L’umanità in cantiere di Andrea Lanfranchi

Andrea Lanfranchi

Manuel Cohen
Andrea Lanfranchi

REPERTORIO DELLE VOCI
NUOVA SERIE, N. 4 (XXXI)

L’umanità in cantiere
di Andrea Lanfranchi.
Pazienza dei giorni,
scienza della luce.

cantiere in luce

cantiere in luce d’acquitrini
tavole lasciate nella melma
– tavole e cielo, e ferri da 18
sullo specchio orizzontale

c’è un doppio steso a terra
del prospetto in costruzione,
il doppio esatto della trama
riflessa nella pozza

Chi spezza l’incantesimo
sull’argine del cielo, sa
che sotto lo stivale svanisce
il sogno – ricomincia il vero

     C’è, nel cuore della provincia italiana, una terra che da tempo immemore si erge a piccolo avamposto di frontiera o discrimine, esposta ai venti di novità e di mutamento: è l’originalissima Marca Fermana, quella da cui sono venuti, solo per ricordare due tra i titoli maggiori, Fisarmonica rossa (1945), di Franco Matacotta, che dagli albori del neo-realismo attraversa l’esperienza della dolente Modernità, e Palmiro (1986), di Luigi Di Ruscio, voce radicale e meticcia del Novecento operaio e della percezione contemporanea e postuma di una lingua spatriata. Cionondimeno, è couche di civiltà, al contempo, particolare e deterritorializzata, come attestano i lavori di un narratore dalle molteplici sortite nei registri della società e della cronaca: Angelo Ferracuti, o che trovano conferma negli scritti di un escursionista curioso e ondivago, tra prosa, lirica e paesaggio: Adelelmo Ruggieri.

     Da quel luogo fisico e della mente, separato e distante dalla improbabile, oleografica memoria di un qualche locus amoenus, viene e in parte deriva la scrittura che incarna i tratti specifici di riservatezza, di sobrietà, e di acutezza di sguardo propri di Andrea Lanfranchi (1968), che ha all’attivo alcune buone uscite su rivista: «Le Voci della Luna», «Argo», e in antologie di premi: Poesia di Strada, Mezzago Arte, Renato Giorgi. Come molti della sua generazione ‘di mezzo’, spalmata tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo, a vario grado tralasciata dalla critica e dall’editoria maggiore che ha corteggiato i ‘giovani’ venuti immediatamente dopo, il nostro ha esordito relativamente tardi, nel 2009, con la raccolta Vociverse, cui è seguita La pesa, una notevole plaquette stampata in una pregevole cartella nel 2010.

     Cantiere in luce, meritoriamente risultato tra i vincitori del Premio Fortini 2013, non è una raccolta di testi variegati, bensì un libro vero e proprio, coeso e organico, che certifica la maturità e la quiddità di stile dell’autore. Un agile accenno è d’obbligo alla strutturazione del libro, che si articola in cinque scansioni o stanze a catena o in contiguità di successione: Cantiere in luce (altre stagioni), Cantiere in luce (inverno), Passo tra le stanze, Eugenio e Povertà e ragione.

     Le sezioni presentano sequenze variabili o disomogenee di testi: la prima sette; la seconda sei; la terza undici; la quarta cinque; infine la quinta altre cinque. Sezioni marcate dalla salda coerenza interna fissata da alcune coordinate o invarianti: tali da intendersi, ad esempio, i motivi o immagini ritornanti, di veri e propri leitmotiv, della luce, del vento, delle scale e del tempo, quest’ultimo nella plurima accezione di tempo atmosferico (pioggia, vento, aria), di tempo legato al ciclo naturale (a cui rinviano le stagioni variamente nominate), di tempo lavorativo e sociale (un riferire di stadi, di ore, di ritmi del cantiere), infine di tempo interiore (larvatamente alluso e riverberato dal contesto atmosferico-lavorativo, esistenziale e fisico, o meglio, fisiologico).

   Coerenza confermata dal ricorso a strutture simili, il cui effetto è di quasi assemblaggio: si tratta di lasse o sequenze di pochi versi, in versi costituiti in prevalenza intorno allo schema endecasillabico, spesso in strofe brevi: talvolta di tipo fisso, in prevalenza di distici (tutta la terza, ottima sezione, spesso con testi caudati, terminanti con un verso singolo) e di quartine (tutta l‘ultima parte, frequentemente con l’ultima strofe caudata, terminante in distico).

