Poeti Greci Contemporanei (XII)

Gabriele Nachmìas, Nominati

Γαβριήλ Ναχμίας
Gabriele Nachmìas

Poiein

Circa due anni fa, durante una nottata a un baretto di Exàrcheia, Sotìrios a un certo punto tirò fuori da un sacchettino due libri. “Questo è il mio ultimo”, disse, “aspetta che ti faccio la dedica”. “Questo, invece, è di un bravo scrittore.” Il libro si chiamava “Nominati”. Gli diedi un’occhiata veloce. Chiesi a Sotìrios: “Chi è Gabriele Nachmìas, l’autore, lo conosci?” “No”, rispose lui, “ma potrebbe benissimo essere il nostro Borges.” Poi il libro l’ho dimenticato su uno scaffale. Poi ho fatto dei traslochi ed è scomparso. Tornato a casa dal colloquio, un po’ incazzato come al solito, e dando per caso un’occhiata ai pochi libri che riescono a seguirmi in giro per il mondo, ho trovato “Nominati”.

La cosa è di per sé strana ma non improbabile. Ha un che di affascinante. Allora mi sono detto: Forse è ora che lo legga. Come sempre faccio, sono andato a leggere dell’autore in quarta di copertina. Ma in quarta di copertina c’è solo una lunga nota che spiega il titolo del libro. I “Nominati”, è scritto, pare fossero una società segreta di filosofi stoici, con sede a Samosata (l’attuale Samsat turca) nel I sec. d.C. Dell’attività di questo gruppo di filosofi poco si sa, anzi nulla di preciso.

Fra le note ai testi, a pagina 99, ho trovato questo: “La sinonimia fra lo scrittore e il soldato-poeta (il primo racconto è infatti una lettera alla donna amata di un altro Gabriele Nachmìas, soldato al fronte durante la seconda guerra mondiale) potremmo solo vagamente definirla eteronimia poiché, nella realtà, entrambi i personaggi sono ombre di un terzo”. Allora ho cercato in rete. In rete c’è tutto. Ho trovato commenti dello stesso Nachmìas ai propri testi pubblicati su riviste elettroniche, a volte mascherato sotto il nome di Odesseo, che poi è il protagonista di uno dei racconti qui presentati. Insomma, non so chi sia l’autore. Non so chi sia questo “terzo”, oppure anche “quarto” o “quinto”, visto che molti altri personaggi nominati nel libro sono le ombre di chi ne ha scritto.

Già dal principio, quindi, questo libro si diverte a creare, come nella migliore tradizione della letteratura fantastica, una serie di mondi paralleli o intrecciati fra loro; di eteronimi che vivono realtà differenti o che, mi sembra, in sostanza non vivono se non in un universo costruito apposta perché compiano il proprio destino. Una volta esaurito il proprio compito, non hanno più motivo di esistere, e si perdono in un luogo grigio posto fra le pagine del libro e ciò che gli sta fuori. Insomma, un libro di letteratura fantastica a tutti gli effetti anche perché, come leggo dalla prefazione di Borges allo splendido libro “L’invenzione di Morel” (Bompiani, 1994): “Adolfo Bioy Casares, in queste pagine, risolve felicemente un problema […] difficile. Dispiega un’Odissea di prodigi che non sembrano ammettere altra chiave che l’allucinazione o il simbolo, e pienamente li decifra mediante un singolo postulato fantastico ma non soprannaturale”.

Nominati, invece, si muove quasi sul piano opposto, ammettendo l’allucinazione e il simbolo e risolvendo il difficile problema dell’illogicità nel libro stesso. Se, come mi diverto a pensare, la parola “letteratura” viene intesa nella sua accezione più antica, e cioè dell’insegnamento di tracciare lettere e scrivere, allora tutti i personaggi nominati nel libro esistono per il solo fatto di essere stati scritti. Assumono un nome e vivono, indipendentemente da chi ne ha scritto, e se siano o meno ombre di qualcuno. Anzi sono ombre con una forma. Si muovono nel tempo, avanti, indietro o contemporaneamente allo scrittore, e a noi. Così, poco importa che il soldato-poeta Nachmìas sia lo stesso scrittore o un’altra persona.

