Della prossimità e della distanza

Anselm Kiefer, Sternenfall, 1995

Gianmarco Pinciroli

Della prossimità e della distanza
Saggio sull’identità scrivente

1. Il poeta è morto. E il filosofo non è mai nato. Che cosa vi sto raccontando? Anche il narratore, però, non è mai nato; che cosa sta succedendo, allora? Infatti, qui si scrive comunque, anzi, verrebbe voglia di dire: qui la scrittura si scrive, e si scrive, appunto, comunque. La scrittura, qui, non ha né stile, né appartiene a un genere, la scrittura, ora, non è né singolare (la mia scrittura) né plurale (la scrittura del nostro tempo, del nostro gruppo), la scrittura, qui, è neutra, è davvero al grado zero, è senza persona; senza coscienza, senza soggetto. Dislocata?

Quel dis-, nella parola dislocazione, apre ambiguità, forse contraddizioni. Si tratterebbe di dare un luogo a qualcuno che scrive in quanto scrittura, non in quanto coscienza, soggetto, ego cogito, e se si adotta il termine dislocazione, allora questa allocazione presupporrebbe necessariamente un donde (e forse un dove: un viaggio, quindi, da-a), e il donde del dis-, a sua volta, presupporebbe un chi che effettua un tale viaggio, un chi che, al termine del viaggio, si è perso come chi per ritrovarsi come luogo. Se si adotta il termine dislocazione per definire l’allogarsi di una scrittura senza soggetto, si cade in ambiguità e in contraddizioni, almeno finché si è costretti a presupporre l’enigmatico svaporare di un chi (proveniente da un dis-, da un donde) in un dove in cui né il donde né il suo chi avrebbero più luogo a essere. Un luogo-a-essere sarebbe, invece, esattamente il risultato di un simile allocarsi desoggettivato, decoscienzializzato; un luogo a essere ammette, se provvisoriamente vogliamo assomigliarlo ad un termine ‘soggettivistico’, (tanto per intendersi, tanto per capire) a un esserci, dove il –ci del termine non è più lo stesso qui e lo stesso ora di una coscienza, di un soggetto, di un ego cogito.

Qui, si scrive comunque. Nel –ci dell’allocazione neutra si scrive; che cosa si scrive? Verrebbe voglia di dire: la scrittura stessa, il –ci dell’allocazione è anche il –ci dell’allocuzione, luogo e parola sono la cosa stessa, e luogo e parola sono i nomi di un ente, l’uomo, che si è perso come chi per ritrovarsi come luogo, ed anche: come parola, come scrittura. Ora, qui, il poeta potrebbe ricominciare, ed il filosofo potrebbe appartenere all’altro inizio del pensiero. Ecco, cari amici, che cosa vi sto raccontando.

2. Dove sei tu? Dove sono io? Se un io come quello cui ognuno di noi afferma di appartenere potesse rispondere serenamente a questa domanda, non ci sarebbe bisogno di scrivere alcunché, sarebbe tutto chiaro, sopportabile, ‘normale’. Ma non è così, poiché io non so dove sono, e non so dove sei tu, anzi: conseguentemente non so dove sei tu. Devo dunque prima di tutto rispondere alla domanda: dove sono io? Nemmeno questo va bene, a ben guardare.
Infatti, il luogo dove sono io, se mi pongo anche la domanda: dove sei tu? non può non dipendere dalla risposta a questa seconda domanda, ovvero: le due domande si coimplicano, e la risposta eventuale non può che rispondere nello stesso tempo ad ambedue le domande. C’è poi da riflettere, subito dopo aver posto la domanda, o le domande, sul concetto che ci aspettiamo in qualità di risposta; c’è da riflettere, cioè, su quello che intendiamo quando affermiamo che ci aspettiamo una risposta. Infatti, rispondere ad una domanda che chiede un dove, un dove si è, un dove si è l’uno rispetto all’altro, implica che questo dove già valga, per chi fa questa domanda, come un dove, implica cioè che vi sia comunque un luogo donde viene posta la domanda, e coimplica un luogo che confermi o disattenda il luogo di provenienza della domanda, valendo esso in tal modo come luogo della risposta. Da capo, dunque, ci troviamo di fronte alla questione della dislocazione, e delle ambiguità e contraddizioni che essa si porta dietro.