     Ciò va registrato per sottolineare non tanto un tratto di stile che rivela ascendenze inevitabili, a volte veri e propri stigmi di una educazione o Koinè letteraria; viene da pensare a una ideale, e mai data per statuto, linea adriatico-marchigiana, dalla accertata postura di ‘tradizione’ (mossa dal paradigma leopardiano, e articolatasi da Matacotta a De Signoribus, da Scataglini a D’Elia, da Pagnanelli a Scarabicchi), come pure da risonanze novecentesche (Betocchi, Fortini), e nondimeno marcata da una sua unità tonale.

     Se, infatti, di eversione dalla metrica tradizionale si tratta, in un contesto di sostanziale ma moderata e auto-controllata versificazione informale, occorre rilevare la saldatura tonale, e la tenuta ritmico-prosodica, affidata a una sintassi prevalentemente paratattica, ad alcuni aspetti di recursività sonore, a formularità ripetitive, al ricorso a figure di ripetizione (riprese, anafore e epanalessi), infine affidata a una lingua veicolare e feriale, di consapevole medietà: attinta dal quotidiano piuttosto che dal parlato, e al contempo innestata o ripresa dal lessico settoriale, da uno specifico codice lavorativo dell‘edilizia; si pensi alla esattezza terminologica, qui riportata in rapida e incompleta campionatura: argani, assi, bancali, bènna, bitume, calce, calcestruzzo, calcinacci, catino, cazzuola, cemento, corrugati, finiture, guanti, impastatrice meccanica, laterizi, lamiere, livella, malta, massetto, mattone, pareti, pianelle, pilastri, ponteggi, putrella, rena, rete elettrosaldata, ruspa, sacchi di colla, scalpelli, spatola, staggia, stivali, stucco, trabattello, travi, e ancora, tubi, a cui è dedicato un testo tra i migliori, e che si offre come chiave, una delle molte e possibili chiavi d‘accesso e di lettura.

     Tubi è una descrizione accurata, affidata a sequenze di elencazioni e accumulazioni nominali, del cantiere, o della casa in costruzione: «Ci sono tubi che escono dai sottoscale, / tubi arancio e tubi blu di fianco ai cordoli dei marciapiedi / tubi grigi che scendono nel cavedio dell’ascensore / E ancora, tubi azzurri in verticale che tracciano l’anima / delle colonne tecnologiche in magica ascensione, / tubi amaranto o argento dietro i controsoffitti, / tubi rossi corrugati, tubi microforati nei vespai / e nelle scanalature, tubi giunti a varie misure»; i tubi rappresentano la parte nascosta, sono all’interno di pareti, saranno ricoperti dal cemento e dai pavimenti, sono la trama occulta, misteriosa e il movimento logico in cui scorrerà la vita della costruzione, vi passerà l’elettricità, il gas, le terminazioni nervose dell’antenna televisiva. Culmineranno in una scatola buia: motore pulsante e tecnologico. Tubi si rivela dunque una allegoresi della vita, il ritmo tecnologico che riverbera e svela il ritmo biologico, una scatola buia in cui confluiscono i fili e i corrugati del corpo-costruzione, che con congruità linguistica rinvia alle arterie confluenti nel cuore biologico, e al corpo umano. È questo un primo esempio, ma ve ne sono altri che il lettore avrà piacere di scoprire da solo, che rivela pienamente l’impianto allegorico del libro.

“i segni della nostra gioia rimarranno
in eterno”

(Luigi Di Ruscio)

tubi

Ci sono tubi che escono dai sottoscale,
tubi arancio e tubi blu di fianco ai cordoli dei marciapiedi
tubi grigi che scendono nel cavedio dell’ascensore
E ancora, tubi azzurri in verticale che tracciano l’anima
delle colonne tecnologiche in magica ascensione,
tubi amaranto o argento dietro i controsoffitti,
tubi rossi corrugati, tubi microforati nei vespai
e nelle scanalature, tubi giunti a varie misure

Tubi, Tubi
Tubi colorati che s’intrecciano e decidono cosa, dove,
e quanto si potrà avere o dare
Tubi in ogni dove percorrono il cantiere,
condotte sconosciute ai più che condividono la superficie

Mai tanta bellezza si potrebbe credere celata
sotto la terra o in una scatola buia, preclusa agli occhi
– cementificata

