Con un marchio preciso

Porrajmos

Marco Ercolani

Con un marchio preciso

Pavel Hadeu

“Quanti rom hanno perso la vita nei campi di concentramento? Quanti zingari Hitler ha internato e ucciso dal 1942 al 1945?”.
“Nella mia testa c’è una lavagna nera. Hadeu. Pavel Hadeu. Ho 76 anni e mi chiamo Pavel Hadeu. Nella mia testa c’è una lavagna nera. Tutti i libri parlano solo delle persecuzioni ebraiche, tutte le fotografie ricordano solo le vittime dei pogrom. Il primo campo di concentramento solo per noi era il lager di Lockenbach, nel Burgland. Non c’è mai stato un archivio che conteggiasse le nostre esistenze. Per raccontare freddo, fame, morte e paura, ci vogliono parole, ci vuole scrittura. Noi zingari non possediamo né le une né le altre”.
“Cosa pensava Hitlter di voi?”.
“Secondo Hitler non siamo mai stati responsabili. Ladri, nomadi, truffatori, assassini, ma non responsabili. Dei poveri malati: le nostre cellule possiedono il Wandertrich, il gene dell’istinto al nomadismo, da cui un’accurata igiene chirurgica avrebbe potuto liberarci – quella che il dottor Köhler chiamava lobotomia selettiva”.
“C’è niente di scritto sull’eccidio dei rom?”.
“Io ho 76 anni, mi chiamo Pavel Hadeu. Nella mia testa c’è una lavagna nera. Ripeto il mio nome tre volte al giorno, perché attraverso il mio nome esistono ancora tutti i nomi che sono stati cancellati e tutte le vite che sono state soppresse nel corso di questi ultimi cinquant’anni. Vuoi rendermi giustizia? Pubblica queste mie parole: digitale sul video, scrìvile sui libri, grìdale in televisione. Che brulichino in mezzo alla gente occidentale. Nella notte dei tempi tutti gli uomini erano dei rom. Noi siamo, da sempre, il popolo segreto di cui gli altri – gli stupidi, crudeli gagiò – si vergognano. Alcuni generali delle SS – i peggiori gagiò – ridevano fino alle lacrime della rima fra pogrom e rom. Se potessi ricordare tutto, adesso, non pronuncerei discorsi libertari ma comincerei, fin da ora, con una lunga cantilena, scandendo sillaba dopo sillaba, nome dopo nome, a leggere i nomi di tutto il mio popolo: a ricomporre il mio popolo qui, davanti a me. Ma dentro la mia testa c’è solo una lavagna nera”.
“Lei ricorda i loro nomi?”
“Chi ricorda i nomi di tutti gli zingari del pogrom? Chi ha abbastanza memoria da riempire l’aria con un interminabile elenco di suoni, sapendo che ogni suono è stato un corpo che rideva e piangeva? La soluzione finale per noi fu decretata da Himmler il 16 dicembre 1942 nel settore B2 del Lager di Birkenau”.
“Quante sono state le vittime?”.
“Intervistate gli autori materiali del massacro o disseppellite durante il giorno interminabili campi di ossa di bambini e di adulti. Avrete il numero esatto”.

Hans Fossl

Nel campo di Fuhlsbüttel trecento omosessuali giunsero a pomeriggio inoltrato, una piovosa sera d’inverno, dentro sette vagoni merci, e vennero internati tutti nell’ala sinistra del campo come una categoria particolare di prigionieri.
Heinrich Himmler, il comandante del campo, che fino ad allora non si era reso colpevole di particolari atti di crudeltà, non esitò ad affermare, all’adunanza del mattino seguente, che quei pervertiti erano pericolosissimi per l’«equilibrio della nostra comunità», perché alla minima occasione «si sarebbero gettati l’uno nelle braccia dell’altro» e, anche se fisicamente malconci, «avrebbero perseverato con ostinata lussuria nel loro vizio».
Vedendo quegli sventurati Hans Fossl fu invaso da una folle pietà. Di uno di loro, un ragazzo calvo di ventisei anni, di nome Joseph Szalk, si innamorò perdutamente. Joseph non riuscì a salvarsi dall’ennesima tortura di Himmler.
Fossl sopravvisse ma da allora, in qualsiasi giorno e in qualsiasi anno, non si sente vivo abbastanza. Non abbastanza. Respira perché nella sua memoria ci sono ancora certe figure dolenti che vagano dal lato sinistro del campo. Ricordandoli, ha l’illusione di cambiare i loro occhi, di trasformare i loro volti, di sottrarli al dolore che soffrirono e alla morte che li uccise. Di cambiare ancora il destino di Joseph. Talvolta si sveglia, nel cuore della notte, con la sensazione, potente e felice, che questo possa realmente accadere.

