Il refrain libero e civile di Vincenzo Mastropirro

Vincenzo Mastropirro

Manuel Cohen
Vincenzo Mastropirro

REPERTORIO DELLE VOCI
NUOVA SERIE, N.2 (XXIX)

sempre e ovunque

Quanne u fiote s’accarne
ogne vibrazione devènde museche
da dà, camèine, scappe e po’ abbuaisce
patrune-e-suotte, du timbe e du sune.

[Quando il fiato s’accarna, / ogni vibrazione diventa musica / da lì, cammino, corro e poi volo / padrone e schiavo, del tempo e del suono.]

I quattro versi di Sempre e ovunque, testo ancillare con cui si apre la nuova raccolta di Vincenzo Mastropirro, Poésìa sparse e sparpagghiote. Poesia sparsa e sparpagliata, (prefazione di Nicola Pice, postfazione di Anna Maria Curci, CFR, Piateda -SO- 2013), valgono quale spia polisemica, e sono versi-emblema di un procedere erratico alle cui origini risiede un moto di libertà al contempo, stilistica, ritmico-prosodica, e di visione. E sono versi in cui da subito si manifesta quella particolare, connaturata predisposizione del dialetto a rendere con fresca musica la visione, ad appercepire dati immateriali e intuitivi nella fisicità perfetta e concreta delle cose: ‘il fiato che s’accarna’. Sono dunque versi-emblema di una possibilità di dire (panica e sensoriale, percepibile e ponderabile) liberamente, mettendo da parte, ma non per questo necessariamente ignorando, sovrastrutture di pensiero e strutturazioni retoriche.

Una istanza di libertà (a cui, per altri versi, pare riferirsi anche Nicola Pice in prefazione) che sposa una timbrica ariosa, investendo la sonorità dei testi con una particolare percezione musicale (è Anna Maria Curci nella perspicace postfazione a rimarcare il dato): quasi ovvio ricordare che Mastropirro ha all’attivo tre raccolte di versi, appare in svariate pubblicazioni collettive e in antologie con sue sillogi, inoltre è un apprezzato compositore e flautista, ed ha inciso svariati CD. In Sempre e ovunque, ad esempio, una quartina costituita da un settenario, un dodecasillabo, e due endecasillabi, la struttura si appoggia alla sonorità ritornante in semi-rima , ora dissonante ora pseudoderivativa, ‘ne’: quanne, s’accarne, ogne, vibrazione, camèine, patrune, sune; l’effetto è di strutturazione forte, o coesione, ritmologica: quasi un andantino.

…me disse:
la poesia dialettale non la sopporto, non è niente.

Pote ìésse, ma nan ce crède,
la poésèi è tutte e nudde
inde a totte re lingue du munne
e pure cu la maje, chère de Riuve
ma spécialmède chère de mamme
ca stè chiandote ‘ncope
avvetote cume nu pirne
stritte, affunne ed etìérne.

[…mi disse: / “la poesia dialettale non la sopporto, non è niente.” // Può essere, ma non ci credo, / la poesia è tutto e niente / in tutte le lingue del mondo / e pure con la mia, quella di Ruvo / ma specialmente quella di mamma / che è piantata in testa/ avvitata come un perno/ stretto, profondo ed eterno.]

