillare nel quadro
e ricadono, non è un errore
le spiego, non è un film americano,
non è successo oggi. Non ne sapeva niente.

Il giorno che aveva cambiato il mondo
crollo sulla poltrona senza fiato.
Tardi forse, ma l’ho capito solamente
cinque anni dopo.
Fu una tremenda questione occidentale
il giorno più difficile per tutti:
convincersi che qualcosa sarebbe cambiato
dopo. Avere paura, per esempio,
del mondo, ogni giorno.
E spifferarlo in televisione.
Credere nei controlli capillari,
nella pace, nelle sale d’aspetto.
In un dio nascosto e lontano.
Aspettare il boato.

Io un mese dopo l’11 settembre dicevo .
Sposarsi a febbraio. Un mese ideale
freddo e breve. Resterebbe
inosservato a Venezia senza carnevale.
. Avere un angolo ospitale.
Bambini, mutuo, conto unico.
L’assicurazione sulla vita. Una leggera
fretta ogni mattina, la voce rauca.
E poi le prediche dei pedagogisti
e dei pediatri, la ricetta dei dentisti.
Un giorno avrò un’urna più leggera.
Ormai è facile finire in cenere e macerie.

Tremo all’idea di scendere scale
e scale prima di dissolvermi un giorno
come quell’11 settembre, al lavoro o in ferie.
Restare nell’intercapedine di un palazzo
di vetro e cartongesso che si sbriciola
bruciato, vaporizzato.
Come un vano d’aria, avida ruggine.
Davanti a uno straccio di città
che cerca un altro muro più alto
protetto, e sprona, e vola
dove gli aerei non possono cadere.
Non devono. Ma non è facile.

 

***

5 pensieri su “L’angolo ospitale di Salvatore Ritrovato”

  1. Un “io” sdoganato dall’oggettivazione , in un mix felice che ci rende protagonisti anche oltre le parole che vanno a capo : riconoscerci e confrontarci , sempre .

    leopoldo attolico –

  2. Ho avuto la fortuna di ascoltare i versi di Salvatore Ritrovato dalla sua voce e, insieme, di conoscerne la lettura che Manuel Cohen, Luca Benassi e Plinio Perilli ne hanno fatto in un pomeriggio romano dello scorso gennaio. Sobrietà e pienezza della parola, subito riconosciuti e molto apprezzati, ritornano qui in questa presentazione, per la quale esprimo la mia riconoscenza.

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