Triangolo rosa

Hans Lichstein

“Mi parli del marchio, colonnello”.
“È accaduto esattamente così. Scrittori, ebrei, zingari, diseredati, li volevo tutti con un marchio preciso in mezzo ai capezzoli. Dovevamo avere un modo per riconoscerli. Quelli si travestono da borghesi, sembrano normali, si accoppiano come tutti gli altri uomini di razza ariana. Ma sono diversi, come sappiamo bene. Ecco la soluzione, semplice e pulita: il marchio. Parola del colonnello Hans Lichstein. La Polizia Speciale avrà un solo scopo: individuare i sospetti e tatuare nei loro corpi il segno. Meglio se fin dalla nascita. Oppure alla prima occasione: servizio militare, controlli sanitari, eccetera. Ovviamente, il marchio non sarà visibile a occhio nudo. C’è chi potrà vivere una vita ineccepibile, al di là di ogni sospetto. Ma, alla prima visita medica, basterà scoprirgli il torace e sfiorargli i capezzoli con un guanto speciale, sul quale abbiamo sparso una certa dose di opportuna polvere bianca, e saremo in grado di individuare il segno. Semplice e definitivo. Nessuno potrà più sfuggirci, anche se si comporterà in modo non sospetto. Noi sapremo sempre chi è diverso da noi. Nessuno potrà più mascherarsi da ariano e ingannarci con la sua finta aria di superiorità. IL MARCHIO: basta con gli equivoci. Parola di colonnello”.

Enrico Levi

Il 13 ottobre 1944 il professor Levi si decise a traslocare: tutti i mobili della sua casa, dal letto alla scrivania, dalle biblioteche agli armadi, furono stipati con fatica nei vagoni ferroviari. Controllò che non mancasse nulla: fino all’ultimo istante impartì ordini agli operai che caricavano. Era ansioso, trafelato, impaziente: non voleva perdere nulla. Là c’era un libro decisivo per il suo passato, là un orologio che gli ricordava un pomeriggio felice.
Il treno partì da Napoli alle otto e trenta di sera.
Durante il viaggio, all’incirca verso mezzanotte, sentì che il treno si fermava, ma in assenza di qualsiasi stazione. Avvertì qualche scricchiolìo, che attribuì a dei rami secchi gettati sulle rotaie dai partigiani. Il convoglio si fermò per circa nove minuti. Nel cielo apparvero lampi. Là, a nord, si stava combattendo ancora.
Arrivato a destinazione, scese dal treno e si voltò. Una strana meraviglia lo invase, più acuta del dolore che provò un secondo dopo. Tutti i vagoni erano stati staccati, escluso quello in cui aveva viaggiato, e il macchinista era fuggito. Mobili, letto, libri, specchi, bauli – non era rimasto nulla. La sua casa era scomparsa dai binari. “Pazienza” bisbigliò trattenendo una risata irrefrenabile, e tornò senza rimpianti nel suo scompartimento.

