Ponts suspendus

Ponti sospesi

Marco Ercolani

Per Ponts suspendus

     Ponts suspendus, prodotto da Le Merlan, Scène National à Marseille e Cia. SIC. 12, rappresentato a Marsiglia il 13 marzo e a Genova al Teatro dell’Archivolto il 18 marzo 2014, è un evento concepito da Gustavo Giacosa e dalla sua compagnia, composta da Lucia Della Ferrera, Fausto Ferraiuolo, Gustavo Giacosa, Akira Inumaru, Marion Bottollier, Francesca Zaccaria. Le musiche dal vivo sono opera dello stesso Ferraiuolo.
     Ponts suspendus è evento non solo di teatro, musica e danza, ma messa a nudo degli incubi dell’autore, loro esposizione in un mobile spazio teatrale, traversato e percorso come in trance dagli attori della compagnia. Le sequenze non sono mai isolate scene pittoriche o statici tableaux vivants, come accade per certe fantasie visionarie di Peter Greenaway, ma vivono come febbrili irruzioni dell’invisibile, che rifuggono ogni cornice narrativa e si impongono come libere e surreali improvvisazioni, inventate dal regista-burattinaio e condivise dallo sguardo che osserva. I sogni dell’autore si associano ai sogni dello spettatore che inventa lui stesso i ritmi della narrazione. Le citazioni si rincorrono come danzando, da Goya a Ernst, da Füssli a Magritte a Buñuel. Ma ciò che appare perturbante non è tanto il tripudio barocco dei simboli, la loro furiosa messinscena, quanto la loro non-organizzazione logica, l’energia emotiva che l’autore sa scavare da dentro, con delicatezza e coraggio, al di là dei nessi e delle decifrazioni, già tentati da Carl Gustav Jung nel suo Libro Rosso (Liber novus): è l’avventura tutta umana che li pervade, il brivido che li attraversa, a determinarne l’impetuosa autenticità. Ponti sospesi sono proprio i simboli stessi, vie di passaggio che avvicinano e allontanano l’uomo dal basso e dall’alto, dalla vita e dalla morte, dall’inferno e dalla rinascita. Syn-ballein: riunire simbolicamente. Dia-ballein: separare diabolicamente.

Ponts Suspendus, Francesca Zaccaria

     Nella mente dello spettatore restano immagini arcaiche e inattuali: un tavolo a cui si affacciano mani che giocano a carte, un uomo e una donna visti attraverso una cornice che alzano e abbassano il capo convulsamente, tre streghe che fumano e ridono, una donna nuda che si scrolla di dosso la terra che sta per seppellirla, una danzatrice e la sua sciabola, una straniera che parla in esperanto slavo e carezza un neonato fatto solo di capelli, un uomo che sale e scende una passerella scaricando sacchi di terra e si trasforma in musicista forsennato, un essere con maschera accanto una donna stuprata, bambine-bambole che si toccano sotto una coperta; e infine, in tutta la sua tragica potenza, un uomo nudo, la testa all’ingiù, simile a un albero rovesciato, che viene sciolto dalle corde a cui era impiccato e deposto, cristo capovolto verso il cui cadavere scende oscillando e danzando, avanzando e indietreggiando, al suono di una musica o dissonante o tenera, una donna seminuda che lo abbraccia, in atto di pietà, e gli mette i suoi capelli nella bocca come nuovo nutrimento. L’immagine suggerisce, come altre, un rovesciamento di prospettiva dove si fa incerto il confine fra sotto e sopra, alto e basso, davanti e dietro, una confusione che turba e commuove perché spinge a un nuovo ordine formale, non imposto da nessuna autorità prestabilita.
     Ponts suspendus non mette tra parentesi la follia: la mostra allo spettatore e la condivide con lui, senza volerla dominare o razionalizzare. C’è una tragica naturalezza nelle scene che Giacosa rappresenta e dirige attraverso i corpi dei suoi attori: l’autore dimostra di voler affrontare i propri fantasmi in un combattimento a corpo nudo insieme e non contro di loro, con e senza maschere, non volendo lasciare l’ultima parola al silenzio. Spesso, nello spettacolo la nudità degli attori viene mostrata in modo rassegnato e dolente, oppure, al contrario, con energia rabbiosa e liberatoria.