Questo libro è, soprattutto, un libro molto ben scritto e raffinato. Raffinato nella costruzione e nella lingua. Così ben fatto, così assolutamente risolto in se stesso che costituisce un oggetto indipendente dal resto del mondo circostante. Ogni libro in certa misura lo è, ma questo li supera tutti perché non è un contenitore di storie ma una realtà a sé stante.

Il libro è diviso in quattro parti, ognuna delle quali è costituita di quattro racconti: “Eteronimie”, “Scolpendo il tempo”, “E pluribus unum” e infine “Creatio pro nihilo”. Elencati adesso, i titoli delle sezioni mi sembrano costruire un disegno e intrecciarsi fra loro: il primo con il terzo, il secondo con il quarto. Forse sto prendendo troppo seriamente il gioco di questo Nachmìas. Non ho purtroppo il tempo per parlarvi in modo più esauriente dei vari racconti del libro, ma mi prometto di rifarlo a breve presentandone almeno due per ogni parte, di modo che possiate farvene un’idea più completa e, chissà mai, che quest’opera a mio parere splendida possa trovare un editore in Italia.

I due racconti di oggi sono tratti da “Creatio pro nihilo” e mi sembrano i più rappresentativi del libro. È curioso, come vedrete, che l’oggetto della creazione “verso” il nulla, opposta alla locuzione latina “creatio ex nihilo”, sia la scrittura. Un libro che costituisce una realtà indipendente dalla nostra non poteva che chiudersi con una considerazione di ciò che lo costituisce: la scrittura. Ma ancor più curioso è che la scrittura non generi più un mondo ma lo conduca al nulla, lo annulli appunto. Può darsi che la scrittura sia anche liberazione, oltre che ricreazione del mondo. Dimenticavo di dire, infatti, che il sottotitolo all’opera è “16 + 1 esercizi di libertà”. Libertà creativa? Scrittura.

(Massimiliano Damaggio)

***

POETICA

     Caro Mario,

     è passato molto tempo dal giorno che ti scrissi l’ultima volta. E non pensare che mi sia mancati voglia, carta o inchiostro: altro. Da che mi ricordi, qui non avevamo mai visto così tanti carta e inchiostro. Però, e che strano, nonostante queste due cose abbondino, dovunque si guardi si vedono delle scritte: sui muri, sui marciapiede, in aria. Ora che ti scrivo, parole senza suono tentano di spiccare il volo dalla mia testa, sporcano i muri, mi si incollano ai vestiti. Nessuno in questo paese parla più – tutti scrivono. E tanti più carta e inchiostro entrano nel paese, tanto più il luogo e l’atmosfera si sporcano di parole – parole senza suono, fiori senza profumo, frutti senza sapore.

     Non che mi mancasse la voglia. Facendomi largo fra le parole (che in certi giorni arrivano a nascondere il sole) ancora posso scorgere tutto ciò che provai durante i primi giorni del mio arrivo (le stesse cose che mi intimorivano prima di arrivare): l’incomprensibile canto dei maghi, il riso idiota del matto del quartiere che pensa siano tutti morti, e lui l’unico vivo – e il suo pianto le sere di sabato, quando lo sente che tutti intorno sono vivi ed è lui l’unico morto. Per quanto mi permetta il rumore delle parole che mi fischiano attorno (il solo suono che emettono, come le pietre dalla mano di chi le lancia con la fionda) posso ancora ascoltare di nascosto il cuore del folletto che gli batte nel bosco, e che tiene il ritmo della primavera. Sento la terra farsi più ampia per accogliere nuovi visitatori – e farsi profonda per ospitare chi voleva fuggire. Perché nessuno fugge se ha lasciato il proprio nome in qualche luogo: muore e si perde nel profondo della terra, sotto cumuli di terra, parole, pagine.

     Ho capito proprio ora, ascoltando i pensieri appena condivisi con te, che il loro silenzio è morte: sarà per questo che scrivono senza sosta, instancabili, consegnandosi all’unica cosa che li mantiene in vita: la scrittura. Come noi, Mario, ti ricordi? Giuravamo che saremmo morti con la scrittura in pugno. E che come la morte ci avrebbe colti, in piedi, seduti o sdraiati, avrebbe trovato la nostra scrittura dritta sull’attenti – così dicevi. Ma quando ti proposi di venire entrambi qui tu avesti timore – così mi sembrò allora. Rimanesti indietro e, mentre mi facevi cenni con la testa, mi gridasti di scriverti – con quel sorriso ironico e strano che non posso scordare. Ecco, allora ti scrivo: come tante e tante volte, come mi hai ordinato, come qui fanno in tanti. Per non morire nel mio pensiero (e questa è una cosa che solo a me interessa fra tutti quelli che qui vivono) – e nel tuo.