Aldo Gandiglio

I lampi delle ultime bombe avevano rischiarato a giorno il cielo notturno. Aldo Gandiglio aveva diciannove anni, allora, e rideva con gli amici di trincea, fumando e ricordando una maldestra avventura galante. Anche loro ridevano senza ritegno, le facce sporche di fango. Qualcuno aveva le lacrime agli occhi. Altri si stringevano i pugni sulle ginocchia, sussultando. Un ordine, via telegrafo, lo raggiunse: il comandante della guarnigione voleva vederlo subito. Obbedì. Si lasciò alle spalle la trincea, percorse uno stretto condotto di fango, sfiorò baionette arrugginite, corpi addormentati in piedi; percepì respiri rauchi. Sentì anche un lontanissimo, sordo boato. Alla fine, era nella tenda del comandante. Lui gli disse qualcosa che adesso, dopo ventisei anni, mentre gioca con la figlia e non smette di fumare, stenta a ricordare. Salutò sull’attenti, girò la schiena all’ufficiale, ripercorse a passi veloci lo stretto condotto fangoso. Tornò. La dove c’era stata la trincea, dove dieci minuti prima aveva riso e scherzato con i suoi amici di diciassette, diciotto, diciannove anni, c’era un immenso buco nero. Nessuna traccia dei sacchi di terra, del fango, delle provviste, dei corpi. Neppure un osso visibile. Polvere mescolata a polvere. Abbassò gli occhi. Si accese una sigaretta e ricordò che fra un mese e tre giorni avrebbe compiuto diciannove anni. Lui, Aldo Gandiglio. “Per tutto il tempo della mia vita futura, Gianna, anche se mi sono sposato, anche se ho avuto una figlia da te, non ho mai dimenticato quel buco dove, in mezzo a corpi esplosi e irriconoscibili, doveva esserci anche il mio”.

Arturo Miceli

Non sapevano come riferirglielo; non sapevano, letteralmente, come comunicarle la notizia. Per quel surreale, impensabile evento, quali parole usare? Come dire a una giovane donna che il suo fidanzato, Arturo Miceli, ufficiale di ventisei anni in congedo, affacciandosi alla finestra durante il bombardamento, ha avuto la testa staccata di netto dal violentissimo spostamento d’aria provocato dal volo radente di un aeroplano? Come dire, a una donna di diciotto anni, di nome Nora Cassini, che un semplice colpo d’aria ha decapitato l’uomo di cui soltanto ieri aveva baciato la bocca viva? Come riferirle che nessun evento preciso e cruento è stato responsabile di quella morte? Come spiegarle che è volata via così, da un secondo all’altro, quella testa umana, proprio quella che amava, e il resto del corpo è ancora lì, afflosciato sul balcone, in attesa che arrivi la polizia a constatare il decesso? Come simulare una impossibile parola di conforto? Come non essere presi dalla voglia, almeno per un attimo, in segreto, di ridere di quella storia irripetibile e grottesca, di quella storia a cui nessuno crederebbe come non si crede al vaneggiamento di un idiota?

Bosnia

Ivan Orten

Monica Klej rilegge ogni settimana la lettera del fidanzato Ivan Orten dalla città di Bihac:
“Ti scrivo, Monica cara, da questa sfortunata e straordinaria città, che attende il suo destino. Siamo centottantamila, ma viviamo giorno per giorno, come un gruppo sparuto di profughi, e ci accontentiamo di piccole cose. La normalità è un ricordo lontano. Qui a Bihac nessuno può entrare né uscire: siamo completamente isolati. Dal fronte arriva, ogni pomeriggio, un gran numero di feriti e non abbiamo neppure gli antibiotici per curare i bambini più gravi. L’ospedale, come sai, è privo di rifugi sotterranei. Aspettiamo gli ordini di Milosevic e le granate di Mladic. Ieri, presso il fiume Una, hanno colpito in pieno un giovane e la sua testa è rotolata nell’acqua. I bambini giocano per strada con indifferenza e non temono le esplosioni: sanno distinguere, dal suono, il rumore di una granata dal tonfo di una bocca di cannone, e discutono seriamente la differenza.
Ci riferiscono che i nostri soldati mangiano zucchero per non impazzire, che si stringono le mani di notte, e divorano funghi e lumache. Lungo le strade per il monte Igman, a Tuzla e Sebrenica, ci sono teste infisse sui pali e corpi decapitati piazzati nelle posizioni più ridicole.
Ogni tanto ridiamo: ci basta un nonnulla. Ieri, guardando una donna che trasportava il marito invalido in carriola, siamo scoppiati a ridere fino alle lacrime. Da noi sono molti i musicisti, soprattutto gli insegnanti di chitarra e di pianoforte. La musica, in queste lunghe notti, ci permette di essere normali e di sognare. Danko Stubac, un serbo che ha scelto di vivere con noi, compone filastrocche per i bambini, e ha appena terminato un libro di canzoni…
Viviamo così. Io, Ivan Orten, sto dimenticando la forma del tuo viso. Vedo un susseguirsi di scene, tutte diverse e tutte uguali, da cui la morte non scompare. Ma, ogni giorno in più, imparo a nascere, molto lentamente. Anche un respiro, uno scricchiolìo, una briciola di pane, diventano le rivoluzioni di una galassia, in questo momento storico in cui l’uomo ha smesso di appartenere alla storia e vive alla macchia come vivo io, rannicchiato nell’angolo lontano di qualche città assediata, abile a diventare invisibile quando lo esigerà la deflagrazione di una bomba”.

