Ritratti in nero

Franco Fanelli, Malacarne, 2003-2009

Rosa Pierno

Franco Fanelli “Ritratti in nero”

Negli acquerelli che completano la serie delle incisioni di Franco Fanelli riguardanti ritratti di uomini dalla pelle scura, il colore non si rapprende, non assolve alla funzione di compattare la massa formale del disegno, di sostenere la linea di contorno, piuttosto la smonta, lavora a sabotarla, ne spezza, come accadrebbe a un legnetto che venga franto sul ginocchio, la rigidità, ne slabbra la chiusura, attentando alla supposta perfezione della forma. Nella nerezza aperta della pelle si annida un virus che trasforma la materia: il colore. Elemento che intacca persino il bronzo, esso è in grado di completare la gamma delle occorrenze dialettiche; rende dialogico il nero, colloquia con una figura di cui non riconosce immediatamente l’appartenenza al genere umano.

Turbolenze del pigmento, gassose spirali che trasformano l’oggetto rappresentato, che avvicinano la testa a un processo di combustione, ove persino i muscoli appaiono più rami fossili che masse in tensione, mentre le vene penetrano nelle pieghe carsiche della muscolatura. L’ossidata materia di tali viventi statue, bronzei profili o crani di carbone, si disfa in vortici di colore blu oltremarino e verde veronese che digradano come foreste precipitanti verso i crateri di profondissimi laghi. Di umano non c’è che l’inesausta ricerca di un improbabile colloquio tra materia inorganica e organismo, tra organismi vegetali e massa carnosa, tra pelle e patina bronzea, tra risaputo e alieno, tra conoscibile e inconosciuto.

Ci rendiamo conto che abbiamo attribuito tutto questo al ruolo disarcionante del colore, ma riscontriamo che, anche nei ritratti incisi in cui il nero viene intercettato da lamine fulgide, interstiziali, fra morbidissime, vellutate creste, il pensiero non penetra: resta sulla superficie volumetrica a declinare l’impossibilità di definire ciò che si sta guardando. La testa è volume, non vi si penetra, la si può circumnavigare con lo sguardo, si possono percorrere le labbra montuose, superare gli zigomi come fossero altopiani illimitati, guadare i limpidi globi oculari, ma non vi sono pertugi in cui inabissarsi per toccare fondo. Questi ritratti indicano le colonne d’Ercole, attraversate le quali si naviga nel mare della non comprensibilità.

Franco Fanelli, Ritratti in nero

Si sosta su questi ritratti sensuosi di uomini di colore senza poterne comprendere l’alterità. Si ripercorrono, come fossero presenti allo sguardo, le orme di Conrad, il quale non intendeva le ragioni dell’inedia, le ragioni dell’invasamento di gruppo. L’angoscia data dall’enigmaticità procurata dalla non condivisione della lingua e della cultura, diveniva in un sol colpo angoscia per l’invasiva dilagante irrazionalità che ne scaturiva.

Nel medesimo solco, l’osservazione di queste strepitose opere rafforza le diversità perché esse insistono su ciò che è particolare. Una singolarità che s’invasa, si concretizza nella pietrosità delle teste antiche modellate dall’artista, le quali riverberano fino a noi dal fondo dei secoli, simili a formazioni geologiche. Franco Fanelli letteralmente le scolpisce, le lavora incessantemente, ne fa rilucere la superficie, rinvenendo marmo sotto la cappa di fuliggine, oscura i valloni soleggiati delle orbite, proietta ombre e vi solleva maree. La testa appare scavata ed erosa da fenomeni metereologici, alcune teste sembrano percorse dalla puntina di un magnetofono: sembra che si abbia a che fare con un’opera di scavo condotta in miniatura, ma che rappresenti in scala il macrocosmo. Fa precipitare sulla terra una domanda posta astrattamente. Il suo applicarsi equivale a un incessante porsi il problema, che da solo vale già quanto il massimo dialogo instaurabile.

Lavorando senza sosta sulle analogie visive – e Fanelli sa aprire un vero e proprio vaso di Pandora che riempie la scena di cose mai viste, acuenti, in un mondo creduto incasellato, gli stridori e le aporie, rispetto alle quali la mente riattiva legami e relazioni, verifica la corrispondenza di ciò che vede con ciò che sa. Per il mistificato rapporto tra immagini e parole è davvero una formula propulsiva: poiché proprio in quella che si crede essere la civiltà delle immagini, l’immagine raggiunge raramente quest’assoluta potenza, questa capacità di far scaturire valore conoscitivo.

In questi tragici ritratti – poiché se il problema viene posto, non viene banalmente risolto – si offre una teatrale sequenza di caratteri e di personaggi prelevati da testi o da narrazioni storiche, in costume d’epoca o indossanti gorgiere di ferro: nessun oggetto può collocarsi in maniera inerte in questi fogli. Alcuni appaiono scolpiti come bassorilievi, in cui i vistosi tratti somatici riaffiorano insieme a un sinistro sferragliare di catene. In ogni caso, nessun buon pensiero vi alligna, né s’impiglia su queste superfici dotate di doppio fondo. E soprattutto non vi si chiude, né si sopisce nessuna delle questioni toccate. E’ questo il caso di un bulino che simile a una bacchetta magica può aprire solo sprofondi nelle nostra identità culturale.

Franco Fanelli, Ritratti in nero

***

Un pensiero su “Ritratti in nero”

  1. Considerando che sono acquerelli, hanno una matericità sorprendente. E’ bellissimo l’utilizzo del nero per l’ombra da cui emergono questi splendidi ritratti. Non è semplice l’acquerello. Di solito è anche considerata una tecnica “minore”. Però nelle mani di un artista vero e proprio, come questo, hanno la stessa potenza di un olio. Bellissimi.

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