Una soluzione provvisoria? Una soluzione che consenta per intanto di ‘vivere’ e di ‘pensare’, di vivere anche senza la certezza incontrovertibile di una risposta? Essa si profilerebbe nel modo seguente: io sono nel luogo dove sono diventato quello che sono, e voi siete – avendo maturato un’identica struttura diveniente (ovvero, avendo voi, ognuno di voi, percorso la propria via che lo ha fatto diventare quello che è) – il mio rispetto, così come io sono il vostro. L’indagine provvisoria può andare un poco oltre, e affermare: nel divenire di ognuno di noi il rispetto non è sempre lo stesso rispetto, ma, d’altro canto, l’essere entrato l’uno nel rispetto dell’altro, l’esservi entrato una volta (in un punto qualsiasi del nostro tempo), significa per tutti e per sempre esservi entrato una volta per tutte, cioè: esservi entrato per sempre. Io sarò sempre nel vostro rispetto, anche qualora volessi uscirne, e non potrà che essere così, poiché il rispetto lega i rispettati in modo tale che essi sono, ognuno di essi per sé, quello che sono solo per quel tanto che in ognuno di essi vive la presenza di quei rispetti, e il loro divenire è il divenire di quei rispetti, e quei rispetti sono dentro ognuno di essi come il cuore e la mente del loro esser così e così, e dunque (e infine): nessuno può uscire da se stesso.

3. Il poeta muore, e la sua rinascita non può che essere un semplice ricominciamento. Mi sia concessa una seconda semplicità, poiché la prima è andata sciupata in menzogne e malafede. Il filosofo non è mai nato, ed il suo inizio come altro inizio del pensiero non è capace di farsi riconoscere, non ha un volto ma nemmeno più l’antica maschera. La scrittura, allora, prende le distanze: dove sono io? dove sei tu? Può ora questa scrittura segnare il limite di una prossimità, compatire l’incolmabile iato di una distanza? Forse no, non può e non deve farlo, dal momento che noi (io, tu, e tu, e tutti i tu della nostra storia qui ora raccontata) non siamo più in quel luogo, in quel tempo che presuppongono distanze e prossimità e, insieme ad esse, soggetti, coscienze ed ego cogito,essi sì davvero indifferentemente distanti e/o prossimi ad un pensiero, ad un pensiero che non può, proprio per tutto questo, essere ancora altro, essere altro inizio.
Il ricominciamento, cari amici, ripete ciò che non è ancora stato detto come ciò che è stato detto finora senza che lo si sia davvero compreso, al punto che verrebbe voglia di chiamare un tale inizio altro in termini d’intenzionalità. Ma l’intenzionalità cui qui mi rivolgo, al fine di comprenderne la valenza plurale, capace di coinvolgerci nelle sue procedure tutti quanti, è una partecipazione riflessa; è il luogo delle partecipazioni riflesse, è il –ci di un esserci che si è perso come chi per ritrovarsi come luogo.

Eppure, in questa allocazione dove giace un poeta morto e dove un filosofo non è mai nato, trova il suo ricominciamento la scrittura. La prima persona, ora, qui, è soltanto la prima voce che parla, il primo volto che pensa, e la seconda persona, è quella stessa prima persona dentro il rispetto della prima, dentro quella prima voce, dentro quel primo volto.
Dove sono io? Dove sei tu? L’apertura di un noi non cancella distanze e prossimità, bensì, e finalmente, le dota di senso, cosicché ogni persona che risuona in quella voce e si rispecchia in quel volto è vicina o lontana quel tanto che basta per consentire al ricominciamento di ricominciare, alla scrittura di scrivere, al pensiero di pensare. Dalle ceneri dell’identità si leva una parola che chiede soltanto pazienza e pietà, pazienza e pietà. Abbiamo imparato la pietà del pensiero, ma non conosciamo ancora abbastanza che cosa sia la pazienza per sopportarne le conseguenze. Non potrebbe essere diversamente. Mancano versi, per il momento, per dire il luogo, mancano pensieri per parteciparvi. La provvisorietà della soluzione prospettata nel rispetto non ha e non può avere pazienza, essa segna il divenire di ogni attimo che viviamo come quel divenire che ci porta dove non sappiamo di essere, e dove dunque ha ancora senso (un senso paradossale però, a questo punto) porci le domande: dove sono io? dove sei tu? e dove dunque ha ancora senso domandarci l’un l’altro in merito a prossimità e distanza reciproche.