Ignoro chi rivolgendosi a Vincenzo Mastropirro, abbia pronunziato la frase: “la poesia dialettale non la sopporto, non è niente.” Una frase non nuova, sentita spesso (alle presentazioni di libri, ai convegni, ai reading), magari con qualche variazione, pronunziare come un proiettile contro gli autori: “Generalmente non leggo i dialettali” (Bruno Barilli, a RicercaBo 2010, recuperabile su YouTube), “Perché dovrei leggere un autore italiano in una lingua ‘straniera’?” (Giorgio Manacorda, su «Poesia», e su «Annuario della Poesia»). È chiaro che dietro le posizioni acritiche, covino pregiudizi di ogni sorta, ipostasi ideologiche, presunta superiorità della letteratura ‘in lingua’, mancanza di curiosità accademica, sciatteria snob di consorterie editoriali. Come se la migliore lezione del Novecento nostrano non avesse portato alla ribalta i dialettali, come se tutto un mondo, da Pasolini a Zanzotto, da Marin a Scataglini, da Guerra a Baldini, non abbia significato ‘niente’; o come se la ricezione e l’apertura critica e filologica non abbiano insegnato ‘niente’: da Augusto Campana a Isella, da Stussi a Tesio, da Rack a Brevini, da Mengaldo a Gibellini, da De Santi a Zinelli… Sappiamo poi che l’irritazione e il fastidio che covano dietro affermazioni siffatte, svelano più grossolane motivazioni sociopolitiche (la sciocca, velleitaria e vecchissima contrapposizione centro-periferia, città-campagna, capitale(capitali culturali)-provincia, e rivelano una supponenza scolastica e un atteggiamento arcaico, ottocentesco e preindustriale, come della vecchia borghesia nei confronti del mondo rurale: sì, perché ci sono ancora critici in giro, per non parlare degli editor delle case editrici maggiori, che, ignorando la poesia, pensano ai neo-dialettali come a una espressione tardiva e barbarica, regressiva… La qual cosa sposa l’ideologismo posticcio di chi ancora tende a dividere il mondo delle lettere in reazionari e progressisti. Eppure nella chiarezza delle sue parole, e nella limpidezza del discorso, Mastropirro risponde per le rime: la poesia è tutto e niente /in tutte le lingue del mondo: tanto semplice e ovvio, eppure così vero. Viene allora in mente quanto il grande studioso americano Steven G. Kellman va affermando da decenni: “essere tra le lingue del mondo, è vivere tra le lingue” nel suo fortunatissimo saggio sulla poesia meticcia e popolare The translingual imagination (University of Nebraska Press, Lincoln (NE) 2000). Ecco, la poesia nella parlata materna di Ruvo di Puglia, è incisa in un idioma locale eppure sembra inevitabilmente mossa e aperta a ogni informazione o imput di una cultura planetaria o Glocal. Continuare ad ignorare che il dialetto come lingua particolare si iscrive in un contesto planetario o universale, vorrebbe dire, per chi fa critica, ma anche per ogni semplice lettore, aver mollato quel filamento di continuità con la tradizione occidentale: con la lezione polifonica e multidisciplinare dell’Umanesimo, con la visione prospettica del Rinascimento.

I versi sopra riportati, annunciano che siamo inoltre in presenza di un autore in cui è ancora molto forte la tensione civile, l’osservazione e riflessione sulle cose: si avverte la caratura etica delle parole, la fermezza dell’ostensione, come della proposta. In Prima semmone du dumile e dudece, ad esempio, La visione tragica di una spiaggia affollata di corpi di migranti restituiti dal mare, si fa concreto, preciso cronotopo dell’epoca, tra morte fisica e morte morale, un livellamento che riguarda tutti:

Prima semmone du dumile e dudece

Inde a chèssa semmone
u more è scettote sope a la spiagge
murte, murte e murte
anze, pore ca stè ‘ngazzote
proprje pe’ cusse fatte.

L’umene muorene, cu nu-nudde
u more è granne e auande tutte
po’, quanne se stanghe de stù sckèife
accummènze a scquetò cadavere sènza piètò.

La gìénde sope alla spiagge è assè
la curiosetò altrettante, fegurete…
ma èje dà, a disce la veretò
nan vaide tanda vèive, anze
assalute murte ca caminene.

[Prima settimana del duemiladodici – In questa settimana / il mare ha gettato sulla spiaggia / morti, morti e morti / anzi, pare che sia incazzato / proprio per questo fatto. // Gli uomini muoiono, in un niente / e il mare è grande e accoglie tutti / poi quando si stanca di questo schifo / comincia a sputare cadaveri senza pietà. // La gente sulla spiaggia è tanta / la curiosità altrettanta, figuriamoci…/ ma io lì, a dire il vero / non vedo molti vivi, anzi / solo morti che camminano.]

Allora scrivere in dialetto non è più, non può più essere, la pratica hobbistica e domenicale dell’oleografia del paesaggio e della ‘piccola patria’; scrivere in dialetto si fa testimonianza spatriata, a volte straniata e spiritata, come nel migliore Baldini che torna quasi a modello per testi ironici che ci mostrano un’umanità folle e sui generis (leggasi ad esempio il testo di Mastropirro, U capebanne), di un presente irricevibile:

Quanne stonne cchiù comandande ca truppe
vole a dèisce ca chèssa sociétò è malote.
Congédòme tutte le comandande
e lassome libere re truppe. Lassatene libere.

[Quando ci sono più comandanti che truppe / vuol dire che questa società è malata. // Congediamo tutti i comandanti / e lasciamo libere le truppe. Lasciateci liberi.]