Ponts Suspendus, Gustavo Giacosa

     Un’opera come Ponts suspendus, che sospende il controllo della ragione e apre all’instabilità dei fantasmi, parla in modo violento contro la morte dell’individuo e il silenzio degli esclusi, seguendo in questo la lezione del “maestro” di Giacosa, Pippo Delbono. Ma l’allievo se ne distacca per indagare una propria personale poetica, più legata ai silenziosi labirinti della follia che all’urlo conclamato. L’opera diventa ponte che ci permette non solo di dialogare ma anche di distinguerci, di separarci. Chi ascolta l’altro delirare vive ogni sistema logico come impraticabile: si trova con lui a percorrere la stessa passerella pericolosa e oscillante. Ma, non appena le due voci si avvicinano, quel fragile ponte diventa anche casa, vela, porto temporaneo ma condiviso.
     La potenza e la dolcezza della musica di Ferraiuolo, unita alla regia leggera ma salda di Giacosa, co-inventano quella che chiamerei la rappresentazione sacra e profana di una mente smarrita che guarda impietosamente il suo smarrimento. In Ponts suspendus sacro e profano si affrontano a ritmi di danza. Nessuna idea vuole essere decifrata o prevaricare sulle altre. Lo spettacolo approda alla sua forma attuale dopo innumerevoli prove in cui la scrittura delle scene si è trasformata e arricchita, all’interno di una maturità collettiva del gruppo.

Ponts Suspendus, Lucia Della Ferrera

     La scena finale, dopo la lettura di alcuni testi tragici della poetessa argentina Alejandra Pizarnyk, vede l’apparizione di un gallo bunueliano, vivo e ruspante, che fruga nella terra, e di un giovane giapponese che intona un canto incantatorio di rinascita, si inginocchia nella terra e prende fra le sue braccia l’animale, con un atto di ferma tenerezza.
     Ponts suspendus termina così, dolcemente, come sospendendo un incubo. E se è vero quello che dice Henri Michaux che “la follia è un prodigioso equilibrio in uno stato di disastro ininterrotto, di continuo franare”, lo spettacolo di cui siamo stati complici proprio nell’atto di vederlo si fa equilibrio di ponte verso il futuro, verso altre indagini e scritture simboliche.
     Se si chiedesse a Giacosa di tradurre la sua opera in forma letteraria, di certo escluderebbe il romanzo, il racconto, la poesia, e forse direbbe: questo è un saggio critico. Ma dove la critica non è indagine minuziosa di un altro testo ma diario di una mente turbata che cerca le sue forme. La mente, secondo Platone, non è vaso da riempire ma fuoco da accendere. Con pazienza e coraggio.
     Concluderei questa breve nota di spettatore citando le parole di Robert Walser, fra i pochi scrittori che hanno saputo dare forza letteraria alla propria follia senza sacrificarla a nessun potere razionale. Scrive Walser: “Non smettete di avere coraggio, sia che vogliate esserci sia che vogliate sparire. Il coraggio è quella cosa delicata e terribile che ti spezza in due ma che ti rinsalda”.

 

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4 pensieri riguardo “Ponts suspendus”

  1. Davvero interessante per la ricerca alta e complessa che coinvolge in sinergia le diverse arti.. Bella poi la citazione di Walser:
    “Non smettete di avere coraggio, sia che vogliate esserci sia che vogliate sparire. Il coraggio è quella cosa delicata e terribile che ti spezza in due ma che ti rinsalda”.

  2. Molto bravo Marco, capace di restituire, come dicono i due commentatori prima di me,, l’alta complessita, la sinergia, il fascino di quest’opera.
    Molto bravo, soprattutto qui: “L’opera diventa ponte che ci permette non solo di dialogare ma anche di distinguerci, di separarci.[…]”

    un caro saluto!

  3. Grazie, amici, della vostra lettura. È stato uno spettacolo non facilmente dimenticabile, tragico ma anche leggero, soprattutto un atto di coraggio contro la banalizzazione delle idee. Non ho parlato, ma ci vorrebbe un capitolo a parte, di un lungo brano dissonante eseguito da Ferraiuolo al pianoforte, in cima alla passerella, dove ho sentito l’invasamento concreto e potente della musica. L’immagine ricordava, ma da altri orizzonti, quella de “Il fantasma dell’opera” nel film muto interpretato da Lon Chaney.

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