4. Testimoniamo, quindi, di un ritardo. Non è una difficoltà del pensiero, ma è un ritardo. Non sembra essere ancora il tempo dell’allocazione spontanea. Si fa ancora fatica, oggi, a uscire dal soggetto, siamo ancora condannati a dislocarci, siamo ancora condannati al dis-, all’impostazione provvisoria di un donde per un viaggio che ci porterebbe in un dove nel quale si manterrebbe l’enigma di un chi che lo dovrebbe abitare, anche se in quel luogo quello stesso chi non potrebbe valersi del suo esser-chi, ma dovrebbe essere tout court quel luogo stesso, essere il –ci, il luogo-a-essere. Nel ritardo non si danno difficoltà, ma resti. Nel ritardo si danno i resti del soggetto. I resti della coscienza: il resto fondamentale della coscienza è la dislocazione, appunto. Nella dislocazione non possiamo sapere che ne sarà del chi si disloca, poiché il chi allocato è il luogo stesso dell’allocazione. Non c’è passaggio dalla dislocazione all’allocazione, poiché non c’è passaggio da un chi a un luogo-a-essere. Non c’è più viaggio nell’allocazione, il viaggio è un resto della coscienza, è il nostro resto della coscienza, in esso si danno, cari amici, distanze e prossimità, distanze e prossimità tra i rispetti che abitano ognuno di noi.

E’ a causa di questo ritardo che, durante la dislocazione, si manifesta il fenomeno che esclude. Il fenomeno che esclude è figlio del viaggio, del viaggio che presuppone un chi nel suo donde verso il suo dove; l’esclusione è la differenza del passo, ed è anche la traccia di una familiarità che non ha tempo. La familiarità non è l’intimità, ed è la familiarità, non l’intimità, a non avere tempo; non ha tempo per sé, in quanto familiarità, e soprattutto non ha tempo per chi è (già da sempre?) fuori. Questo secondo caso, però, in senso stretto non è vera esclusione, poiché quel fuori (nel suo già da sempre eventuale) non presuppone, a rigore, un dentro precedente. E’ dunque il primo caso che occorre considerare, quello in cui i protagonisti della storia che ora qui si racconta sono, nei loro reciproci rispetti, familiarità. Non si ha tempo, nella familiarità, a causa della differenza del passo, e d’altro canto il viaggio che si pensa di viaggiare presuppone per sé un’andatura; affinché questa andatura non appaia però come un qualche cosa capace di segnare differenze è necessario che si manifesti l’apparenza del viaggio, il viaggio come apparenza, dentro la ‘realtà’ del viaggio. Ma è possibile, nella dislocazione, ovvero nel viaggio, sospendere qualcosa come il passo, il passo di un chi nel suo donde verso il suo dove? Affinché questo accada, è necessario allora dismettere ciò che il dislocarsi esige, e fin da subito porsi nel cuore e nella mente dell’allocarsi. E questo è forse l’impossibile della questione.