U capebanne

U capebanne è pazze, nan sacce…

Fosce assì la banne alle quatte de matèine
e la fosce abballò inde u cambe sportèive.

Nan stè nesciune ma le banniste abballene bbune.

Stè u prime clarenìétte ca è zuppe
ma sone aggarbote e u sapene tutte

però, stè u fatte ca quanne abballe,
fosce scèje tutte fore timbe e la banne se ne vè ‘ndìérre.

Quanne le musecande sonene la marce A tubo,
nan se capisce cchiù nudde.

U capebanne, careche u métruòneme
e manne tutte a fanghiule.

[Il capobanda – Il capo banda è pazzo, non so… // Fa uscire la banda alle quattro del mattino / e la fa ballare nel campo sportivo. // Non c’è nessuno ma i suonatori ballano bene. // C’è il primo clarinetto che è zoppo / ma suona con garbo e lo sanno tutti // però, sta di fatto che quando balla, / fa andare tutti fuori tempo e la banda cade a terra. // Quando i musicanti suonano la marcia A tubo, / non si capisce più niente. // Il capo banda, carica il metronomo / e manda tutti a fanculo.]

Così le riverberazioni dalla storia, come pure dalla cronaca di degrado e di offesa ambientale nella vicina Taranto, sono punto di partenza per una poesia di pensiero, per una riflessione destinale:

L’arie

So sapiute ca a Tarande
la gènde more pe’ l’arie ‘mbracedèite.

Sacce ca a Riuve
l’arie è pulèite e la gènte se la gode.

L’arie, è proprie ‘nu élémènte strone.

È limpede e naturole
inde a la pinète cu tande arue

t’auande ‘nganne
‘mèzze a re fabbreche e a re cemenire.

Sèmbe ìédde è

è vèite… è muorte…

e l’umene picche ‘nge tìénene
a na bbona vèite…a na bbona muorte…

[L’aria – Ho saputo che a Taranto / la gente muore per l’aria infradicia. // So che a Ruvo / l’aria è pulita e la gente se la gode. // L’aria è proprio un elemento strano. // È limpida e naturale / nella pineta con tanti alberi // ti prende alla gola / tra le fabbriche e le ciminiere. // Sempre Lei è / è vita…è morte… // e gli uomini poco ci tengono / a una buona vita…a una buona morte…]

Poésia sparse e sparpagghiote, libro mosso, articolato e maturo, è un diario di bordo, è un viaggio in lungo e in largo nell’esistente e nel presente: il poeta, sembra dirci tra le pieghe del libro il suo autore, è un osservatore e un resistente, in una stagione in cui poco appare chiaro, e quasi nulla sembra resistere alla follia, allo sconcerto del mondo, allo ‘snulleggiante nulla’ (Dario Bellezza) dell’insignificanza e del vuoto pneumatico. La poesia allora è il più accorato, cordiale refrain: “éppìure la spéranze ésìste” (in uno dei testi più toccanti e decisivi: La spérànze) quasi un mantra laico e disincantato da opporre al nicciano ‘panorama scheletrico del mondo’.

L’avanguardie

Scrèive museche d’avanguardje
ca assemigghje a Romagna mia.

U péntagràmme me sckute ‘mbacce
e re note me guardene sott’ucchje pe’ cume le fazze sckèife.

È nu trè/quarte – dèiche
ma lore nan ne volene sapaje de senò.

Nan nèghe, ca l’oregenaltò è lendone nu migghje
ma u pizze piosce assè alla ‘ggìénde.

Però forse è u vère, u pizze nan è tanda bbune
e re note onne rasciaune a sckutamme ‘mbacce

“…è nu bbune pizze de mìérde.”

Recanosce u érròre.
Me fìérme. Arragiunaisce.
Fazze nu respèire e scangéllàisce tutte.

Acchessèje chione-chione
vaite merìi re note un-alla-vuolte
sotte le colpe sechiure de na gomme arrebbote.

[L’avanguardia – Scrivo musica d’avanguardia / che somiglia a Romagna mia. // Il pentagramma mi sputa in faccia / e le note mi guardano di sbieco per quanto gli faccio schifo. // È un tre quarti – dico / ma loro non vogliono saperne di suonare. // Non nego che l’originalità è lontana un miglio / ma il pezzo piace tanto alla gente.. // Però, forse è vero, il pezzo non è tanto buono / e le note hanno ragione a sputarmi in faccia // “…è un gran bel pezzo di merda.” // Riconosco l’errore. / Mi fermo. Rifletto. / Faccio un respiro e cancello tutto. // Così piano piano / vedo morire le note una alla volta / sotto i colpi sicuri di una gomma rubata.]

a Gino Tarricone

So canesciute
nu uomene ca ère cume nu meninne
e nu meninne ca ère cume nu uomene.

