Maremarmo

F. Ferraresso, Maremarmo

Fernanda Ferraresso

Le parole di MAREMARMO scorrono fluide, interminabili, allagano lo sguardo, arrivano a cingere la vita, bloccano le spalle, il collo.
Lo spazio di ascolto diventa abisso. Il lettore trama il suo abisso attraverso un alfabeto, non verbale ma interiore, scioltosi dal ghiaccio che ha “chiacchierato” vento nella sua bocca.
La scrittura che Fernanda Ferraresso taglia e ricuce s’inchiostra dentro l’o(re)cchio, è un gesto di occhi spalancati, è il buio abitato dentro un’acqua fatta di milioni di respiri.
Parole che emettono brusio, parole-bocche, echi di cui mangiamo tutti, rendendo “commestibili” le nostre notti divorate dai sogni.
Casa non è più la tenda di carta su cui insistiamo il passo, non è forma né luogo di semi quel mare-marmo, dura mater o pia mater, involucro del nostro cervello.
E’ terrore che assale colui che è essere muto, in attesa che giunga per lui un luogo, un tempo, per assumere voce e figura.
E’ pensiero ustionato quello che pietrifica, sorprendendoci svegli, immobilizzati nel fondo insondabile di ogni cecità, la nostra umana cecità.
L’occhio guarda, legge, raccoglie segnali poiché tutti noi transitiamo i mari del tempo,tenendoci a galla, mantenendoci alla riva per non essere sommersi né espulsi. […]

(Elina Miticocchio)

Fernanda Ferraresso
MAREMARMO
Faloppio (CO), LietoColle Editore, 2014

In fondo
al crepaccio dei tempi,
(…)
attende, un cristallo di respiro,
la tua immutabile
testimonianza.

(…)

Dove arde una parola che testimoni per noi due?

Paul Celan
Atemkristall (Cristallo di Respiro)

il sogno di noè

La carovana viaggia da tempo
brucia materia umana
nessuno ormai ricorda il giorno dell’inizio
ricordare significherebbe perdersi

si viaggia di giorno e di notte si ripete il passo
mentre altri migranti
ingrossano il corpo di quella nera serpe
corpo di genti diverse

uomini con la pelle scura e la testa fasciata da turbanti
pensieri senza confine e donne ammantate da un velo
li veste la fuga
dalla peste della guerra

tutti scappano dal morbo della miseria
e viaggiando abbandonano
qualcosa di se stessi     nessuno
sa dirsi sicuro

arrivare ad una meta è il luogo che sognano è un’oasi la vita
il deserto il loro dentro e intorno senza parola di gigli
un silenzio agghiacciante rotto dalla voce di animali
selvatici gli uomini in armi danno loro ordini
li ingabbiano come bestie

l’orrore è il carnefice pronto ad ucciderli
così la notte nel passo
svelto di ognuno mette un segno nel cammino
corri è il suono di quel verbo e nessuno osa
rallentare il suo piede

strettamente vive assieme al braccio nel presente di ogni gesto
il luogo che abitano
solo le stelle fisse quasi dormienti basse
sopra le loro teste sono lanterne
certe  sulle incerte orme alla meta li conducono.

CORTILE DI NOTTE – una macchia scura al centro di un campo bianco

I lager non sono mai scomparsi.
Ogni volta più efficaci hanno tracce visibili
nei ricoveri per vecchi
nei campi di immigrati nelle carceri
nei riformatori nelle tante gerarchie dell’esercito
nei reparti delle fabbriche
e come sempre c’è chi ha tutto e
chi nemmeno la vita che gli basti.
Sfruttare è la parola d’ordine e merce chiunque
un tempo si chiamava schiavo
masse sterminate dalla perdita del nome cose
manipolate e usate sono mani che lavorano
piedi che si spostano legati a doppia catena
ad una idea precisa che come un tempo annienta
tutto ciò che è improduttivo.
Questo il frutto dell’albero
frutto di un disegno razionato sull’intero volto della terra
logica di un capitale guadagno che ha nome privilegio
e la sua lingua non ha fiori e ieri come oggi semina guerre
campi per i profughi radica muri profondi e spessi
in Messico a Tijuana come in Cisgiordania
si ammazza un popolo e la sua economia
e nella discarica fioriscono bidonville
periferia delle grandi metropoli
l’Africa di ogni altro continente
che partorisce eredi già diseredati prima ancora d’essere qui
i piedi di terra e radici di gelso un lungo vociare di fogliame lieve
in questo grosso mappamondo disegnato a tavolino
dove troppi si perdono accalcati nella miseria nel fondo della discarica]
e per vivere frugano nel pattume degli altri scaricato in mezzo a loro]
insieme a morbi e malattie che sono il cancro dei ricchi
la vita per loro ha un basso costo e serve un
nemico che alimenti paura e ferocia e inietti terrore
nei centri di raccolta in cui la permanenza ha tempo ad orologeria
per morire o per fuggire
mentre i lager si allargano e il recinto
del pianeta è lo stazzo delle bestie da macello
e il profitto non ha occhi per la sorte di nessuno
sei miliardi di persone come birilli ruzzolano
al colpo di una sola biglia che correndo nella borsa
al braccio di pochi abbatte uomini e foreste
distrugge mari e avvelena le fonti dissecca fiumi
impazzisce le nuvole scuote la terra disegna grandi onde
crea tsunami di miseria in cui alla fine ci specchieremo tutti.