All’io che si scrive, anzi, che il ‘si’ scrive, all’io scritto dalla scrittura l’allocazione è già da sempre presente, egli è il luogo-a-essere, è l’esser-presente della presenza. Ma ad un poeta che ancora veglia sulla propria morte, ad un filosofo che ancora si fa domande sulla propria mancata nascita, l’allocazione è negata, ed è condannato, ancora chissà per quanto, alla dislocazione, a ciò che è ancora dislocazione, all’inseguimento del miraggio salvifico da parte di un chi che deve poter fuggire da sé per ritrovarsi come luogo; ed è quindi condannato alla sofferenza. La sofferenza, però, è altra cosa dalla pazienza. La pazienza regge ciò che la sofferenza soffre, ovvero la pazienza regge davanti a sé e poi prende su di sé ciò che la sofferenza soffre, quello stesso che la sofferenza soffre, ma che, retto dalla pazienza, non è più sofferenza. La sofferenza esclude, il sofferente non regge ciò che la sua pazienza dovrebbe poter reggere, e dunque lo soffre, e lo soffre come quel chi che è lontano, che sta solo nella distanza, che desidera la prossimità; la sofferenza è tutto questo, e lo è dentro la distanza e fuori dalla prossimità, laddove il dentro ed il fuori qui mobilitati implicano il dis- del dislocarsi, che il dislocarsi riesca ad effettuarsi (e la distanza viaggerà verso la prossimità, affinché lo iato colmi il vuoto d’essere del luogo donde si muove) o non riesca a dislocarsi (e la prossimità resterà cuore e mente di un luogo soltanto desiderato, velato dal vuoto di un luogo che non è nemmeno più un donde).

5. Il movimento che descrive il fenomeno che esclude è, nella sua apparenza, doppio: qualcuno esclude qualcun altro, qualcuno esclude se stesso. Ma questa descrizione di ciò che vale come l’apparenza del fenomeno che esclude deve poter cogliere comunque, malgrado l’apparenza, l’essenza dell’esclusione. Poiché l’essenza dell’esclusione è la sofferenza, la pazienza deve poter rappresentare l’altro dell’esclusione; ma poiché non c’è passaggio dalla dislocazione all’allocuzione, non c’è, conseguentemente, nemmeno passaggio dalla sofferenza alla pazienza. La sofferenza è tutta chiusa dentro il meccanismo della dislocazione, sono i dolori di un parto che ci alloca, ma che non sempre comprendiamo come dolori necessari a questo. Ecco allora che l’essenza dell’esclusione soffre i dolori di un parto che non comprende, ecco che il chi della dislocazione si ripiega sul suo chi non ancora dislocato, e si rifiuta di prendere contatto col suo attuale luogo-a-essere in quanto donde, verso il suo più autentico luogo-a-essere, che è un dove in cui allocarsi in quanto paziente, in quanto sofferente che ora, qui, ha pazienza, o paziente che ora, qui, non è più sofferente. Ma tutto questo può valere come un passaggio? E il luogo-a-essere che egli, dislocandosi, è diventato, è veramente il suo più autentico luogo-a-essere? Lo è soltanto se il suo chi è quel –ci che è il suo più autentico luogo-a-essere. Ma allora egli non si è dislocato, bensì si è allocato, egli ha dato un luogo sia all’io che al tu, cosicché le due domande (dove sono io? dove sei tu?) sono ora due constatazioni (dove sono io, sei tu; dove sei tu, sono io).

Che ne è allora dell’esclusione nell’allocazione? La posizione di questa domanda consente di richiamare in vita il poeta, e di dare al pensiero del filosofo l’altro inizio. Infatti, l’esclusione – ora si può ben dirlo – era scrittura esclusa, esclusione della scrittura dalla scrittura dell’esclusione, quella sola che poteva partorire i luoghi (il donde, il dove) della dislocazione, il luogo-a-essere dell’allocazione. Ora che la scrittura si scrive, il racconto può finire il suo viaggio, tanto più che, scrivendosi essa stessa la scrittura, il narratore non è mai nato, se il fatto di nascere esclude, appunto, con la posizione di un chi scrivente, la scrittura da se stessa. Grado zero, dicevamo, grado zero della scrittura, scrittura bianca, tabula rasa che si scrive; ecco ora, qui, la domanda: chi ha ora, qui, la pazienza di scrivere? chi smette di soffrire?

