Nel lusso e nell’incuria (il libro)

Fernanda Ferraresso

Fernanda Ferraresso, Nel lusso e nell’incuria.
Pubblicato da Elio Scarciglia per le Edizioni Terra d’Ulivi.

 

Testi

 

Da LA MADIA DI MAYA

 

Sono nata dentro il volo
volto di mia madre
sono cresciuta dentro un voto
vuoto di esistenza
me ne stavo distesa tra gli oscuri
movimenti delle labbra
dove la notte inventa
invena la parola
nel latte me ne stavo rinchiusa
in uno dei suoi insostenibili silenzi
ero un alito del suo respiro
acceso accesso di ali e zampe di uccelli
tempo che lei ha soffiato in me
dal suo al mio sangue.
Ora sto per strada
dentro la pietra di ogni cosa
pietraparola focaia
senza posizione
composta e traguardata
da organi e sensi
dentro questo mio oscuro universo
di circuiti affetti
da paura e fantasmi che mi navigano in corpo
senza essere che sangue
una sequenza inesausta di battute voci
di un sole che si accende e si spegne
infesta di passioni.
Ombre solo figure
un movimento in cui mi perdo.

 

*

 

Ombre sole

densità dei vuoti
cose che restano affisse
respiri
le correnti dei venti
la stagionale migrazione dei viventi
dei vinti.
Diresti che niente di fatto
ha una radice così forte quanto l’ombra
e ci disegna tutti.
Chiavi codici tempi timbri ritmi
segnature della voce e del pensiero che ci autoimpone
i livelli della sua ignoranza.
Tutto è ciò che non sa: tutto
regolarmente resta
il diviso oscuro metro del nostro costruire
case della migranza
corpo nella mutazione delle cose
il gesso nel calco
calce nell’anonima edizione che redige e pubblica
il canone e la costante variazione.
L’inizio ancora la fine.

Tutto il resto
ombre sole.

 

Da Nel lusso e nell’incuria

 

“…La memoria è memoria del passato,
memoria del presente, memoria del futuro.”
S.Agostino.

 

Lo avevo studiato da giovane ma ora era qualcosa oltre le
pagine che mi rileggeva e leggeva dentro quelle memorie
cercando dentro me le pietre per costruire scandire, unificare
in un solo tempo la coscienza. In quel continuo la memoria
diventava il mio luogo, l’identità di un soggetto che ancora
non ero riuscito a vedere e sapevo che senza di essa mi sarei
irrimediabilmente perduto.
Un animale che ricorda annusa la terra il vento per sapersi?
Per riconoscersi?
Strato su strato dentro e sopra questo mio corpo,
le sensazioni, le umiliazioni, ogni difficoltà, i piaceri e
i mancamenti hanno fatto di me un abito che la memoria ha
intessuto intessendo la mente, sino a costituirla come forza,
identità, gesto, rampino sul mondo e dominio del domino,
della sua complessità. Memorìa. Tratto per tratto morirsi,
andando in altri luoghi costruiti tra il tempo e la mente.
Un corpo paese, un es piccolissimo presso la sua identità più
estesa. Il teatro temporale di ogni memoria.
E’ là che confluiscono in competizione continua le più
diversificate correnti: disperse in uno sciame le emozioni,
nel flusso di maree soggette ai moti della luna i pensieri e
tra le rapide scosse dei sismi i nervi innescano i ritmi
delle viscere, strappano e allungano i muscoli alle lance
dello scheletro, scoccano le frecce dei geni.
E molto oltrepassa il molo, oltrepassa la soglia della
coscienza. Dimenticato, assopito, adombrato, innestato nei
muscoli come radici per terra.
Se i semi nascessero la mente soccomberebbe?
Sotto il peso schiacciante di questi flussi il mio corpo
ha memorizzato sempre in costante presa diretta nella mente
e nella carne ha trattenuto quanto avveniva e ancora entra
nel corso della mia vita: un’esistenza a misura di stelle.
Anni luce di visione attraversandomi gli occhi e la pelle mi
sono venuti dentro.
Imponendomi cascate di universo hanno scaricato alle bocche
limitate delle dighe del mio cervello bombe ad orologeria
avviluppandovi atomi di volti, ricordi di un modestissimo
passato, nuclei di disposizioni mentali, amici, parenti,
gente che passa, animali, cavalli, colli, occhi.
Come un ultimo esito recente di aggiustamenti biologici
imposti dalla storia: evoluzione del genere umano.