     Non è stato mai facile scrivere di lavoro in poesia; ancor più difficile tentare (o partire da) il registro ‘operaio’ o operaistico. Pochissimi sono stati in grado di farlo ‘dall’alto’ (dei colletti bianchi): Volponi, Ottieri. Ancora più pochi sono riusciti partendo ‘dal basso’ (dei camici e delle tute sporche), ossia da un impianto naturalistico e realistico, e innestandovi a vario grado e per altri versi, portati di natura, di civiltà, di cultura: il pensiero, va da sé, è rivolto a Di Ruscio, non a caso proprio in Tubi è citato in exergo, mentre una citazione da Carlo Betocchi meglio rivela certe parentele e sfumature di Lanfranchi: dal naturalismo di marca neo-realista allo psicologismo (etico e laicamente ontologico) propri dell’umanesimo sensibile betocchiano; fino ad arrivare al più coevo Fabio Franzin.

     Proprio al sorprendente e notevole autore di Fabrica (2009; 2013), viene voglia di accostare Cantiere in luce per alcuni brani e brandelli in cui si evidenziano le smagliature e le trafitture post-conflittuali (ma ancora così oscenamente reali) e sociali: si pensi ai versi di Ljazim, il muratore chino e curvo sulla staggia che stende la malta, o ai versi di Ai cancelli, testi che fa il paio con le figure operaie e extracomunitarie del poeta veneto. Vi è una medesima identificazione dolente e destinale, un coincidente approccio: un dato comune e ormai raro di umanità di sguardo, di forte empatia.

Ljazim

Ljazim curvo sulla staggia stende
la malta tosta del massetto, profila
il giusto dislivello
Non meno non più chi sovrintende
opera e misura ammette

– è una livella l’occhio che non cede

e guarda l’uomo chino,
le sue ginocchia incellofanate chiuse
tra le maglie della rete elettrosaldata,
la coltre grigiosabbia, le mani salde
all’asta senza resa

curvo sul proprio tratto di memoria
il muratore, ad impastare regola
e misura, tra ciò che non è ancora
spazio edificato né struttura

     Ma l’empatia, e, di concerto, quella un tempo avremmo detto classicamente pietas, senza timore di apparire involuti, arretrati o poco trendy, rivela l’aspetto cognitivo, gnoseologico e esistenziale (resistenziale) più autentico e più esposto del libro: «c‘è già il vuoto che spinge tra le scapole / nude e il timore che ognuno nasconde»(così in: Nella stagione della sola concordia) e che rivela tutt’intera la percezione dell’epoca e la sua appercezione estetica ed etica, nel costante tentativo di riannodare storie e vite, voci e nomi, recuperare alla memoria elementi di esistenza ordinaria e apparentemente non memorabile. Il riferire di una condizione comune, dell’umana gettatezza, della condizione liquida a ogni livello, quasi un paradosso nell’epoca di incomunicabilità e di monadismo della psiche, «Eppure vale più di quanto non si creda / stare qui, consapevoli del vuoto / dietro le nostre spalle / il mare a est è un oro senza fine» (Il cielo sulle scale), rivela la Stimmung vera e propria della presente stagione, la privata e comune «isola nel cratere».

     Infine, dovendo chiudere in rapida rassegna, si riparte dall’inizio, ovvero dal titolo del libro, che per inciso sembra fare il verso a una notissima fotografia ‘operaia’(solo da poco si sa che si tratta di un falso storico) del 1932: Il pranzo nel cielo, scattata a undici operai in pausa pranzo in cima al grattacielo Rockefeller di New York, titoloche è un vero è proprio enunciato programmatico del testo e sua spia polisemica, coincidente poi con il testo eponino, Cantiere in luce, in cui emergono ulteriori peculiarità distintive del libro e del suo stile: c’è sempre un procedere per contrasti molto forti, tra antitesi e ossimori, contrapposizioni di elementi (terra, aria), di stati (solido e liquido) di figure (naturalistiche e allusive, concrete e metaforiche, realistiche e figurali, materiali e immateriali, esistenziali e ontologiche): «cantiere in luce d’acquitrini / tavole lasciate nella melma / – tavole e cielo, e ferri da 18 / sullo specchio orizzontale // c’è un doppio steso a terra / del prospetto in costruzione, / il doppio esatto della trama / riflessa nella pozza // Chi spezza l’incantesimo / sull’argine del cielo, sa / che sotto lo stivale svanisce / il sogno – ricomincia il vero».

(Il testo di Manuel Cohen, qui in parte rivisto, è la prefazione a Andrea Lanfranchi, Cantiere in luce, Edizioni CFR, Piateda –SO- aprile 2014. Opera seconda classificata al Premio Franco Fortini 2013.)