     In poche parole, poca la verità – ma in molte, molta la menzogna: ricordo ancora questa regola che ripetevi sempre, come un avvertimento. Più scrivo e più in me si logora la verità. E invece di comporre favole, io stesso divento una favola. Io stesso divengo carceriere della città che ogni mattino e ogni sera conta le stelle (come fossero caprette da riportare all’ovile) ma non sa contare le sue proprie parole. Poco alla volta divento come il sindaco, che non sa come sia diventato sindaco e che, per questo, non sa come dimettersi. Anch’io sono arrivato a credere, come il pazzo del quartiere, di essere l’unico vivo in mezzo ai morti – e mi apposto nell’oscurità implorando per poche parole. Una volta scrivevo per vivere. Ora voglio scrivere per morire. Non basta che scriva a tutti che sono morto. Bisogna che mi uccidano. E forse in questo modo riuscirò a esorcizzare la morte che vivo.

     Con amore,
Odesseo.

     La storia della città è scritta sui suoi edifici e strade, nelle sue piazze e nei vicoli. È scritta dalle orme del passante che cammina e la legge. E in questa lettura/girovagare, la storia della città diviene la città stessa: una città costruita per essere letta dagli uomini che la scrivono: grigia, stretta e sottile, come fogli di pergamena, ospitali all’occhio del lettore e alla mano di chi scrive. E le sue luci sono sempre accese – perché l’oscurità la uccide.

*

     – Spegni la luce, Padre.
     Il visitatore chiuse la porta dietro sé e spense la lanterna che reggeva fra le mani. Con la scarsa luce della luna che scivolava dallo stretto lucernario, contò i passi fino al centro della piccola stanza. Dispose una sedia di fronte al tavolo e sedette.
     – Così è meglio, Padre. Perché anche i muri hanno orecchie.
     Il monaco si tolse il cappuccio dalla testa e lo raddrizzò dietro la nuca. Sulla testa calva gli brillavano alcuni peli d’argento al chiar di luna.
     – Mi aspettavi, no?
     – Aspettavo venisse qualcuno. Non per forza tu, padre Epifanio.
     – Non sei felice che sia venuto?
     – Tu sei felice d’essere venuto?
     – Mi fa piacere vederti. Ogni volta che ne ho l’occasione. Ma tu?
     – Io cosa?
     – Non mi hai nemmeno dato il benvenuto.
     – Non sei venuto qui per questo.
     L’uomo raddrizzò il petto e poggiò il dorso allo schienale della sedia. Vedendo aumentare la distanza che li separava, il monaco poggiò il petto al tavolo e si piegò in avanti. La sua voce si fece secca e sottile.
     – Per quale motivo pensi che io sia venuto, Odesseo?
     Per alcuni istanti, suoni lontani ruppero il silenzio, come parole che sibilassero e scoppiassero dall’altra parte della città.
     – Allora, sai perché sono venuto? ripeté il monaco.
     – Per leggermi.
     Un tiepido sorriso tagliò in due il volto del monaco, rendendone ancora più glaciale lo sguardo già freddo.
     – Sai bene che non occorra io mi disturbi a muovermi per leggere qualcosa, tanto meno a scendere in questa topaia dove ti nascondi. Ciò che scrivi, dovunque tu lo scriva, giunge fino a sopra – e tutti possono vederlo.
     – Ho detto che sei venuto a leggermi. Me. Sei un prete – per quale motivo saresti venuto qui, specialmente tu, se non per leggere me?
     – Furbo, divertente il tuo gioco di parole, come sempre. Però non sono venuto a leggerti, e nemmeno ad annunciarti la tua ora.
     – E allora? Perché sei venuto?
     – Non sono io ad essere venuto. Tu mi hai portato.
     – Pensavo ti avessero mandato quelli di sopra. Ma anche così come la metti, posso capire. Da qualunque posto giunga la nemesi, è la bestemmia a chiamarla. E, come sembra, la mia bestemmia non è rimasta inascoltata. Benvenuto dunque, padre Epifanio. Sono pronto a pagare. Prendimi, portami al tribunale, o direttamente all’esecuzione. Se lo preferisci, uccidimi qui – non perdiamo tempo.
     – Non lo farei, nemmeno se conoscessi il motivo per cui tu meritassi di morire. Ma non lo conosco.
     L’uomo allungò le braccia e afferrò le mani del monaco.
     – Perché la fai così difficile, preticello? Sei venuto per la lettera, non è così? Ti hanno mandato quelli di sopra ad annunciare la mia fine – a guidarmi all’annichilimento. Allora smettila di giocare con con i miei nervi.
     – Cosa vuoi che faccia, ragazzo mio?
     – Ciò per cui sei venuto.
     – Te l’ho detto, Odesseo, tu mi hai portato.
     – Va’ al diavolo, vecchio! Piantala con i filosofeggiamenti e i giri di parole. Sai benissimo che non puoi vincermi al mio stesso gioco.
     – No, Odesseo, non posso. Sei tu a mettermi in bocca le parole e a scegliere per te stesso le migliori. E come mi hai portato quaggiù, così mi fai dire tutte queste sciocchezze. Ed è vero, non posso vincerti al tuo stesso gioco. Tuttavia so che presto perderai.
     – Perché pensi che succederà?
     – Perché giochi da solo, Odesseo.