 

*

 

Perché noi

noi eravamo

ed eravamo belli
se bello è il nome che entrambi potevamo indossare

la nudità era
il nostro giardino

e l’acqua e il vento
le nostre parole di terra quando il cielo in essa si immergeva.

noi eravamo

noi eravamo d i v i s i un volto unico
un volo dentro l’asse in un precipizio senza paure

noi
eravamo un dio
senza premura di un assalto
senza doveri e senza dover compiere alcun salto
noi non vedevamo la morte
non ci nutrivamo di parole cosmiche
le stelle erano il nostro pane
erano l’ordine insuperabile.

 

*

 

Nella gabbia e nel limite
nella topologia della città anima
toponomastica animata di uno sguardo
sogno fermo sul segno lasciato
lascito un’ombra sono
la scritta di una vita forse infissa
il dove dentro la parola dove
r i p o s a un nome.
Nella pietra quasi con forza
strappato ad una storia
in mezzo alle altre
un alito nello stormo
si alza
gesto ferito da eco
segno che nessuno aspettava
sogno che non si attraversa e non fa
ritorno nel colpo di vento
solo evento premuto nella lapide
di una strada sul margine
isola nel quaderno delle case
avanti e dopo l’epoca del mancato presagio
sotto la tenda mercato di un’antichissima razza
a cui poco, ormai, si attiene il desiderio
nell’arco di un cosmo interrotto, interdetto
in i t i n e r a r i senza capi né colli
indumenti muniti di un corpo unti di sesso venduto
per vicoli e spazi palazzi
di laico sollecito il lecito libertinaggio
reticolo d’altri
giudici impudichi giudizi senza guscio
senza mandorla da mangiare. Il gusto sta sotto
la lingua carne smantellata imbrattata di carta
e congiuntura congiurata.
Se ancora fosse
nuda la voce e il corpo
aperto dentro la mano
m a d i a
dio
se fosse carne che si canta nel battesimo dei suoni
nel silenzio del mio starti dentro. Vento
divento un movimento
tra i vecchissimi tuoi fianchi
oliva che spreme la sua notte
nell’olio benedetto del piacere.

 

*

 

All’orlo
quale è il peso
di cento passi?
Nella storia dell’uomo quale è il peso del suo?
Cento mille
milioni di uomini
passati
in una linea
la soma è somma
ieri

c o n c a v a d i s e g n i
tutto il cielo un precipizio

una pioggia l’infinità
dentro la misura che sfugge
ancorata all’orlo del giorno e della notte
là dove il globulo occhio nel cosmo è solo
un pianetino tra i tanti
innumerevoli

 

*

 

vagabondare
andare
lanciare le voci del mondo sul muro dei suoni
inchiodarle alla lingua e con la bocca prosciugata
ingoiare il cielo
con ansia appreso come un vortice di dati
teso visibilmente un cielo senza margini
senza ramificazioni di foreste o
onde che si propagano e si ode
un vento
solitario percosso
dalle cinghie delle nostre memorie
sull’unica sua corda accorta
e noi accartocciati senza note
che cadiamo come foglie in una scena deposta
dentro un cielo arroventato
abbrutito da uomini senza altro sacro se non la strage
consacrata vocazione di Caino ancora unico
figlio intatto di un dio insonne
senza infanzia e con infamia noi ancorati al suo seme
della stessa natura di dio
che a sangue freddo conta i suoi caduti
come fossero i capelli del mio capo. Pietrificata
rosa di un versetto mandato a memoria
dove il verbo insegue il cuore e in una vita sola
la sfiorisce e rifiorisce ancora.

 

*

 

Oltre il senso di vivere
che ancora non conosco
oltre il senso del morire
che nessuno condivide con nessuno
oltre il senso dell’essere
che si traduce con avere
oltre i sensi che mi tradiscono
dal giorno in cui forse sono nato
cosa e dove è casa mia?
E
posso andarci?