*

CAMPO PROFUGHI – centro di raccolta, soli tutti i ragazzi, una candela la fuga

ragazzi di dieci
tredici o sedici anni
fuggiti in cerca di libertà
dicono che non vogliono
non vogliono tornare
nel loro paese non c’è casa ad ospitarli
raccontano di genitori in prigione
dicono che la dittatura non vuole la scuola
cercano lavoro
in ogni campo sono cinquemila
tutti con lo stesso pensiero
vogliono scappare
e stanno stipati come sassi dentro capannoni
niente servizi
l’igiene non è clausola la permanenza al campo
è solo temporanea anche se il tempo può essere mesi
che si accumulano ad altri
e le cure mediche non sono parola d’ordine
in quel caldo dei corpi che libera odori di urina
insopportabile il tanfo di malattie che piagano il respiro
gli immigrati sono solo clandestini
illegale portare medicine portarli all’ospedale
gli immigrati sono per definizione illegali contro
la legale volontà
di tenerli legati in un buco a crepare
e non servono distinzioni di casi
rifugiato qui non è che un nessuno
ulisse senza nome che non ha itaca o sposa
che chiede diritto d’ asilo
e vuole prendere il mare e se lo guardi lo trovi
moltiplicato in tutte le facce
due milioni o sei milioni di clandestini
abitanti della terra in fuga dalla guerra
dal Darfur dal Sudan dalla Siria dalla Libia dall’Egitto
dal Corno d’Africa o l’Etiopia
la terra non è più la loro casa
distrutta la vita ciò che vogliono è un posto
uno qualunque in cui mettere i piedi
sentire che il luogo è questa terra intera
poter ritrovare dimora.

*

BANCHINA 2 – sul muro alto di ponente

ci fu un tempo…-recitava il libretto, ma poi mancano le parole –
in cui la terra era …

…un luogo puro, pulito ogni suo…
luogo luminoso…
guardo il campo, leggendo il frammento vedo un luogo lontanissimo.]

nei primi giorni
nelle primissime ore dei primi giorni
e nelle notti che subito seguirono
un giorno dopo l’altro e da un attimo all’altro
mentre le cose nascevano
quando tutto ancora era nebbia e l’essere una primavera
quando ogni cosa era necessaria e niente aveva in sé il dubbio

quando ancora non c’era pane né seme per trarne farina
e mancava la macina o anche solo una pietra era ciò che era
una pietra sulla riva lungo il fiume che scorreva
e l’acqua inciampava farneticando la sua lingua
quando non c’era tempio e il tempo era appena nato anch’esso
senza conoscere la sua misura né poteva tenere congresso
quando la casa era tutto e dovunque
qualcosa sulla testa vasto come un cielo e fitto come la foresta
quando le stelle di corsa salirono bianche quanto il sale marino e lieve come]
un fiato gassoso come il vento di una rosa sconosciuta
chiusa e raccolta dentro un bocciolo senza avere nemmeno un nome e una spina]
quando l’uomo era una sostanza straordinaria fatta di cielo terra fiamma e aria]
e la pioggia gli disegnava una veste e il sole gli cuciva un colore
il latte lo nutriva e non aveva ancora nome tra i nomi da inventare
quando premendo con il piede l’acqua di sorgente sgorgava
e quando sollevava un braccio con un frutto si nutriva
quando tutto l’infimo era maestoso e l’infinito dentro l’alveo del suo petto]
quando la vela aveva la misura del suo occhio e sapeva distinguere ogni grano di vento]
quando le tartarughe correvano alla pari delle onde e i lupi scrivevano la lunghezza delle nevi]
quando i leoni leggevano i deserti e la notte era un blu di lapislazzuli]
in quelle veglie ore di vigilie iniziatiche
per tutte le nascite l’uomo si perse
una parola dopo l’altra
pronunciando un altro mondo e
nascondendosi nel corpo del suo ascolto