De parlò, nan se ne parlaje
ma sendaje tutte e tutte
sènza do mè gedizie.

Te guardaje e pegghiaje appunde
pe’ po’ presendatte u cunde

e quanne nan ne petaje cchiue
faciaje na fotografèje e deciaje:
“acchiaminde bbune e statte citte”.

[Ho conosciuto / un uomo che era come un bambino / e un bambino che era come un uomo. // Di parlare, non se ne parlava / ma sentiva tutto e tutti / senza dare mai giudizi. // Ti guardava e prendeva appunti / per poi presentarti il conto // e quando non ne poteva più / faceva una fotografia e diceva: / “guarda bene e statti zitto”.]

Sotte u tacche du stevole

Ce me sbattene cume nu puolpe
sope a nu scoglie de more
u core s’arrizze e maine sanghe

sanghe russe, sanghe vèive
sanghe de zappatiure, sanghe de marenore

sanghe ca u sanghe, u omme scettote addavère
pe’ sendisse dèisce po’ ca nan si bbune a nudde
ca stè lendone da stu munne
nu munne ‘ncartote de suolde
nu munne ca te desprìézze.

Nan è ad-acchessèje,
omme note dò e dò ne stome
almène èje stoche dò
sotte u tacche du stevole

fisse, chiandote ‘ndìérre,
sèmbe prònde ad allenguò radèisce
u cchiù affunne possibele.

[Sotto il tacco dello stivale – Se mi sbattono come un polpo / su uno scoglio di mare / il cuore si arriccia e butta sangue // sangue rosso, sangue vivo / sangue di contadini, sangue di marinai // sangue che il sangue, l’abbiamo buttato davvero / per sentirsi dire poi che non sei buono a niente / che sei lontano da questo mondo / un mondo incartato di soldi / un mondo che ti disprezza. // Non è cosi, / siamo nati qui e qui ci stiamo / almeno io sto qui / sotto il tacco dello stivale // fisso, piantato a terra, / sempre pronto ad allungare radici / le più profonde possibili.]

La bèlla bellìézze

Osce-cume-osce
la bellìézze, la bèlla bellìézza
passe dalla crune-du-oche
e re sckefìézze, re percuarèire invèce,
s’acchiene ‘nanze ‘nanze.

Mo-appunde
è u momìénde de pegghiò re d’acuere
tanda file colorote e tutte ‘nzime
accumenzome arrète a recamò u munne

nu recome spéciòle però, pe’ nu munne
‘nammerote, vèive e colorote.

[La bella bellezza – Oggi come oggi / la bellezza, la bella bellezza // passa dalla cruna dell’ago / e le schifezze, le porcherie invece, / si trovano avanti avanti. // Or ora / è il momento di prendere gli aghi / tanti fili colorati e tutti insieme / cominciamo di nuovo a ricamare il mondo // un ricamo speciale però, per un mondo innamorato, vivo e colorato.]

Tuppe-tuppe

Tezzuasce alla puorte e nesciune respuonne,
trose e vaide u vute, tutte bianche
pèrde u équelìbrie e code

scevuaisce, nan stonne appiglie
trose inde alla céntìfughe de le penzire
e aggire atturne atturne

nan ce la fazze a résìste
acchje mustre ca me palìéscene a sanghe
m’avvereguogne e nan réagìsce

le rire ‘mbacce e sole tanne se ne vuonne
me sckutene ‘ngudde e sparèscene lendone.

[Toc-toc – Busso alla porta e nessuno risponde, / entro e vedo il vuoto, tutto bianco / perdo l’equilibrio e cado // scivolo, non ci sono appigli / m’immergo nella centrifuga dei pensieri / e giro attorno attorno // non ce la faccio a resistere / trovo mostri che mi picchiano a sangue / mi vergogno e non reagisco // gli rido in faccia e solo allora se ne vanno / mi sputano addosso / e scompaiono lontano.]

U rasuoje

Quanne me fazze la varve, u rasuoje sbaglie
nan me fosce manghe nu taghje. È na verguogne.

Éppìure nan tènghe la mona fìérme
tremuaisce cume na fogghje au vinde.