6. Ma la domanda che chiede un dove implica già da subito quella che chiede un chi, cosicché il fatto di domandarsi ora e qui, allocati come riteniamo che si possa essere, chi avrebbe ora la pazienza di scrivere e chi smetterebbe di soffrire, risulterebbe un fatto contraddittorio con quanto finora esposto. L’eventuale posizione di una contraddizione del genere impedisce di vedere il fatto che dalla dislocazione alla allocazione, dalla sofferenza alla pazienza, dal chi al luogo-a-essere non c’è passaggio, né continuità, né relazione causale. Impedisce cioè di cogliere la natura paradossale d’originaria immediatezza di ciò che qui-ora andiamo descrivendo. Impedisce, in ultima analisi, di cogliere la natura inattingibile di un tale originaria immediatezza, che va peraltro salvaguardata nella sua inattingibilità non tanto per avanzare sulla scena di questo colloquio qualcosa d’irrazionale con cui sarebbe inopportuno scendere a patti teoretici, quanto perché, qualora se ne dimostrasse in qualche modo l’attingibilità, salterebbe tutto il progetto qui esposto di scrittura del ricominciamento (dove il ri- avrebbe come sempre il compito di denunciare una natura opposta a quella di un’originaria immediatezza).
Ricominciare significa che qualcosa è già da sempre cominciato, e che il luogo di questo inizio, nella misura in cui è ricominciato, consente alla scrittura di scrivere: al poeta di versificare, al filosofo di concepire l’altro inizio del pensiero, la cui alterità non è soltanto ‘storica’, ovvero riguardante il passato metafisico o nichilistico del pensare occidentale, ma è davvero progettuale, rispetto non al proprio ‘passato’ ma rispetto a quell’origine d’immediatezza che ha nutrito fino qui essenzialmente ogni pensiero; un’alterità strutturale, quindi, che avvicina il pensiero del ‘prima’ e il pensiero di quest’’altro’ inizio mantenendo nella prossimità la distanza.

Si ripete, cioè, nella relazione tra pensiero metafisico-nichilista e altro inizio del pensiero la stessa struttura di provvisorietà che è stata individuata nella dislocazione. Occorre, tanto nell’uno come nell’altro caso, saper cogliere una presenzialità già da sempre presente sia sotto le specie di un’assenza, un nascondimento che si apre alla propria rivelazione presenziante (nella dislocazione, nell’altro inizio del pensiero) che sotto le specie di questa stessa presenzialità come già da sempre presente (nell’allocazione, nel pensiero iniziato nell’alterità). E’ in questo senso che la cosa stessa del pensiero (allocato come inizio nell’alterità) è anche la stessa cosa del pensiero (dislocato nell’altro inizio), ed è per questo che è necessario più che mai oggi, situati dentro una tendenziale allocazione che risponde, sempre provvisoriamente, a domande dislocanti del tipo: dove sono io? dove sei tu? rileggere (ricominciare a leggere) ciò che è stato scritto come se non avesse mai smesso di essere scritto, di essere scritto sempre di nuovo, instancabilmente, per occhi che non cessano di ricominciare a leggere.
L’allocazione presuppone un pensiero che ha trovato nell’alterità il suo inizio, ma questo inizio presuppone a sua volta un tempo di pensiero che non cessa mai di iniziare, ovvero di ricominciare; la dislocazione, invece, presuppone un pensiero che è in viaggio da un donde a un dove, un chi che traccia la mappa tautologica di quest’avventura fino alla scoperta pacificante di un luogo-a-essere, donde (un’altra volta) la sua necessità di cercare e trovare un altro inizio dal quale ricominciare a pensare nell’alterità. Ebbene, noi, cari amici, viviamo e pensiamo nel cominciamento sempre rimandato di questo ricominciamento cui tendiamo, viviamo e pensiamo nella dislocazione (dalla coscienza, per quel tanto che essa è un viaggio da un donde verso un dove; della coscienza, per quel tanto che essa presuppone un chi) sempre a un passo dall’allocarsi nel luogo-a-essere in cui, pazientemente, lasciar essere quelle che nella dislocazione sono apparse e sono state sofferte come distanze e prossimità dei chi implicati. Noi viviamo e pensiamo, in quanto coscienze dislocantesi, e in quanto dislocazioni tout court (che cos’altro, se non delle coscienze, ancora una volta, sono vocate al dis- del dislocarsi?), sotto il rischio costante di venire esclusi dal movimento (dal falso movimento) di un viaggio che esige un passo non da tutti sopportato con identica sofferenza; così, nel desiderio di qualcosa che non c’è ancora, rischiamo di perderci e di smettere di scrivere e di pensare.

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