Michel Davies

Robert, ormai quasi più senza la forza di sollevare il braccio, apre la lettera di Michel e legge:
“No, non ti scrivo perché tu interrompa il tuo digiuno! Non ti chiederò di vivere, Bob, come implorano i tuoi amici (ma sono veramente tali, se ti supplicano di fare questo?). La tua sovversione sarà coerente – lo so – fino alla morte fisica. Non ci sono vie di mezzo. Ma io, Michel Davies, io vorrei che, alla fine di tutta questa lotta, con il tuo cadavere morto di fame in quella fottuta cella irlandese, tutti i prigionieri politici di Belfast si alzassero in piedi e leggessero a voce altissima le tue ultime parole, le sillabassero, quelle dannate e magnifiche parole, una per una, a partire dall’ultima cella a nord. Sono sicuro che la stupefacente energia dei suoni emessi sincronicamente dalle loro voci avrebbe il potere di sbriciolare l’acciaio di tutte le sbarre di tutte le carceri d’Irlanda, polverizzare i divieti, le barriere, i ghetti, le censure, provocare disastri, terremoti, rivoluzioni, e trasformare questa orgogliosa nazione sconfitta in esercito armato e vittorioso. Ma, appunto per questo, io voglio le tue parole. Non te ne andare via muto, con il corpo che si riduce a nulla. Lascia scritto qualcosa. Non mangiare più e muori, se vuoi, ma lascia qualcosa, fosse soltanto il tuo nome, che possiamo sillabare nel buio per giorni. Spero che tu obbedisca. Spero di leggere, magari su un pezzetto di carta igienica trafugata da un secondino, il tuo nome: Robert Sands.

Bobby Sands mural in Belfast

Charles Marais

Di quanto accadde durante l’interrogatorio, in quel mattino di giugno, delle parole che fu costretto a udire mentre cercava di concentrarsi solo sul canto degli uccelli, avrebbe voluto non ricordare nulla, ma i colpi si susseguivano ai colpi, i calci agli schiaffi, gli sputi ai pugni, doveva pur rispondere alle loro domande, ma a quanto gli chiedevano rispondeva di non sapere e di non capire niente; loro volevano prove, esigevano nomi, e lui diceva di non avere né prove né nomi, ma sentiva, dalle loro voci dure, spietate, atone, che, se non avesse risposto con la precisione che esigevano, sarebbe stato sotterrato nel cortile del carcere. La fossa era già pronta, spalancata. La tortura e poi la morte. Allora, estenuato, si risolse a dire ciò che ricordava realmente, ciò che sapeva realmente, e cantò per diverse ore, con linguaggio appropriato. Cantò e continuò a cantare, imitando il canto degli uccelli. Loro si sentirono offesi da quella beffarda imitazione. Lui sapeva, cantando, che quella era la più violenta resistenza alla loro violenza. Non lo uccisero, non giustiziarono, chissà perché. L’eroe della resistenza, Charles Marais, è ancora chiuso nella sua cella e aspetta la fine della guerra. Sa che nessuno parlerà di lui come di un eroe. Loro hanno tutto il tempo di infamare il mio nome. Lui sa che ci riusciranno.