*

      L’alba lo trovò solo, disteso sul pavimento, avvolto in un saio di lana. Certo non fu l’alba a trovarlo, né altri – pensò questa frase per dichiarare un’altra presenza, oltre la sua. Se avesse cominciato dalla prima persona avrebbe potuto parlare di se stesso nella terza – come fosse altri. Avendo però iniziato dalla terza, pensò di portare qualcun altro – forse una “quarta” persona – a fargli visita. Ma nessuno accettò di venire.
Così, l’alba lo trovò solo, disteso sul pavimento, avvolto in un saio di lana. Si sollevò e appoggiandosi sui gomiti si guardò in giro. Tutto era come sapeva: il letto, il tavolo, le due sedie – come le aveva lasciate nel sonno. Toccò un lembo del saio e rise. “Padre Epifanio! Ma come m’è venuta”?
Attorno a lui giacevano carte, centinaia di pagine. Ne prese una a caso e iniziò a leggere.
     È passato molto tempo dal giorno che ti scrissi l’ultima volta…
     Seguendo le parole, le vide allinearsi senza andare mutare di riga, scivolare dalla carta – insieme al suo sguardo. Le vide che lo circondavano e gli si distendevano intorno. Le inseguiva sul pavimento, sui muri, sul soffitto, e le ascoltava sibilare –
     il solo suono che emettono, come le pietre dalla mano di chi le lancia con la fionda
     – stese la mano al muro per prenderle, ma le parole diventavano tutt’uno con il muro e poi ne scivolavano via –
     La storia della città è scritta sui suoi edifici e strade
     e volavano – e il suo sguardo insieme a loro.
     Per la prima volta vedeva la città dall’alto: vide il matto del quartiere che correva con una canna, a volte tenendola come scettro, altre volte brandendola come per scacciare i cani – e dietro lui i ragazzini che gridavano “Bravo”!
Il sindaco intento a scherzare con una compagnia di straccioni, che gli si stringevano intorno e ridevano e gli toglievano dall’uniforme le medaglie e i bottoni.
Vide il carceriere contarsi le dita, guardando le stelle, e urlare “Non ci credo! Non ci credo!”
E vide un altro girare nei cimiteri e scrivere sui libri mastri ciò che vedeva scritto – e da ogni libro mastro ne sbocciava un altro.
     Là, al cimitero, gli si fermò lo sguardo. Come di solito fanno i morti – prima di morire – cominciò a leggere le lapidi. Su una, la più alta, lesse:

    

MURA

     Continuò piano, sino al termine, alla base della lapide –
     dal mondo esterno.
     Sulla pietra tombale di marmo, un bambino giocava da solo a dadi, sussurrando qualcosa come una canzoncina infantile.

     tu solo giochi, Odesseo
     tu solo giochi, Odesseo
     tu solo giochi, Odesseo

     Non serve che sia qualcuno a uccidermi. Basta che scriva a tutti che sono morto.
     Senza tristezza, senza vergogna oggi Odesseo è morto in una riga.