Da: Andrea Lanfranchi
Cantiere di luce

 

misurare l’aria

Qui puoi persino misurare l’aria, fare
il resoconto dei visi che tocca, e per ognuno
soppesare gli istanti di luce tenuti stretti
accatastati uno a uno
nella ressa di sguardi che sopravvivono
alle distanze, allo sciamare di gesti fermati
nel proprio scrigno, nella propria scatola nera
– scorgerli appena, farli frusciare tra le dita
come figurine tremanti – in un fiato,
sperare che tutto perdendosi
lasci almeno un po’ del suo bene

Ora trovo questo, guardandovi
edificare qualcosa per qualcuno
cui il tempo affiderà più saggio giudizio,
che l’opera è più sincera del proprio creatore
e che, in questo scampolo di Storia
in cui la calce ammanta ancora corpi nelle fosse,
è il tempo di condividere, di non farsi da parte,
non lasciare mani vuote balenare nel buio
non avere timore
– ricucire ogni volto al suo legittimo nome

il cielo sulle scale

Il cielo sulle scale impone ascesa
– in uno sguardo liquido: ottemperanza al dovere
o desiderio attratto dalla fuga verso l’alto
Lo scarto tra atto e pensiero sta in quel salto
di condizioni apparentemente contrapposte

C’è un silenzio aurorale, come un velo
tra le costole dell’armatura,
un controluce annienta gli innocenti,
confonde il limite
tra il vuoto e gli elementi

Chi passerà per questo scampolo di spazio
col fiato corto e la faccia
impallidita nel biancore del risveglio,
ancora indugerà, dopo anni di cantiere,
con lo sguardo obliquo verso un punto in basso

Loro sanno: non c’è altro di cui vivere
se non di questa dismisura
Funamboli sospesi tra gli spalti, guarderanno
dove le vite sciamano in squame orizzontali
– in luccichii di scena

Eppure, vale più di quanto non si creda
stare qui, consapevoli del vuoto
dietro le nostre spalle
Il mare a est è un oro senza fine – gli occhi
avranno ancora fame di guardarlo

la fabbrica cresce

Lungo coni di vetro contrapposti
cambia la luce dei giorni,
diminuisce o aumenta
il tempo del lavoro
E nel suo fare e disfare per piani
la fabbrica cresce,
tende al cielo, quasi viva di sé

Eppure, non è qui la soluzione

Perché corriamo sui tavolati
issati fin quassù, sui ponti metallici,
certi dei nostri calcoli statici
dell’onnipotente tecnica
che sostiene i nostri sogni da giganti,
ma come soldati sulle garitte,
geliamo, per un sospiro d’ombra

II

Cerco tra i calcinacci e i muri
voci, verbi, aggettivi,

ma trovo semplici cose – e mi chiedo
se non sia questa la lingua,

questo elenco di sostantivi serrati
dalla prammatica, usurati dal tempo:

attrezzi e provviste, inerte materia
con cui sporcarsi le mani

Parole e segni, come mattoni

III

Due stagge, una spatola liscia
una a denti di sega, la cazzuola,

le pale appoggiate sul muro
come due gendarmi,

l’impastatrice meccanica spenta
nell’angolo a destra (ripulita),

quattro sacchi di calce due di rena
uno di stucco, più in là

le pianelle (dieci pacchi), lasciati
giù in fondo i bancali accatastati

il catino ancora colmo d’acqua,
cinque sacchi di colla (non usati)

due stivali incrostati, e i guanti
abbandonati sul trabattello

VI

Guardali bene tutti e annota
sul tuo taccuino i segni che portano

incisi in faccia: il colore
della pelle, degli occhi, i capelli

il tipo di berretto, o il caschetto
che si mettono in testa – guarda bene

i guanti, le scarpe, gli attrezzi,
e ascolta quelle voci più rauche

meno rauche – la lingua che ognuno
abbozza, nel raro parlare quotidiano

VIII

Difendere cosa, se non questo, ora,
questa mattina tra infreddolite stanze

Sono queste facce, queste
braccia, a dover chiedere difesa?