Rowell Broom

Accusato di stupro e di assassinio, nel maggio del 1984, contro un’adolescente di Cleveland e detenuto nel penitenziario di Louisville, il 3 giugno 2009 Rowell Broom viene accompagnato nella stanza bianca per l’esecuzione capitale. Cercano di iniettargli Thiopentale sodico, cloruro di potassio e pancuronio, in dosi letali per interrompere il respiro e paralizzare l’attività cardiaca. Per tre volte cercano di iniettargli la soluzione nel braccio destro. Rowell, 52 anni, sussulta ma continua a non morire. Non ci sono vene visibili. L’abuso di eroina le ha distrutte in entrambe le braccia. Broom viene riaccompagnato dagli agenti nel braccio della morte. L’esecuzione è sospesa. Non si prevede, per ora, nessuna data precisa.
Broom, ventun anni dopo quel giorno, sorride ancora.

cella

Ken Arkin

Colpito da una malattia terminale, Ken Arkin vorrebbe uccidersi ma non ne ha la forza fisica. Chiede allo Stato un atto di eutanasia: l’iniezione terapeutica. Dopo tre richieste, ottiene tre definitivi rifiuti.
Cupo, smette di formulare richieste.
Si apposta nel suo palazzo, come per cercare qualcuno.
Individua un essere sgradevole, presuntuoso, di circa settant’anni. Mentre sta salendo i gradini della scala, gli passa vicino e lo urta senza troppa energia (non ne avrebbe) ma con tale precisione da farlo rotolare fino in fondo al pianerottolo. L’uomo muore sul colpo.
Ken aspetta tranquillo la polizia.
Arrestato, non pronuncia una parola di difesa: confessa di avere ucciso quello sconosciuto volontariamente.
Dopo la condanna, è segregato nel braccio della morte. Al momento dell’esecuzione, chiede di parlare con il cappellano del carcere. Quando quello si avvicina, Arkin lo guarda negli occhi e ride: «Vi ho fottuti, stronzi. Ora l’iniezione me la dovete».

Shako

Lo hanno portato immobilizzato fuori dal muraglione rosso di Huntsville, manette ai polsi e catenelle ai piedi, coperto da un lenzuolo bianco che nascondeva i segni delle percosse. Non mangia da 36 ore per non condividere il cibo con i carnefici. Ha assunto il nome di Shako, il re zulu che sconfisse i reggimenti britannici. Stretto dalle cinghie di cuoio, con gli aghi che gli infilano nelle vene pentotal, curaro e cianuro, urla la sua rabbia contro «l’olocausto dei neri americani» e proclama la sua innocenza. Sono le 3,49 del 24 giugno 2000. Gary Graham smette di parlare di colpo, la palpebra dell’occhio destro ancora viva, fibrillante nello sforzo di restare aperta. Ma non muore. Ripetono l’iniezione ma le sue vene sono troppo sottili: l’ago si spacca. Le sue gambe hanno delle contrazioni spasmodiche. Devono riportarlo nella sua cella. Resta tre giorni in coma, poi si risveglia. La data della sua futura esecuzione non è stata ancora annunciata. Alcuni avvocati sostengono che non sarà più possibile, a rigore di legge, ripetere l’iniezione letale.

Albert O’ Connor

«Al Presidente della Corte Suprema dello Stato, io, Albert O’ Connor, 51 anni, 1,80, 97 kg di peso, dichiaro che: ho rubato e ferito, e parecchie volte, ma del delitto di quella donna bianca sono innocente; io, nato da madre indiana e padre irlandese, i testicoli spappolati dai manganelli e le braccia bruciate dall’acido, dichiaro, il 3 giugno 1956, davanti allo Stato della Virginia, che: non voglio l’iniezione letale. Io scelgo la sedia elettrica. Voglio lottare contro la squadra della morte che mi trascinerà laggiù. Voglio bestemmiare e gridare a pieni polmoni. Non sarò una vittima sottomessa. Dovranno faticare per togliermi tutta l’energia che mi sento passare nel cervello. Mi condannò una giuria di bianchi, sette anni fa. Che questi bianchi mi condannino ancora, lottando contro il mio corpo. Ho voglia di battermi finché l’ultima scarica mi folgorerà.»
Mentre O’ Connor scarabocchia quelle parole, un detenuto tira su il cucchiaio dal piatto vuoto e martella le sbarre della mia cella con colpi cadenzati e precisi. Qualche attimo dopo, il suono di un secondo cucchiaio si aggiunge al primo. Poi un terzo, poi un quarto. Un concerto indimenticabile. Il giorno dopo tutti i detenuti ridono allegramente insieme, felici di quella notte gloriosa.