 

***

CREATIO PRO NIHILO

 

     La città poteva essere Bratislava, Budapest o Novi Sad. Il giorno poteva essere un qualunque lunedì o martedì. Ma il luogo e il tempo non hanno importanza per la storia che fortuitamente lessi sul diario di uno sconosciuto (il pomeriggio di un mercoledì) dimenticato nella piazza centrale della città. Il motivo per il quale mi trovavo lì non riguarda nessuno, se non un bel volto, lo sguardo veloce e gli occhi oziosi, che tardò quanto bastava al nostro appuntamento.[1]
     Sedetti su una panchina, con le gambe aperte, le mani distese sulle ginocchia e il risaputo sguardo che ha chiunque aspetti. Il posto accanto a me era vuoto. Non sembrava attendere nessuno, come invece facevo io. Pensai a quante panchine potessero essere vuote a quell’ora in piazza della Democrazia, dove passano migliaia di uomini, ogni mercoledì alla stessa ora, sorpassando il Cavallo, ignorando il Principe, ognuno non curandosi dell’altro, di me, dei miei pensieri, di quante panchine possano essere vuote a quell’ora in piazza della Democrazia. Allo stesso modo, la panchina che mi ospitava serbava la stessa indifferenza di tutti quelli che mi incrociavano. Non gliene importava di ciò che ci accadeva intorno, non aspettava nessuno, perché lì c’ero io.
     Accanto a me c’era un diario. Non lo avrei detto dimenticato poiché era appoggiato di costa, come nelle vetrine delle librerie. Il pensiero che l’avesse scordato qualcuno, anche se logico, avrebbe stancato senza motivo il probabile lettore (me, nella fattispecie), senza offrire alcun servigio al ratto della storia che iniziò subito a dipanarsi.  Guardandomi a destra e a sinistra, fingendo indifferenza, lo presi fra le mani. Era caldo, quasi mi fosse appena stato consegnato dalle mani del proprietario. Il colore, indefinibile, caffè o mattone scuro, e la copertina rigida, ma ceduta e rovinata alle estremità, testimoniava delle infinite notti passate da qualcuno chino su di esso. Sulla copertina si leggevano tracce di sudore, sale, bolle di liquido, acqua, forse anche olio e salsa, qualunque cosa possa trovarsi fra le nostre mani quando prendiamo un oggetto talmente personale come un diario. Le pagine avevano il colore dell’ocra, come ingiallite foglie autunnali.
     Non c’era motivo di tardare oltre la lettura. Sulla prima pagina era scritto il nome del proprietario (che, per varie ragioni, non rivelerò). Dopo alcune pagine bianche, mi soffermai su una una di quelle che mi riposavano sotto la mano destra. Il foglio era di un altro quaderno. Sottile, di un morbido colore rosa, incollato alla buona alla pagina successiva. A matita era scritta la frase:

     Con i tuoi orienti e i tuoi occidenti mi misuri gli anni, ed io invecchio.

     Voltai pagina passando al foglio ingiallito, innaturale seguito del precedente, dove era scritto, sempre in matita, a lettere mezzo cancellate:

     Quando sorgi, mi precipito alla finestra per darti il benvenuto. Quando tramonti, ti accompagno a cuor pesante fino alla porta. Ma da quando sei venuto abiti qui, e non tramonti e non sorgi.

     Ritornai al foglio rosa con la speranza di capire. Voltai la pagina nell’unico modo che la repellente giunzione permettesse, da sinistra verso destra. Nel centro di un cerchio di cuori e baci, disegnata a pennarello rosso, in bella calligrafia e lettere maiuscole, lessi:

SEI IL MIO SOLE

     Un forte vento venuto dal nulla staccò il foglio dal diario. Viaggiò randagio per un poco nell’aria e atterrò ai piedi della ragazza che aspettava alla fermata dell’autobus. Lei chinò la testa, vide il foglio. Rialzò gli occhi, guardò a sinistra, a destra, e ancora a sinistra. Era arrivato l’autobus. Salì in fretta, scomparve per poco fra la gente per poi ricomparire seduta al finestrino. Era molto bella – e altrettanto veloce. L’autobus partì, e lei insieme. Il foglio rosa la seguiva ruotando incollato alla ruota posteriore, come un allegro luna park.
    Tornai al diario, voltai pagina.
     Voleva fortemente saperne il nome. S’interrogò intere settimane su come chiederglielo. “Se mi dici come ti chiami, ogni volta che sentirò il tuo nome avrò un tuffo al cuore.” E se lei avesse rifiutato? Lui avrebbe insistito: “Il tuo nome non ha volto, non lo conosco. Dimmelo, che così abbia un volto, e che ogni volta che lo sentirò mi ricorderà che ti conosco, saprò che esisti”. Lei l’avrebbe guardato interrogativamente fino a scoppiare a ridere. Ma lui avrebbe insistito:
     – Dammi il tuo nome, ti prego. È importante per me, mentre per te è soltanto una parola.
     E lei lo avrebbe preso in giro, giocando con la sua insistenza:
     – Se te lo darò, lo perderai
     – Non lo perderò, te lo giuro.
     – Vuoi che io ti dia il mio nome e tu mi offri in cambio una promessa? Bello scambio! Se te lo do, lo perderai fra i volti che portano il mio nome. Me se non te lo do, sarà bello pensare che lo cerchi.
     – E allora ti darò io un nome, un nome che avrai solo per me.
     – Non farlo. Se ti dirò il mio nome, lo perderai. Me se me lo dessi tu, potresti perdere anche me.
     – Ti chiamerò Maria.
     – No!
     – Elena.
     – No, ti ho detto!
     – Eva.

     Il volto senza nome chiuse l’ombrello, entrò in un taxi e si perse risalendo per viale Re Pietro. Lui, fuori dalla kafana, restò a guardare la strada deserta, un grande punto interrogativo sospeso sopra la testa. La pioggia gli teneva compagnia cercando di farlo tornare in sé, finché non fu lui stesso a capire di essersi bagnato abbastanza.

     Si trovò a casa senza sapere come. Prima ancora di aprire la porta si era già tolto la camicia fradicia. Entrando, si sfilò le scarpe, buttò le calze sul tavolo ed entrò nel bagno. Si lavò le mani, orinò, si lavò i denti. Poi andò in cucina e aprì il frigorifero. Trovò due fette di salame e se le portò in soggiorno. Prese dall’armadio l’unico bicchiere da cognac, lo poggiò sopra il calorifero e crollò sulla poltrona. E tutto ciò con con comprovata abitudine e una naturalezza diretta con maestria, come succedeva ogni volta volesse sentirsi davvero nella misericordia dell’amore, perduto, separato da se stesso, colmo di follia e ansia d’attesa.
     – Eva!
     Senza muoversi dalla poltrona, vide se stesso alzarsi e trascinare i piedi, due passi due, fino al comodino. Lo vide puntare la sveglia per le sette del mattino, come ogni giorno, e poi sdraiarsi sul letto. Lo vide scrollare il cuscino dalla polvere, batterlo per gonfiarlo e poi infilarlo fra il materasso e la testiera. Lo vedeva guardare il muro di fronte, lo sguardo perduto nel calendario. Anche lui si voltò a guardare il calendario con la fotografia del Grande Lago di Mljet. Mentre distoglieva lo sguardo dal muro e tornava a se stesso sul letto, vide che anche l’altro lo guardava. Gli sguardi si incrociarono nel centro della cameretta, si illuminarono e sorrisero con un cenno, come si fossero messi d’accordo. Entrambi si alzarono e corsero al muro di fronte, al calendario. Nel tentativo di battere l’altro, uno dei due (non importa chi) scivolò e cadde nel Grande Lago. L’altro cerchiò una data sul calendario:  Una settimana basta e avanza, disse fra sé. Andò (o tornò) a letto, si sdraiò e chiuse gli occhi.

     Sognò un grande lago dalle acque verdazzurre, inquadrato dalle ciglia. Poi sognò un’isola tutta verde al centro del lago. La spiaggia, stretta, di ciottoli bianchi, riluceva al sole come marmo lavato. Mentre saliva la bassa collina, apriva con gli occhi un sentiero fra pini e cipressi, abeti e castagni. Distese il palmo e toccò il tronco di un castagno.  Ne sentì la forza, lo scorrere degli umori all’interno del corpo denso. Quindi proseguì. Il sentiero seguitava ad aprirsi intanto che lui saliva verso il grande giardino con i frutti, gli ibischi e i gigli. Si guardò per un momento indietro. Non c’era più sentiero – oltre l’ombra nera dei pini e dei cipressi, il lago riluceva flebile sullo sfondo, il sole che calava.  Annusò la brezza mista agli aromi dei fiori. Ne sentì il respiro, fresco e profumato, ne sillabò la cannella, la menta e la rosa.