*

A SUD VERSO IL MOLO – un gruppo di donne è l’attesa

Mai qui ed ora senza posa
nella corsa alla radice di una antica dimora
sempre più nudi alle fiamme e all’insulto
in un salto senza scampo perché tutto è ormai tolto
facciamo inverso ritorno
e quando cadde e dove cadde
ancora lo leggiamo sulla fronte
che ognuno ha ereditato
in un catino il sangue è stato versato
e ognuno ne ha bevuto
un sorso per ogni seme di progenie
perché insepolta la specie continui
a rammentare che un giorno sempre più lontano
accadde
e qui per terra giace un nostro uguale
che scampo non trovava venendo da un oltre
lontano un alto mare portando con sé la conta
dei capri e degli agnelli
il lungo corso del tempo e nella china della vita
un’altura senza soli dimora del suo esilio disegnato

e in ogni città che costruì
bevve l’acqua amara della solitudine
del tradimento misurò ogni lato della distanza e in sé
l’abbondanza del delirio dell’egoismo bevve ogni sorso
e i suoi pozzi crebbero scuri d’acqua melma ancora più avara
mai nei suoi pensieri le grandi cisterne di raccolta
si sono tramutate in silos d’acqua buona
così che i campi e le sue fattorie producono colture e cereali
ma la sua città è diventata casa delle banche e la terra
condizione di prostituzione vendita di frodo veleni
che invisibili tengono sotto sequestro
la vita dei popoli.

*

BANCHINA NORD – ore 3 del mattino, nel meridiano una soglia

Così la terra esplode – dice Kahfee e Faizah lo ripete
mentre Efia le fa eco e Jumapili lo scrive
e la vecchia Minkah lo ricorda, Afsaneh ne tesse una favola,
Akhtar ne vede il fiore, e Darya ne tocca il mare, Elaheh prega per tutti,
Farahnaz azzittisce il suo seme di gioia, Ghoncheh depone un bocciolo dalla veste
e

milioni di persone volano
dovunque in aria volano
senza lasciare un segno
corpi e macerie in una sola amalgama di orrore
poi a terra piombano le strade la voce e la gente
si stringe intorno a quella oscura eclissi china
intorno ai moncherini di una vita che non riconoscono

*

UNA VECCHIA RECITA UNA PREGHIERA SEMPLICEMENTE SFIORANDO UNA PAGINA BIANCA – ore 5, per tracce insonni il paese del pane

Parola che non hai nome
vengo ad incontrarti
perché sei tu il mio richiamo
il distacco dal mio corpo
l’involucro di stupore
il liquore di cui sempre mi ubriaco
tu il suono imprevisto
mia fonte e geometria tu disegno nascosto
nel tappeto dei miei sogni
tu distogli i miei pensieri più neri
dal vacuo loro scorrere
di acque e venti profumati m’infesti
e sei recinto delle mie tante oscure bestie
che nella testa popolano
terre senza governi e fuochi che improvvisi m’infiammano
in silenzio stranamente crepiti un senso che perdura
lo spergiuro e il guasto l’immobile catasta d’ossa
tenere quelle turrite leggendarie storie che dicono
delle anime degli uomini
e sono specchi spezzati e frammenti d’ombre radunate in selve
in cui perdersi ancora e ancora
cercando la matrice e il calco di una impronta antica
in mille modi nominata ancora e di nuovo calpestata
eppure segreta e mirabile dentro ogni tua forma.

*

solo un fiato di vento

dentro me vago un mare continuo un esilio
di terra in altre terre conclusa
e non conosco approdo in cui guardarmi il volto
da radici d’ombra tinta la mia vita è deserta
aurora la voce in ogni altra
come me nomade dispersa
in questa terra senza nome ha trovato le altre
mie parole spiagge e secche
parole infette di tutte le esche
tetre notti che dal buio nascono
un mare malfermo
in un vuoto di uccelli
un imbuto di acque spoglie segnature
di genti diverse
onde che migrano in altre
poco più in là
saremmo salvi da ogni mutazione

*

alla fine sempre adesso

lei è lì e non è più lei
del linguaggio l’enigma sciolto nel corpo l’essere
viva nel mondo e nodo dell’altro
lei nera con la stessa mano bianca e ferma

volata via né il volto è
se non un buio un’era
di marmo l’inarrivabile vena
oltre il passato il salto
un luogo violato nel silenzio di un passo lasciato
acqua avvelenata memoria che torna
e nessuno può berle quel baratro
l’alveo la radice secca da cui il futuro s’intreccia

***

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13 pensieri riguardo “Maremarmo”

  1. Sono felicissimo che Maremarmo approdi nella Dimora: è un libro complesso, arduo (e lo dico a titolo di merito), serio e che richiede letture lunghe e ripetute (anche questo affermo per sottolineare l’importanza e il valore davvero alto dell’opera di Fernanda Ferraresso). Ulteriore motivo di felicità per me è la lettura di Elina Miticocchio, così empatica e completa, sapiente ed umana. I testi proposti non si fanno dimenticare, ma scuotono e costringono ad un’assunzione di responsabilità nei confronti delle persone, spesso private della loro voce, cui Fernanda quella voce vuole restituire.

