Biografia tagliata

Franco Donaggio Riflessioni
Franco Donaggio
Riflessioni

Antonio Bux

Biografia non è arrotolare
distanze e poi farne esattezze;
trattasi bensí di un orale
nodo impossibile:
basti pensarne un bavaglio
come legato male o vita
che non divide tagliando.

 

Biografia tagliata
(inedito, 2014)

 

Il verde dietro

 

***

Ci sono fiori che non esistono
dentro alberi in frattaglie di verde
con tutto un fruscio d’inestinto e giovane
mentre l’uomo cammina così
male incespicando nel parco
del globo chiuso al volto dal mondo
che non vi si accorge di stare
giù per il grembo d’intorno
della vita non per l’oscura
distanza riuscita a mancare
ma per l’alterna presenza tradita
della morte che come il cielo
lascia il suo perenne in un ciclo.

 

***

Al vecchio ramo, che continua
a pescare radici d’aria sgusciando
dalla sua metà spezzata, dove
il raggio conficca la sua prossimità
nell’età ancora verde e robusta…

ecco in questa variabile si misura
la macchia sospesa dell’oltre divino:

dalle entrate autunnali cambiando
lo sguardo e il passo in nuovo vento
dove le solitudini crescono invertendo
i poli del tempo e con amore appaiono
appassire semplicemente, più felici
distanti come fiori tagliati per crescere
il miracolo di una donna corolla
resa spina sotto valle dall’occhio…

Ma il vecchio ramo intanto è trafitto
nel tronco mietendo la storia
d’intorno mentre ciascuno passa
respirandolo e già vi annota
l’energia mancante
dividendosi dal mondo
solo per non sentirne
l’assenza.

 

***

Il gambo sospeso
si stringe ad un suono
industriale d’aria
e non è nel fiore
ma nel rumore accanto
lì dove per nessuno
sopporta la terra.

 

***

            Mi piacerebbe rimanere
            come rimangono gli animali,
            per solo passo inopportuno.

Dammi un vocabolario di spine,
una voce infedele o una mano più pura,
una fata meschina, un fumo irriverente,
o se preferisci un pane torto
nella magrezza di un esilio, insomma

dammi la colpa del mondo,
la disgrazia dell’erba, il peccato continuo
dell’alba nel bicchiere rovesciato
per terra coi tuoi cani leccando
come ferite le lingue del vino…

Noi siamo sangue ma insegnami
che la vena può spezzarsi e dire:
“anch’io scorro senza volere
sono vaso anch’io, solcando le ere”

ché non è il corpo l’ultima funzione
e non è per questo che si ritorna
dentro dunque dammi la forza
di un lupo o l’astuta intuizione
come di lucertola sotto la pietra…

Proteggi l’alone dove scompare
l’io quando vive senza pensiero,
ché la terra non necessita il nero
colto di sorpresa, ma di sopravvivere
a noi che disponiamo dell’inutile,
allora dammi una testa invisibile
e spostami altrove, dimmi controvento.

 

***

            Il verde dietro
            è una spina dell’origine.

Oggi è marzo e dice caldo
nell’estasi del tramortito
insinuando così di penombra
il sole la sua smorza tranquilla…

Ma di solidità pomeridiana è fatta
la solitudine come del sonno
quando tutto sgranchisce prima
entrando a tempo nell’altra sera…

E già non riconosce il nero dentro
del suo corpo fatto pietra
per la terra e non per suo
figlio immoto ma nell’immutato
necessario destino dell’infante
rimane un sogno poco cresciuto…

Così si intana e si stiracchia tardi all’aria
dove lo attende una moglie raggio viola
incessante amando in fuori l’energia
più paonazza di un mondo alla deriva…

 

*

            Capitare in luoghi deserti
            a caso frutti impauriti
            aspettando il taglio
            vivo nella polpa
            inesplosa al morso,
            e incominciare a temere
            il seme perché troppo dentro,
            così troppo che non esiste
            come l’essere di poca scorza.