Me pore d’esse précìse
ma naune fine a cusse punde.

U ségrète so re mone
u sacce, so bérefàtte re mone maje
e nan me volene fo mole

m’accarìézzene e me massaggene cume nesciune
acchessèje anche ce tremuaisce
quanne me fazze la varve nan me tagghjene.

Mo, me guarde au spìécchje. So irriconoscibele.
La facce è combletamènde ‘nsanguenote.
Ma che cazze stonne a fo?!

Me stonne a sfreggiò. So nu omene sènza facce

mègghje ad acchessèje, me sènde n’alt-e-tande.

[Il rasoio – Quando mi faccio la barba, il rasoio sbaglia / non mi fa neanche un taglio. È una vergogna. // Eppure non ho la mano ferma / tremo come una foglia al vento. // Mi pare d’essere preciso / ma non fino a questo punto. // Il segreto sono le mani / lo so, sono bellissime le mie mani / e non mi vogliono fare male // mi accarezzano e mi massaggiano come nessuno / cosi anche se tremo / quando mi faccio la barba non mi tagliano. // Ora, mi guardo allo specchio. Sono irriconoscibile. / La faccia è completamente insanguinata. / Ma che cazzo stanno facendo?! // Mi stanno sfregiando. Sono un uomo senza faccia / meglio cosi, mi sento sollevato.]

U semafere

Velaje trasformamme inde a nu semafere
pe’ décìde ci pote passò e ci fermò pe’ sìémbe.

È nu sciuche ca m’è sèmbe piaciute.

U vìérde pe’ l’uteme du munne
u russe pe’ le bastarde
u gialle pe’ chire ca tènene ancore na possebeletò.

Ce ‘nge pensote bbune a stu scequìétte
u semafere, è cume u ‘mbirne, u pregatuorie e u paravèise.

Mo le cheliure, capataville viue.

[Il semaforo – Volevo trasformarmi in un semaforo / per decidere chi può passare e chi fermare per sempre. // È un gioco che mi è sempre piaciuto. // Il verde per gli ultimi del mondo / il rosso per i bastardi / il giallo per quelli che hanno ancora una possibilità. // Se ci pensate bene a questo giochino / il semaforo, è come l’inferno, il purgatorio e il paradiso. // Ora i colori, sceglieteveli voi.]

L’utema spiagge

U turne de prove è passote
e u uagnaune de la pettè
pote accuogghje la mundagnie de mìérde
c’omme fatte crìésce ‘mbératànde.

Re netizie vonne suse-e-suotte
la buche de la puoste è vacande,
fatte nuve, nan ne stuonne.

Tutte è cangiote, vè tutte sotte-saupe
u core batte pe’ nudde
e re carne nan s’arrizzene cchiue.

L’utema spiagge
è na bèlla fèdde de carne arrestiute
aggarbote e cotte bbone
cu na gocce d’acèite sciute au spunde.

[L’ultima spiaggia – Il turno di prova è passato / e il garzone del negozio / può raccogliere la montagna di merda / che abbiamo fatto crescere nel frattempo. // Le notizie vanno su e giù /l a buca della posta è vuota, / fatti nuovi non ce ne sono. // Tutto è cambiato, va tutto sotto-sopra / il cuore batte per niente / la pelle d’oca non viene più. // L’ultima spiaggia / è una bella bistecca ai ferri / gustosa e ben cotta // con una goccia d’aceto andato a male.]

u ìjuse

osce u munne
è achiuse inde a na cose,
vaide ce stè l’Italie, nan l’acchje
stè inde u ìjuse, rète a nu ripostiglie ‘mbelvetote
zuoppe, saule, spavendote e sènza cchiù spérànze

[il “basso” – oggi il mondo / è chiuso in una casa, / cerco l’Italia non la trovo / è nel “basso”, dietro un ripostiglio polveroso /zoppa, sola, spaventata e senza più speranza]

(a Malala Yousafzai)

la spérànze

éppìure la spérànze ésìste

è la storie de na menìénne de cure munne
addò re fìémene nan potene parlò, studiò, cambò
addò le mascue so u sckèife du sckèife

éppìure la spérànze ésìste

la ribégliòne l’è fatte parlò, l’è fatte dèisce tutte,
tutte chère ca nan se pote dèisce e l’onne sparote
ma u colpe è sciute a vute, pecchè avaje capèite

