All’interno, notte

Mario Giacomelli

Gianmarco Pinciroli

All’interno, notte

È come se i suoi occhi non avessero palpebre
Hugo von Hofmannstahl

I

Un centro che adagio si disperde
come i petali nel frutto
acquoso della terra

splendida confusione! ma non è
il corpo che falcia il tempo
qui è una piccola parola
distaccata, sola, vagabondaggio
di gioia e malattia

All’interno, notte
s’affastellano i campi per il vento
e più non sa l’artiglio
la predata felicità

precipitano a valle i segni
con l’incedere segreto e muto
sulle cadenze della sera
stelle piante e sorrise
da un debole fuoco artificiere

oh ti circonda
col suo cinghiare di abusate fedi
terra di frode dentro la notte
s’arrampica una croce alla distanza
da te stacca la rondine
fragrante nel suo volo
d’indagine e silenzio
verso la contemplazione del deserto
dove corone lire e rosse danze
più non germogliano la dolce cantilena

oggi, stenta creatura
nel comune predominio
del sonno accondisceso
non si ribella il cuore
più non si drizza la parola all’alba
per sconfiggere le potenze del declino
con un declinare più scosceso
tu, fiato che non esisti
nemmeno sul labbro
degli osanna

All’interno, notte
lucido brunire dei sentieri
adeguati al corpo
che per l’arte si ammali
per il gioco che dà profitti
certezze, posteri
visioni

Ferite, notte
giacere nella propria indifferenza
che nulla afferra di sé, per sé
soltanto misurare nel solco
l’artificio che produce il fondamento

notte arcuata nel sonno
del pieno mattino, quando vuota
la scarica mortale delle regole
spalanca sui tavoli i comandi
profitti perdite deiezioni

ferite che incondizionate
hai aperto nell’attimo arcaico
in cui ti hanno colto al davanzale
l’uno e il tutto
(e ti abbattono, divorano, triturano)

Così rimane alto il fuoco
e circonciso il verso
giaci se pur comprendere non sappia
il nulla che ti afferra

All’interno, notte
il vento ha spaccato
la sicurezza stracolma
di ogni ben di dio
e tu più non conosci
te stesso attraverso gli specchi
le parole

tu: reclino e contenuto
in una coppa rancida di vino
(non giochi, non parli, non scrivi)
adocchi un sesso salvifico
nell’incontrollata messe dei sensi
ah demiurgo di cenere e fiati putridi
mano infatuata e fatua
nulla in te si crea, e tutto
tutto in te, attorno, si distrugge

hai, spero, i talenti
del favoloso vate di te stesso
che non sa il pensiero, il calcolo
ora che tutto è stato calcolato
ora che tutto è stato pensato

ricurvo il dorso cittadino
in quel che più chiami insensato:
natura, nascimento, germinazione
impura dalle reni della ripetizione

e tu cavalchi, satellite, mediante
un tuo giusto sentire, pietà, dolcezza
nostalgica di semantiche latenze
dagli appiattiti verbi
lingua! lingua di dio! lecca le cose
ma più non dire
nomina il nome di ciò che fai

Mai avresti detto
che la tua piccola potenza
si sarebbe tanto stracciata

il cavo altare che ti domina
senza che tu ti sappia dominato
è una tela infallibile
non manca un lembo
del tuo vecchio corpo
a proteggerti

ma tu, all’interno
pieno di dolci parole
come sempre hai creduto districarti
e lassù stelle impunite
impiantare come pali
per più vasti e illuminati confini

così: cede al largo riso
degli steli ritti e chiari
il tendine del sole
ogni tribù di fiori reclina
e dentro, tra morte e terra
abbaia il cane lunare, orrendo
notte

sfibrato il canto s’alza
al lume arguto degli amanti
sputato con salive profumate e fragili
viole ed argentei abbagli

invece in te s’annida, solare
il giallo brufolo della riflessione
in lotta con la nube, gli appetiti
la fragranza della tua unità
per i denti poderosi del padrone

oh mai, signore di pochi anfratti
nelle periferie del quotidiano
avresti detto
che tanto poco vergine
l’ordito del poema rimasse
l’impotenza tua nascosta

 

Mario Giacomelli

 

II

Credete, l’aprile e l’autunno
scoperchiano fonti purissime
nel pericardio lustrato
da morbide tentazioni di versi

la morte ha un esercito
di belle speranze
affinché di nulla sospetti il dominio
che ognuno crede avere di sé

credete, io non son più che nulla
se mi resta affrontare il cammino
(è già tutto) della ripetizione
con il sacco gonfio di fede
nella trasparenza del dire
del fare, del corpo
credete

Attorno, il semplice
degli elementi che non conoscono
l’occhio dei mortali

s’inalbera la vetta odiosa
di guance spaccate dai coltelli
del demone portatore di scacchi
dèi, giardini, fedi
rovesciate nell’anello del male

Io sono, e attorno, il semplice
ridesto il guanto d’aria
che l’odio impotente aspira
con bocca di sfoglia stagione

il semplice ride non veduto
nel carro degli elementi
che tengono cielo e terra
umani e divini
in una bolla irrespirata

Attesa d’aridità! snoda il poema
nel lungo tunnel della terra
che in bocca percorre
il suo dorso di collina
con morte e corteo
di vergini

Tra pietre, onda, piuma
s’allarga più la bruma di me
scosceso a capirti
anticamente la tua voce
il peso a dirti, assente
la forma del cuore

Fonda è la nera valigia
i sensi non stanno chiusi, Pandora
s’apre il vaso dei miracoli
ed ogni male è un vento prodigioso

Fonda notte, appare in alto
ai piedi un corpo
dirupato il seno
come una nube s’incupisce
al sogno dei fanciulli

Fondo il mattino
pura boccia dimenticata
perché sempre non s’accorge
il Solo che addenta il giorno
le carni vistose della bella tenebra
e fugge nel cervo infedele
la promessa di caccia
che dà dèi venienti
gioia e immortalità ai caduti

Io sono caduto sull’alpe oscura
per l’arcaico peccare delle nubili
masticano rose, le canne
suggono d’api sterili
e zanne proboscidate lanciano
pentagrammi verso il sole

Senza stelle viaggio dentro di me
arcuati polmoni:
cianotici cieli a mie avventure

Io sono il sangue
che una pompa pulsa
di giorno in giorno attorno a sé
senza spezzare il cerchio
degli avvenimenti immobili
niente comincia o finisce nel buio
andare per vertigini oscure

Progressivamente il cielo diventa
banale, comune, monotono
democratico

 

***

3 pensieri riguardo “All’interno, notte”

  1. interessante questo Pinciroli…
    la poesia è decisamente alta.
    è molto incentrata attorno all’Io …come se la terra girasse intorno all’uomo.

    mi permetto di notare che al terzo verso della penultima poesia manca una a
    “di giorno in giorno attorno – a – sè”

    Buon giorno!

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