Difendere un luogo? una storia? Ma
non è posto, qui, di cui si possa dire

casa, fabbrica, chiesa…– non ancora
Cosa difendere dunque

se non questo lavoro senza dimora

***

E la luce – mi chiedo – Eugenio, la luce che ora attraversa
il vuoto tra i pilastri, quella luce senza timore né vergogna
che porta il suo carico di particelle incandescenti qui tra questi
pezzi di pareti non finite sulle superfici ancora grigie dei solai

quella luce che forma macchie accecanti d’improbabili
geometrie, che filtra leggera e decisa e sospende il nostro tempo
tra un qui disarmato e impotente e l’immagine o il verso di noi
altra umanità in un tempo improbabile anch’esso, ma possibile…

Di questa luce, Eugenio, cosa ne sarà nelle stanze che verranno
nella loro perfezione di linda democrazia? – cosa resterà di questo
spazio grande che divideranno, del loro essere state un mentre?
– cosa di questo posto immondo così come ora è rimarrà?

Lo avremo attraversato sapendolo comunque degno – somma di atti
imperfetti, luogo dove stare come nomadi il tempo di passare
da un ponteggio a un altro ponteggio
– cercare una vita, un’isola, un segno

ognuno ha la sua isola nel cratere

ognuno ha la sua isola nel cratere
dove si forgia il ferro della discordia
lascia che il giorno passi perché si esca
indenni dai suoi lacci dalle sue mute trame

ognuno ha la sua isola o una degna dimora
dove tornare per non sentirsi vicine
la cieca arroganza le parole puttane
che lasciano addosso un fetore di merda

qualcuno pensa quando finisce il giorno
di non dover mentire per esserne degno
e ogni volta ci crede – e finge
e perdona la propria menzogna

ognuno ha la sua isola e quando la riconosce
può anche cantare o scrivere versi pensando
di lasciare una traccia una scorta di senso
per chi viene per chi resta

– ognuno ha la sua isola
la sua stanca tana di animale

***

11 pensieri su “L’umanità in cantiere di Andrea Lanfranchi”

  1. E finalmente delle poesie per geometri, il geometra che è in tutti noi.Solo chi è stato sui cantieri può comprendere il
    “fetore di merda”La poesia, la poesia e la sua genesi…(com’è che diceva?..”può nascere un fiore”.?..

  2. Peccato che un autore di questa caratura non abbia sbocchi editoriali nelle sigle maggiori e trovi visibilità limitata a Blog meritevoli come La dimora( a cui rinnoviamo la nostra stima ). Un apprezzamento particolare al lavoro di Manuel Cohen .
    leopoldo attolico –

  3. Intanto Grazie a Franceco Marotta per la consueta cura del post sulla Dimora. E grazie sin da ora ai primi intervenuti e ai bloggers. L’editore CFR ha fatto un ottimo libro. Devo dire che ero nella giuria del Fortini, e quando ho letto questo file che, come tutti gli altri 87, mi è stato inoltrato in forma anonima dalla segreteria del premio, sono rimasto molto colpito dal verso e dai testi. Una vera sorpresa. L’autore mi sembra bravo, ed ha corde interessanti. Un in bocca al lupo per questo suo libro, e per tutto, naturalmente. m.

  4. Grazie a Mauro Pierno, a Francesco Tomada e a Leopoldo Attolico per essere passati di qui. Sì, un peccato che gli sbocchi editoriali siano quello che sono… E peccato per quelli che stucchevolmente continuano a frignare che ‘I POETI SONO TROPPI’… CI SONO AUTORI INTERESSANTI, nonostante tutto.

  5. Testi stupendi. I miei più convinti complimenti a Lanfranchi, che purtroppo non conoscevo.
    E un grazie di cuore a Manuel, che sa scorgere sempre le pietre preziose nell’ombr della pietra.
    Con affetto. FF

  6. Ringrazio Manuel per la bellissima nota critica al mio libro e la redazione della dimora del tempo sospeso per lo spazio ad esso concesso.
    Mi sento onorato dall’attenzione di tutti coloro che hanno lasciato (o che vorranno lasciare) un commento alle mie poesie. Con particolare affetto saluto Fabio Franzin – una delle voci della poesia contemporanea a me più care.
    Grazie ancora.
    Andrea

  7. saluto Andrea e gli faccio un grande IN BOCCA AL LUPO!

    E ringrazio Massimiliano e Fabio per essere passati di qui. Fabio sa cosa penso della sua poesia, non aggiungo altro!

  8. Caro Andrea, ti ringrazio di cuore per le parole d’affetto. Non ti conoscevo ma ti sento, mi sento molto vicino. Ciò che ho letto qui mi ha coinvolto e convinto, e ne sono rasserenato.
    Un caro abbraccio. FF

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