éppìure la spérànze ésìste

u munne s’è fermote a sendèje, a sendèje ciò ca deciaje
e u è ditte a tutte quande, cu re parole giuste, proprie a tutte,
umene de giacche e cravatte e u niute de vergogna ‘nganne

éppìure la spérànze ésìste

[la speranza – eppure la speranza esiste // è la storia di una bambina di quel mondo / dove le donne non possono parlare, studiare, vivere/ dove i maschi sono lo schifo dello schifo // eppure la speranza esiste // la ribellione l’ha fatta parlare, le ha fatto dire tutto, / tutto quello che non si può dire e le hanno sparato / ma il colpo è andato a vuoto, perché aveva capito // eppure la speranza esiste // il mondo si è fermato ad ascoltare, ad ascoltare quello che diceva / e l’ha detto a tutti quanti, con le parole giuste, proprio a tutti, / uomini con giacca e cravatta e il nodo di vergogna in gola // eppure la speranza esiste]

 

***

10 pensieri su “Il refrain libero e civile di Vincenzo Mastropirro”

  1. Non capisco di chi sia il commento: di Francesco Marotta o di Manuel Cohen (ma ambedue stimo per la serietà e l’impegno) ma, in ogni caso, mi complimento per gli argomenti addotti e la centratura delle tematiche. Vale la pena fare questo durissimo lavoro di editore e, però, sentire che i libri editati sono apprezzati e capiti.

  2. La differenza tra un diamante ed un cristallo, tanto passa tra il dialetto e la lingua. Scrivere in “dialetto” è come suonare in una “banda” spesso si associa a qualcosa di minoritario, scritto o suonato solo per l’interesse dei paesani! Se siete di questo avviso, provate ad ascoltare la BANDA di RUVO e a leggere le poesie di Mastropirro – non a caso citato contemporaneamente a quella Banda! – e poi mi direte se avete o mento cambiato idea!
    Di Mastropirro ho letto solo Tretìppe e martìdde, oltre all’intensa rappresentazione del vero, ho colto una profonda umanità raccontata senza intermediari, come una fotografia che senza bisogno di intermediazione si stampa nell’anima. E’ una poesia tagliente, brutale a volte, che dice a voce alta quello che molti pensano ma non hanno il coraggio di dire. Sono curioso e, dopo questa recensione invogliato, a leggere Poesia Sparsa e Sparpagliata sono sicuro arricchirà la mia collezione di diamanti. Ad maiora!

    Sauro Melai

  3. E’ bello scrivere (e lo dico da penna ancora acerba!) ma anche farsi leggere! A Vincenzo, alla sua poetica ed alla concretezza che da essa viene rappresenta! al dono della sintesi che ha (per me …micidiale!!), ed alla voglia che ancora ha di dire “NO”!! Un “NO” alle schifezze di questo vivere, un “NO” per i disastri che accadono indisturbati, un “NO” all’indolenza e alla non curanza, un “NO” che in dialetto diventa: “NOOOOOO!!!!” perchè l’amplificazione che il dialetto dona alle emozioni, in lingua, lo possono fare SOLO i grandi autori, che in tre parole inchiodano una verità! Ripeto: SOLO i grandi autori! Per gli altri, me compresa, per comunicare servono almeno 20 capoversi :-)
    Poesie – sia pure – sparse e sparpagliate……ma almeno esistono!! Aggiungo un grazie personale a chi gestisce questo splendido spazio culturale!

    Carlotta

  4. Davvero profonda la ricerca che anima il saggio di Manuel Coen; ci permette di accostare e conoscere un poeta che sembra avvolgere nel dialetto (una lingua non certo di facile comprensione) una saggezza per ogni tempo insieme a carne e sangue dell’oggi.

  5. grazie infinite a Francesco per la cura del post. e grazie a tutti gli intervenuti, anche ai bloggers che vedo numerosi. un piacere leggere il libro di Vincenzo.

  6. “Generalmente non leggo i dialettali”
    ecco, un’affermazione tipica di certa critica, quella che legge i suoi amici.
    complimenti all’autore e al saggio di Manuel.

    un abbraccio

  7. La poesia di Vincenzo Mastropirro è parola “orale”, parola libera che ha legami solo con il sentimento e per questo universale. I suoi versi sono una melodia a due voci della vita: la voce del poeta-uomo nostalgico del presente che afferra suoni ancestrali e poi schiantandosi a terra trova rifugio in un passato lontano, dove è al riparo dai frastuoni e non si lascia confondere da rumori che non gli sono familiari.

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