  2. molto bello e denso l’ipermetro di Fernanda Ferrarresso,in questo poema che definirei epico e drammatico dal largo e lungo respiro.Molti complimenti a lei e a Elina Miticocchio dalla potente scrittura critica.


  3. e in ogni città che costruì
    bevve l’acqua amara della solitudine
    del tradimento misurò ogni lato della distanza e in sé
    l’abbondanza del delirio dell’egoismo bevve ogni sorso

    si conferma qui il profilo alto di Fernanda Ferraresso che assume su di sè e nella parola offerta il dolore degli ultimi, denuncia la vergogna disumana del problema insoluto, la deriva di un’umanità indifferente, che svuota di essenza il senso del vivere.
    testi da centellinare e diffondere, parole necessarie per “tenerci a galla, transitando i mari del tempo”, come ben centrato dal fuoco analitico di Elina Miticocchio.
    un saluto denso a voi tutti
    annamaria ferramosca

  4. Mi fa molto piacere leggere questi versi tratti dal nuovo lavoro di Fernanda. Ho l’impressione (ma, come si diceva sopra, è una poesia che bisogna di riletture) che le onde – “marose” arrivino sulla battigia e si facciano “marmo”. L’ipermetro così denso (cito l’osservazione di Lucetta Frisa) e ampio, credo risponda all’animo in sinceramente magmatico di Fernanda. Basta dare un’occhiata ai post su Cartesensibili per comprendere quanto la Ferraresso sia donna battagliera e ‘com-passionevole’ delle umane tragedie.
    Complimenti e auguri per questo tuo nuovo libro.
    affettuosamente
    Giuseppe Samperi

  5. Ringrazio tutti e ognuno di coloro che qui sopra hanno scritto.Ricordo che la mia voce si è infittita di tante altre voci, così lungamente azzittite con ferocia, con iprocrisia, con tutta l’indifferenza che questo secolo di orrori, a lungo a scuola in tutti i precedenti, ha vomitato in corpo non solo a loro ma a tutti, con l’unico obiettivo di arricchire le casse che, dall’altra parte dello sguardo, erano casse da morto. Questo ciò che si vede allo specchio quando ci guardiamo in quell’immagine di falsa giovinezza rifatta a cui tutto è concesso di non vedere, capire, comprendere e anche l’arrognaza con cui disprezza la vecchiaia. Oggi tutto è così vacillante eppure chiaro nel suo orrore che le parole non risuonano più gli echi del cammino percorso e il cuore non è nemmeno un muscolo ma un pacemaker o un impianto musicale a base di bit che della testa fa un guazzo e nel sangue dilaga consumando tutto quanto era terra fertile, promessadi altra vita. Nessuno di noi può dirsi salvo: tutto è così profondamente corrotto che non basterebbe mettersi a bagno nemmeno nell’acqua santa (?). E ancora è pasqua, piccola modesta in sé e carnivora, perché chi passa non torna, nemmeno nella memoria di una cronaca se non per la durata che concede un server e basta un bug, un verme mediatico o un acaro per mandare tutto in nero, quello che ormai sbandiera ovunque i suoi codici. Ancora Grazie a Francesco Marotta che ospita questi marmi. ferni

  6. Ho avuto modo di scriverlo e lo ribadisco anche qui: In “Maremarmo” di Fernanda Ferraresso, il canto, il grido, la parola che assume mandato e responsabilità, il detto, l’intuizione profetica, la riflessione, la denuncia, incisi nella pietra, intagliati nel legno, impressi nel metallo, sottratti alla furia degli elementi e alla sistematica azione di chi persegue innocuo oblio, affidati a un verso potente, formulano, con la pazienza di chi conosce il dolore e non lo nega, un quesito e un appello, non già di astratta, ma di vigile e concreta umanità a chi legge e chi ascolta. L’indifferenza non è data, si può scegliere se dare risposta concreta a quesito e appello e, a propria volta, di condividere mandato e responsabilità, di cercare strade e costruire ponti. Si può scegliere, come fa qui con sensibilità e attenzione Elina Miticocchio, di disegnare lo spazio di ascolto e di lettura per un itinerario che ha in questi versi un punto ‘inaudito’ di raccordo:

    .se non un buio un’era
    di marmo l’inarrivabile vena
    oltre il passato il salto
    un luogo violato nel silenzio di un passo lasciato
    acqua avvelenata memoria che torna
    e nessuno può berle quel baratro
    l’alveo la radice secca da cui il futuro s’intreccia

    Grazie

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