Abu Domagoi

«I tuoi figli sono lì nel corridoio» sussurra suadente il direttore «sono lì, mentre ti parlo. Basta un mio ordine e si salveranno». Abu fissa le loro ombre, proiettate nel corridoio, come se fossero reali. Erano piccoli, Jaki e Khal, e avrebbero vissuto, se lui avesse parlato, ricordando il loro padre come un traditore: lo avrebbero pensato con odio, spergiurando di non essere come lui. Se invece non avesse tradito, sarebbe diventato un eroe e loro sarebbero morti. Una soluzione nauseante: gli eroi sono insopportabili. Consentono l’ammirazione ma riducono la capacità di lottare. Un eroe è un modello che fa sembrare banale la vita di ogni giorno, insopportabile la paura. Non può commettere quell’errore. Jaki e Khal dovevano capire che il padre, se torturato, poteva tradire e comportarsi nel modo più abietto. Dovevano sapere che il nemico aveva indotto un uomo coraggioso a un atto infame. Solo così sarebbero cresciuti nella lotta – spietatamente.
Per questa ragione Abu Domagoj rivela il nome dei suoi compagni di lotta, benché disprezzi i suoi carcerieri e non provasse la minima paura per le loro torture. Il padre di Jaki e di Khal spera ancora nel futuro dei suoi figli.

Guantanamo

Mahir Galaray

«Io sono innocente.» – disse Mahir – «I colpevoli sono loro, che oggi mi accusano di aver piazzato quella bomba nell’atrio della Central Bank. Scrivilo nel tuo Registro. Loro che appartengono ad Ares, l’organizzazione che combatto da dieci anni. Ares ha un solo scopo: confondere, mescolare, corrompere, mentire. Arrestare innocenti e istruire procedure insensate per condannarli. Arrestare colpevoli e istruire procedure insensate per assolverli. Arrestare innocenti e falsificare le prove per condannarli. Arrestare colpevoli e condannarli. Col passare degli anni e l’aggrovigliarsi dei processi, la memoria cede, nessuno ricorda neppure di quale crimine si stia parlando, tutto diventa un nodo inestricabile. Alla fine, anche volendolo, non è più possibile sapere con esattezza sotto quale edificio piazzare una bomba. Microspie, intercettazioni, messaggi cifrati; corruttori, corrotti, falsari, assassini, innocenti; un giro di procedure indecifrabili. Non sapremo mai chi sono i veri colpevoli, se gli esseri visibili accusati o quelli invisibili di cui non leggeremo mai il nome sulla lista degli indiziati. Alla fine, l’origine del male potrebbe essere l’indice anonimo di una mano che digita al computer un numero di quattro cifre, un numero che determina le invasioni, pilota i massacri, modella i pensieri – un numero che loro, ufficiali di Ares, conoscono a memoria. Se quello che dico è vero, se loro conoscono questo numero e se questo numero ha proprio questo senso, è giusto che io, Mahir Galaray, muoia. Muore sempre chi capisce per primo».

Marco Pauler

Appena uscito dal carcere, Pauler risponde con calma alle domande dei giornalisti: «È accaduto parecchi anni fa e me ne ricordo appena. Ma in ognuno di noi c’è sempre un certo bisogno di purezza. Si vive difendendo questa purezza da chi la minaccia. Se ciò accade attraverso la morte di altre persone, pazienza. Volenti o nolenti, dobbiamo crescere a noi stessi. I delitti che io Marco Pauler, ho firmato Adolf e che ho commesso a Mantova dal 4 giugno del 1985 in collaborazione con Wolfgang Schiren – 16 omosessuali e 10 prostitute -, li rivendico come avventura estrema della mia conoscenza, anche se non ricordo più i dettagli di nessuna delle morti che ho provocato».