     Giunto in cima, si voltò e osservò l’ultima luce del sole diluirsi nell’acqua in migliaia di petali di rosa. Il lago fumava e il suo respiro spargeva luce tutto intorno all’isola, avvolgendola di una leggera nebbia dorata. Si distese sulla terra umida e chiuse le ciglia. Sulla scena nera dei suoi occhi, si aprirono quelli di lei.
     Lo svegliò il sole del pomeriggio. Balzò in piedi e cominciò a contare la terra con i passi. Incise con lo sguardo rette, angoli, archi e triangoli. Segnò il punto dove più cadeva il sole nel suo culmine, Con gli occhi scavò un poco la terra. Le tracce della luna non avevano fatto in tempo ad evaporare. Giusto là, eresse davanti a sé un alto muro con l’occhio destro. Lo misurò, livellò e poi con l’occhio sinistro ne circondò il destro, così da vedere sia all’interno che all’esterno del muro. Quindi camminò fino al centro e si sdraiò sulla terra. Il sole splendeva caldo, gli ricamava il volto con aghi d’oro. Chiuse gli occhi.
     Quando li riaprì, tutto era al proprio posto. Le tende si muovevano lievi davanti alla porta del balcone carezzando i lembi della vestaglia abbandonata sul bracciolo destro della poltrona, a sinistra della vetrata. Dietro la poltrona c’era la lampada, più a destra la toletta con lo sgabello di velluto rosa davanti allo specchio. A destra della vetrata, la porta del bagno, socchiusa. Più oltre, la scala a chiocciola di legno che portava al pian terreno, alla sala e alla cucina. Al corrimano pendeva la cintura della vestaglia. Si alzò dal letto, nudo com’era, e s’avvicinò alla porta sul balcone.  Lanciò uno sguardo obliquo al bagno, aprì la finestra e uscì sul balcone.
     Ancora non era l’alba ma l’aria era calda. La brezza gli portava al volto il profumo dei frutti e delle rose del giardino. Alla prima luce dell’oriente si scorgevano, sul fondo, le rive del lago. Ascoltò di nascosto la canzone ritmica del rospo. Bassa e monotona, saliva ad incrociare il trillo e il roteare degli uccelli che creavano scompiglio nel bosco salutando il sole. In questo concerto magico, poteva distinguere un assolo particolare, come un fischio o uno schioccare, insieme ritmico e senza tempo, come seguisse un tempo tutto suo. Guardò al piano di sotto. Il sole sorgeva in quel momento.
     La vide in piscina nella luce mattutina. Nuotava sotto l’acqua in un lungo tuffo infinito. Seguì una vertigine, che però lui attribuì all’altezza. Ebbe come l’impressione di vederla per la prima volta, come tutto il resto intorno, ma sapeva trattarsi di una sensazione passeggera, ancora meglio un’illusione giustificata dalla bellezza irripetibile del momento. Come in visita alla vasca dei delfini, si sporse alla ringhiera per ammirarla nuotare. Il tempo era tutto suo.  Tutto era suo, e ora poteva goderne. Non c’era bisogno d’altro, né altro si aspettava, aveva quanto desiderasse, il sogno s’era fatto realtà, perché lei era là.
     Nella beatitudine delle sensazioni e nella serenità del momento non fu turbato dall’improvvisa freschezza di lei che l’avvolgeva fra le braccia, che ancora gocciolavano acqua. Lo baciò dietro l’orecchio sussurrando: “Finalmente ti sei svegliato! Un altro po’ e facevo colazione da sola”. Lo prese per mano e lo portò dentro, in camera. Fece scivolare a terra il telo da bagno, che rivelò un corpo perfetto. Roseo, etereo, caldo, come luce concentrata che si riversa nello spazio e lascia gli occhi abbagliati. Non poteva smettere di guardarla. E neanche fece in tempo a misurare la velocità con cui lei se lo portò alla bocca, lo cavalcò e poi lo strinse fra le cosce mettendoglisi sotto, mordendogli le guance, le labbra, il mento, le spalle, conficcandogli le unghie nei glutei e urlando che mai l’avevano scopata così.
     Quando finirono, lei gli si sdraiò accanto e carezzandogli delicatamente il costato, quasi contasse. Mentre sprofondava nel sonno, la sentì che gli bisbigliava all’orecchio quanto avesse goduto quando lui le era venuto dentro e poi aveva urlato il suo nome.
     Il mattino dopo non fu sicuro di essersi risvegliato nel sogno. Lei non c’era più. Involontariamente si mise la mano sul costato, quasi per contare. Uscì sul balcone e diede un’occhiata in giro, in piscina, nel giardino. Non la vide da nessuna parte. La chiamò ma la sola risposta fu l’eco del suo nome. Tornò in camera e andò in bagno. Guardò nello specchio e non vide il proprio volto. Sul lavandino un foglio di carta, piegato a metà, su cui era scritto in rosso: Sei il mio sole. Sorrise, mise da parte il foglio perché non si bagnasse e aprì l’acqua.