 

*

 

Era
sul filo della lama ogni primogenito
e la stessa scure di netto
ha spaccato di nascosto le ossa all’identico primo
per questo il corpo del tempo
era lo stesso seme di luce ingoiato da Giuda la stessa spina di
Cristo esposto
sopra una croce divelto
era
da una più antica storia fino a questa nostra
una leggenda d’ombra e di divini in cerca di un perdono
strappato dalle viscere della terra la stessa madre, per poco,
solo un boccone di sostanza
il frutto e il suo verme
strisciato dentro il pane di un vacuo paradiso che si perde
avulso dalla conoscenza che manca
dopo milioni di morti e di cacciati
da ogni angolo del pianeta in questo stesso luogo
ancora a forma di terra dove il patibolo s’innalza ad ogni
svolta
della storia che non cambia.
Per amore di Caino, l’omicida
dentro il cranio di un dio della violenza
stritolato dalle furie di una storia scritta prima
che tutto accadesse e nella stessa piena di luci e di stelle
perché tutto si mostrasse all’empio
tempio nostro e scempio di quel primo unico innocente
come peso che s’incastra come colpa dolosa
che preme in fronte
ad una sola stirpe poiché anche lui l’infinito
colui che salva la gente nasce nelle città di Caino
l’omicida salvato dal dio per le babilonie future di delitti
e stirpi di re, miserabili e veggenti.
Lui e Caino ancorati insieme
davanti alla menzogna che solo gli uomini sanno
inscriversi nel corpo e nella mente tramandano al futuro.

 

*

 

“…ogni parola scritta nasconde un’altra parola
del tutto inafferrabile ma incessantemente differita
e infinitamente più essenziale.”

Edmond Jabès

 

quest’unghia
terra di un sobbalzo sbalzo
di cielo poesia senza difesa né protezione
nuda parola cruda e netta
necessità che a verità concorre
che occorre e accoglie
senso che ci preserva senza avere
non mondo ma universo
e dentro ci si immerge con rischio e raschietto a fondo
ripulendo il verbo che non ha congiunzione con l’oscuro
luogo di ogni destino che è scrittura e chiara
senza gioco e gioghi
stende legami tra l’esilio nostro e ciò che non ha fondo
aperta voragine e corpo che ci attende
sospende nel continuo di una traccia senza scomparsa se non
per il cieco
che ha perso il segno nel desiderio di una risposta
l’inizio nel mondo tempo lo spessore che ci nasce
l’inesprimibile travaglio salvezza e perdizione
memoria e perdita di sé
solo di sé ancora alla frontiera e nell’inquietudine del margine
un testo perduto in troppi uomini
senza un corpo poesia analfabeta

 

*

 

esperienze
disciplinate esercitazioni
annotazioni in margine al testo
un nulla
che è tutto e sempre in ogni cosa
didascalia di se stesso

…e intanto cade

luce universo unica un’ombra

noi

completamente immersi

annuso l’aria
e riconosco il corpo del mondo
questa bestia senza coda con un lungo lascito
di stelle e oceani di sogni
di segni sulle rocce e crateri
larghi e furiosi come sanno essere gli uomini
che si ammazzano per non ricordarsi d’essere
per natura fratelli da un solo seme nati
da un corpo che ha così tanta storia
che abbiamo dimenticato come sia iniziata
un giorno
in un nodo di universi.

 

*

 

questo albergo
immenso dove il lusso è il vento che profuma di mari e di
terre di neve che si sbrina di pane la mattina
in corridoi senza fine tra le case della gente
tra ogni continente
e tra i rami degli alberi o le viscere delle caverne
nei silenzi dei deserti o tra i legni delle più oscure foreste
e sale i cristalli di rocca come quelli del carbone
in taciturni luoghi crea ali ai passi delle bestie
e l’uomo accoglie tra tappeti di spezie così spessi
che l’odore della morte non lo spaventi
che nessun rumore dell’altrove batta impetuoso
alle sue orecchie un tempo senza fine un immenso arazzo
steso tra le tante sue nascite e la fine
mai prossima a venire e non lugubre
come qualsiasi nostra stanza ma
terra in cielo ampia un’arca della trasparenza
che anche dentro il buio avanza

 

*

 

Non guardarmi

mi è cresciuto il prato sulla faccia
l’erba ha curvato i pensieri
facendoli radici e alle nuvole
ha legato i capelli ai rami le mie mani
e i piedi sono fitti un viavai d’insetti
ho una larva di bruco dentro il petto
ingrossa e scava quella grotta di silenzio
solo una goccia
d’acqua mi rinnova
se la pioggia lenta m’intrufola
tra questi schermi di marmo
dove l’amore è una discesa all’inferno
e tu strofini nei mie vuoti un fazzoletto sporco
di terra un tempo che non riconosco

qui sono
la soluzione dell’enigma

 

***

2 pensieri riguardo “Nel lusso e nell’incuria (il libro)”

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