Michele Assale

Ottimo stilista, anarchico, irriverente, nemico delle consuetudini, aveva fatto fortuna a Los Angeles. Poi, nell’autunno del 1985, Michele Assale si scoprì sieropositivo, perse la ragione e, fra il 15 marzo e il 16 maggio del 1986, strangolò quattro omosessuali in quattro diversi quartieri di Louisville. Fu scoperto, arrestato e condannato a morte. «È una questione di stile» – ammise «Bisogna lasciarlo, un segno».
Nel penitenziario di Frankland si comportò da detenuto modello. Il direttore del penitenziario, non poteva che lodare il suo zelo. Assale leggeva dalle sei alle dieci ore al giorno, discuteva con le educatrici sociali, aiutava i medici in infermeria, somministrando farmaci o praticando iniezioni. Quando fu deciso dal giudice Bradford che il giorno dell’iniezione letale fosse il 14 maggio 1995, Assale sorrise. Passò le sue ultime ore in piedi, fumando una sigaretta. «E’ una questione di stile» – ripeteva con chiarezza – «Potevo morire paralizzato in una corsia, ucciso dall’Aids. Invece no». La sua voce non era flebile ma perentoria. «Muoio come un uomo, per avere ucciso degli uomini. Il mio stile è sempre stato aggressivo».
Il direttore lesse, nel registro del carcere, che Assale era nato a Genzano, in Lucania, e aveva poco più di quarant’anni. Qualche settimana dopo, in un vecchio numero di Playmen, notò un abito firmato Michele Assale: una giacca femminile, rosso fiamma, che colpiva per il taglio provocante delle spalle.

Requiem Shalur

«Sì, voglio vederlo in faccia», disse Ronny, «quello stronzo fottuto. Ingrandirò ogni fotogramma fino a vederlo bene, quel cane che ha esploso cinque colpi di pistola contro Topac Shalur, il re del gangstarap, il 14 settembre 1995, figlio di Afeni Shalur, militante per tre anni nelle Pantere Nere. Ingrandirò ogni millimetro di celluloide del film che stavo girando in mezzo alla folla per il suo trionfo. Era lì, fra Doggy Dogg e Ice Cube, rideva e cantava, e poi l’ho visto cadere. Oh, io so tutto di lui! So a memoria il suo rap più bello: “Solo contro il mondo”. Ricordo quando cantava: “Vorrei togliere il dolore! Se potessi farlo ora, durante la notte! Domani sarebbe un giorno più bello!”. No, non era Cobain e non era Hendrix. Voleva essere vivo e sentiva di esserlo per miracolo. Chi lo ha ucciso? Chi ha osato fottergli la vita con una pallottola? Quel fotogramma lo metterò a fuoco, mi costasse la vita. Lo vedrò in faccia, quello stronzo bastardo. Sarò io, Ronny Love, a vendicare il mio idolo. E lo appenderò a testa in giù nel cesso di quel casinò di Las Vegas finché la merda gli turerà il naso e le orecchie e, quando smetterà di fiatare, con Warren e Doggy intoneremo per il nostro eroe, per i suoi venticinque brevissimi ferocissimi anni, il nostro rap più vero: Requiem Shalur».

Tupac drawing by Makaveli

Denis Benoit

Ha compiuto trentasei anni da tre giorni, Denis Benoit, quando compare davanti alla corte di giustizia di Chartres, in un procedimento penale contro Lukas Bayer, produttore della fabbrica di insetticidi Zolman. Ustionato al viso e alle mani per essersi acceso una sigaretta dopo aver usato una bomboletta Zolman, Benoît ha subito trentaquattro operazioni chirurgiche. Durante il processo, i giurati osservano con indifferenza quel teschio che pronuncia con voce giovane e malferma vibranti parole d’accusa. Quando Benoit esce barcollando dalla sala, l’avvocato della Bayer bisbiglia al suo cliente: «È scandaloso che gli abbiano permesso di parlare. Domani stesso chiederò una perizia psichiatrica».