     L’acqua fredda lo svegliò. Si guardò nello specchio, il volto giallo come un limone, le borse nere sotto gli occhi.  Fece per prendere l’asciugamani ma gli scivolò dalle mani. “Ma vaffanculo anche te”, disse fra sé. Si chinò per raccoglierlo e sentì la testa che si rompeva. Si trascinò fino al letto, dove ricadde stecchito, senza spegnere la luce, senza chiudere gli occhi. Il buio che scendeva attorno a lui non era sonno.

     Dopo poco lei lo raggiunse e gli si distese accanto avvolta nell’accappatoio. “Mi è piaciuto molto farlo nella doccia!  E mi ha risvegliato l’appetito. E a quanto vedo anche te.” L’erezione era ben visibile anche sotto le lenzuola.  Lui la guardava perplesso, senza il coraggio di muoversi mentre lei lo cavalcava. Lo scopava con furia, grugnendo e urlando che stava per venire, finché non venne – e lui restò a guardarla, perplesso, senza il coraggio di muoversi, senza poter dire una parola. Lei, in un ultimo spasmo, si stirò bruscamente indietro, e poi si lasciò ricadere su di lui, le labbra che cercavano le sue, che sulle sue andavano a riposarsi e si lasciavano sfuggire un vago “Grazie, mio Adamo”.
     Al sentire la frase, la spinse lontano, la afferrò con violenza per un braccio.
     – Non mi chiamo Adamo.
     – No, mi fai male.
     – Non mi chiamo Adamo.
     – Amore, non mi far impazzire. Non capisco, davvero. Conosco il tuo nome, come tu conosci il mio. Sei Adamo, il mio Adamo, fin da quando stiamo insieme, da quando ho ricordo di me. Da sempre.
     – Questo nome non l’hai mai sentito. E io non t’ho mai detto il mio nome. E nemmeno mi hai mai chiesto come mi chiamo.

     Le sue mani, pugni vuoti, le stringevano le braccia, che un poco alla volta evaporavano diventando tutt’uno con la luce del crepuscolo. Pochi metri più in là, il corpo sognato si ricondensava nell’ombra della ragazza che aspettava sola alla fermata dell’autobus, nell’ormai vuota piazza della Democrazia.”

     In quel momento cominciò a piovigginare. Chiusi il diario, lo riposi nella cartelletta e nonostante la pioggia si facesse più forte risalii per Re Pietro, deciso a misurarmi con me stesso. Il lettore benevolo, che ha avuto la pazienza di accompagnarmi in questa narrazione, sono certo rispetterà il mio desiderio di non scoprire il seguito.

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[1]    Si tratta dello stesso volto di cui parla Milorad Pavic nel penultimo paragrafo del Lessico dei Chazari.
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POETI GRECI CONTEMPORANEI

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3 pensieri riguardo “Poeti Greci Contemporanei (XII)”

  1. Libro affascinante, nella struttura, e labirintico. Grazie della segnalazione e della traduzione. Sono personaggi come te, Massimiamno, che nomadicamente sanno catturare i libri giusti, e poi condividerli.

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