Discorso sui fiori

Evgen Bavcar

Gianmarco Pinciroli

Discorso sui fiori

Dovunque si raccolgono misteri
si erige una colonna fertile
di sassi, zeppe, cantilene
tu armi l’assenza di picconi
sfere d’alabastro, cieli altissimi
si fasciano di spiga e lontananza
d’inquieto, credulo entusiasmo, vino

hai roso l’orizzonte col ferro dei secoli
l’acido s’affastella dentro te
alba e fiori, favola e amicizia
eccoti sepolcro bianchissimo inastato

Eccoti innestato sui fiori
l’alpe s’accommiata dal vento
la rupe sgretola il pane del tempo
salici e pioggia nel vino candido di piuma

eccoti arrotolato sul calice di sasso
dolomite senza la paura della crescita
silenzio, fine
la tempia s’apparecchia di segni
e sconnessi sono i filari dei campi

eccoti senso riverso
intima sapienza ferita
ma non ferisce le cose
a te giunte nella loro essenza
eccoti fantasma eccoti presenza
insonne niente
informe discarica del corpo

 

I. Discorso sui fiori

Da terre morte, lillà, crudele
stagione per i mirti acerbi
oh illusa vanità di crescere
addosso al corpo della donna in fiore

t’accorre sulla sfogliata riva
un’arida sequenza d’ombre e gesti
è gioia in alto
e nel coperchio del tuo gioco
le stelle s’accendono d’un tratto
perdono schizzi d’oro
cadono in groppa al vecchio in sé
raccolto ad aspettare

tempo, l’arca silenziosa
sulle acque spente dalla brina
putrida fede avere o essere
un attimo di sosta nel disgelo
per le idee circospette sulla morte

e intanto sempre indifferenti
crollano petali a grandi manciate
da rose d’altri tempi
ingigantite nella memoria d’oggi
in polvere sbiadita spazzata da scirocco
le forti fontane incatenate ai rami
consumano la foglia dell’autunno
nell’infradiciarsi delle nostre membra
dèi! fiorite di cicale, d’aspri sogni, d’ozio

feroci spuntano per i mirti acerbi
stagioni rosse e vive, come bocci

 

Stefano Bernardoni, Soglie

 

II. Corona

Sgronda l’aprile sulle primule
infiacchite dai primi pesanti fiati
del sole e della terra
già s’ode il crescere minimo dell’erba
dietro i passi dell’acqua

la terra si copre di raggi
al morire di stelle presaghe
e vana è la pace della notte
quando opaco il respiro si desta

Se non vi fossero i ciliegi
quanta più serena luce
negli occhi di chi non giudica
delle cose nascere e perire

Il vento porta alla luce
la gemma della terra
non sa più star nascosta
la prorompente diffusione del cielo

giungono i venti di primavera
e all’aridità strappano il sentire
senza tuttavia portare l’acqua
perisce il silenzio
sopra l’ultima neve dei cipressi

strappa il vento forte conchiglie al cielo
e tu compari nell’abito stellare
per non più figurare la gioia
al fianco dell’amato:
che dice il volto, nume sorridente
tra il folto dei platani spiranti?

Le cose della terra
appaiono alle cose del mondo
quale contesa! supera
continuamente se stessa nella luce
che apre una radura cerchiata di foglie

giovane o vecchio, sembra che il tempo
nel cerchio festeggi l’inafferrabile
suo segreto, tenace
negli occhi di chi muore
la stessa nunziante pena di chi nasce

Dissacrata fonte canti nei fiori
grandi e scuri che ti son cresciuti attorno
la perdita delle misure
e delle giuste assegnazioni
più non basta la memoria dell’evento
e dell’antico smarrito erigere

Pace notte e parola
come un cavaliere mi ha rapito la gioia
e medito di trascorrere ai margini
questa mia quieta costellazione

strisce di nebbia in basso
e squarci di indagini luminose
io guardo la mia manica bagnata
e sembra un fiore il pugno
proteso, cortese rinuncia
alla stagione della plenitudine

La quiete, come può? Non mormora
all’orecchio divampanti segreti
né la notte nasconde i gioielli
che il giorno mi rifiuta
solo mi crolla il sonno all’improvviso
e non si popola di nulla
che il mattino ridesti

Le colme nubi gonfiano al fondo
il cielo nella brace del declino
coglie il sonno la terra e il mondo
reclama i diritti della veglia, della follia

perché ti cingi i fianchi, rosa di maggio?
come una spina è amaro
il coglierti notturno, mentre cresci
sul rapido bocciare delle stelle

ah non fossi io questa foglia
caduta alla vendemmia
dopo la profonda durata
non avessi io mai visto i fiori
e la nebbia in me nascosta
e l’apertura la valle il cammino
nel legno duro e secco

 

***

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4 pensieri riguardo “Discorso sui fiori”

  1. Caro Francesco, ok per tutto quanto e grazie. Se, come mi sembra, sei sempre dell’avviso, dopo la metà di maggio ti mando altre cose sia filosofiche che poetiche. In riferimento all’email precedente: penso che tu abbia ragione su tutta la linea, imparo piano piano a conoscere meglio l’andamento delle cose on line.

    Un caro saluto e a presto

    Gianmarco

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