Giardini caduti il vento
torna a sera dicendo oltre
l’impedimento notturno
quando il lamento è divino
d’occulto nel volgersi già
a mezzo giro di lancetta
contro la terra sventrata
perfetta, ma è così
che compie vendetta:
in sostituzione trascendendo
la chiave selettiva, dove non chiude
memoria, e prova tardiva
a girare il rientro dell’ombra
nel seme più spontaneo e nella vista
che impreca trasmigrando dal cielo
allo stato solidale, il suo diventare
qualcosa del tempo.

 

***

Protratto nell’estinzione
l’adesso è un volto magico
rinchiuso nel guanciale avverso
tra sera e mattino,
e non si avvera ma ritarda
nell’indistinto come una fionda
calata sullo sguardo
desiderando l’ultimo lancio.
Però tu sai, occhio duplice
che il bersaglio è ognuno
con dietro la morte pigiante
simile ad un fermo, quando gira
la chiave della primavera
e un vento così simile
virando apre altrove.

 

***

            Monotonia andante d’un fare niente.

In memoria di un mare senza voce
e senza storia più piena come a dirsi
incapace di rientrare da un abisso…

così migliora pur preparato all’onda
d’occorrenza e col fiato sottomesso
alla lingua che si batte contro il sole
del linguaggio posto dentro la parola…

Ma lì muore anche l’ultimo tacere
e non arena il litorale ma fa il prossimo
più vicino al proprio scoglio dove impara
a nuotarsi via da solo sommergendo
la sua testa verso un’altra superficie…

 

***

Nasciamo intensi
senza visitazione

con il pensiero
ultima radice

respirando corpi

nella vera intrinseca
società degli alberi

che mette nasi
sotto la terra.

 

***

Non è mai stata così vicina
la gradazione della lentezza

che così piano ora rincorre
nelle modulazioni il vento

mentre espande sulla terra
offrendo al fluorescente

batterio della notte il suo
pensiero di mercurio.

 

***

Ciascuno ha tre montagne
da raggiungere per dividersi:
tre piccole cime come mete
dove ognuno sa di spingersi
passando prima per l’assedio,
poi nella testimonianza,
e infine per l’essere perdonato;
ma scalando indietro troppe volte
si fa inversa la discesa e oscilla,
ché quando ci si accorge
della terza montagna
si è appena sulla prima.
Ma chiunque potrebbe precipitare
nella fretta di vedervi l’oltre
mentre l’assedio lo delimita.
Però l’occhio nell’abisso si allena
alla testimonianza della voragine
prima del suo baratro sospeso.
E così manca intanto che scorre
la mente come un filtro sul tracciato
e mentre si fa luce percorre niente,
piuttosto viene corrotta da un sentiero
tergiversando sulla fine. Ma quando
ci si scorge comunque nell’ulteriore,
l’eterna vetta significa di più ancora:
perché chi vi arriva nell’attesa crolla
temendo la propria altezza, ma è già allora
cresciuto così montagna, che se ne resta
lì scisso, da solo simulato in un’eco
che imitandolo ritorna pienezza.

 

***

            Tutti sanno l’ipocondria
            del sole combaciare in cielo
            perfettamente con la moltitudine
            disarticolata degli astri…
            Tutti sanno però non manifestano
            la possibilità di danzare
            su quella mente appallottolata;
            tu invece ignori la grande pietra,
            il colonnato di luce che diventa
            ogni giorno la prossimità,
            e per questo non trasmigri,
            per questa tua ragione
            non sei più di un lembo,
            e come me ti ammali
            della profondità senza sosta
            che è in noi proprietà
            proprio perché non è nostra.

Il verde non esiste.
Bisognava saperlo
prima e proteggere
la barriera del dolore,
quel colore mancato
sul disegno del tremore,
mentre ora scorre lo stesso
nel contorno cancellato
dentro questa parola
silenziosa il verde dietro
al timore del foglio
sull’umanità.

 

[Un’ampia selezione di testi, tratti dalla raccolta inedita Biografia tagliata di Antonio Bux, comparirà a breve in “Quaderni di RebStein”, Vol. LII, Aprile 2014.]

 

***

1 commento su “Biografia tagliata”

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