Rei Kavabuko

È l’avvenimento più atteso della stagione: dopo le collezioni Plaisir di Missoni e Air di Armani, Bon Sommeil sfila a Parigi, al Carreau du Temple, nella sera fra il 27 e il 28 gennaio 1993. Il pubblico è composto in gran parte da ricchi armatori israeliani e mercanti d’arte di origine ebraica. Indossatori e indossatrici, tutti con il cranio rigorosamente rasato, portano pigiami blu a righe, coperti da cappotti scuri. Sui pigiami sono visibili dei numeri neri con il nome dei lager, timbri con nomi maschili e femminili, e impronte di scarponi militari stilizzate. I modelli sfilano lentamente nella passerella semibuia, gli occhi bassi, la schiena curva, strascicando i piedi. Alcune persone, dal pubblico, mandano urla di raccapriccio. Un celebre giornalista de La Presse agita il pugno. Una signora ingioiellata si preme la bocca. Rei Kavabuko, ideatrice della sfilata, una donna anziana e minuta, si alza faticosamente dalla poltrona e, rivolta a tutti, esclama, con voce forte e chiara: «I vostri padri erano costretti a camminare con questa divisa, e quella non era una rappresentazione. Oggi, per fortuna, lo è. Ringraziatemi, perché ho sdrammatizzato la vostra memoria». Rei Kavabuko venne condannata per oltraggio e arrestata.

Mathias Brocke

Il dottor Levenhar aveva una particolare attenzione per i malati mentali che vivevano nel suo reparto: agitati, depressi, deliranti, malinconici. Pensando a come poterli curare, finì per attribuire, a ognuno di loro, un destino e un nome falsi: li trasformò in eroi, scienziati, poeti, ognuno con la sua straziante biografia riscattata dalla bellezza dell’arte. Parlò a ognuno di loro del suo nuovo destino, che aveva plasmato per loro contro la consueta, infame storia personale di alcolismo, violenza, psicosi, che li aveva traumatizzati. Creò per ciascuno di loro una vita esemplare. Scrisse, per ogni malato, apocrife note biografiche che avevano molte assonanze con le loro vere vite. Inventò appunti di diario, racconti, aforismi, riflessioni. Poi, un giorno, Mathias Brocke volle parlargli.
«Dimmi, Hans».
«Io chi sono, dottore?».
«Hans Steiner, pittore».
«Hans Steiner?».
«Sì. Non hai sempre delirato di essere un paesaggista, appassionato di boschi e di animali? Ora lo sei e hai il nome che pronunci nel tuo delirio. Questi sono i tuoi quaderni di appunti. Li ho scritti io per te come tu avresti voluto».
«Vaffanculo questi fogli! Sono tutte menzogne, stupido psichiatra! Il delirio è delirio, io sono IO. Io mi chiamo Mathias Brocke e non mi ruberai il nome».
Con un gesto rapidissimo Mathias sollevò il bisturi, che aveva rubato dall’infermeria tre giorni prima, e colpì.

***

5 pensieri riguardo “Con un marchio preciso”

  1. Molto belle queste micronarrazioni di Marco Ercolani. Non è da tutti essere così intensi in uno spazio così ristretto di parole, e senza essere poesia.

  2. Grazie, Nino. Infatti, le mie micronarrazioni vogliono essere racconti, ma distillati in un lampo, e tutti hanno da portare il loro nome come firma dei soprusi subìti. Un grazie senza tempo a Francesco, che sa trovare immagini alle parole degli altri, e che di ogni post fa un piccolo evento da ricordare. Se si volesse dare un nome, oggi, alla biblioteca dei testi da salvare, come archivio dell’immaginario, la Dimora sarebbe al primo posto.
    Marco

  3. grande scrittura Marco. come sempre, come leggere i tuoi testi (?) se non con un continuo riflusso di tempi-schermi in un sovrapporsi infinito nella riuscita degli intrecci.

    un abbraccio

  4. È questo sovrapporsi, Alessandro, a essere il motore di una scrittura che io stesso fatico a trattenere e a delimitare. Arriva, sembra appartenermi, parliamo insieme, ma poi se ne va, si lascia correggere ma non sempre, estranea, irriducibile; spesso mi chiama nel corso degli anni (questo è un libro di vent’anni fa, non ancora concluso, di cui lascerò tracce nella Dimora), e non mi lascia in pace. Così lo offro anche ad altri sguardi, perché l’irrequietudine si plachi.

  5. ciò che dici è il processo della scrittura. un inizio che ha già un principio anteriore e una fine che non arriva mai, nemmeno dopo

    un abbraccio

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