Entretiens sur la poésie

Entretiens sur la poésie

Yves Bonnefoy
Stefania Roncari

Entretiens sur la poésie

«Le poème nomme
ce qui se perd
»

La presenza, il sensibile nella sua immediatezza e pienezza, si dà prima di ogni parola, la più piccola parola nasce per dire la presenza. Questa presenza muta del mondo, che precede il poema e che lo obbliga a definirsi come ritorno. Il compito della poesia è quello di raggiungere la verità.
Bonnefoy rigetta la preminenza dell’immagine e della poesia disincarnata e adotta una via intermediaria, tra sogno e realtà: “la poesia permette la conoscenza del mondo e possiede un ruolo ontologico”.
In “Entretiens sur la poésie” c’è un articolo, Poésie et vérité, nel quale l’autore giudica il rapporto tra scienze, filosofia e poesia. Bonnefoy afferma che le verità matematiche si appoggiano su sistemi coerenti, ma inadeguati al mondo-referente; mentre la filosofia si fonda sulle categorie del linguaggio, sui concetti che sono solo viste parziali, ottenute considerando solo alcuni aspetti dell’oggetto, a discapito degli altri. Invece la poesia può cogliere una presenza, poiché essa si appoggia sulla parola, sulla sua materialità fonica.
Saussure ha mostrato come le parole sono delle realtà concrete. Bonnefoy capovolge le priorità stabilite dalla tradizione occidentale, riguardo il concetto del sensibile. Egli cerca nel verbo un’azione vivificante sulle cose. In “Entretiens sur la poésie” mostra i poteri che hanno alcune semplici parole come: vino, pace…e scrive: “I poteri della lingua, consistono nel fatto ch’essa può ricostruire un’economia dell’essere al mondo, un’intelligenza di ciò che è un’opposizione allo sguardo disincarnato della scienza…”. Nelle sue parole fondamentali c’è un’incitazione a ricordarsi che “può esserci dell’essere, cioè del senso, dei luoghi di presenza e non d’assenza, quando il nostro parlare scientifico non accetta di percepire solo l’oggetto”. La poesia è un mezzo privilegiato per temere il mondo. Ciò non vale per la letteratura in generale, poiché nelle opere narrative il linguaggio, al contrario, è fissato su relazioni concettuali e le nozioni rimandano solo a se stesse, invece di riferirsi direttamente alle cose. La poesia è stata per molto tempo prigioniera delle convenzioni, degli automatismi, ma Rimbaud ha insegnato ai suoi successori a farsi vedenti. Bonnefoy scrive: “la conoscenza scientifica si è imposta, discreditando il pensiero con analogie e simboli. Mentre la ragione si è fermata alla presenza dell’unità, al pensiero e alla pienezza”.
Per Bonnefoy la natura vale soltanto come luogo organizzato e totalità; altrove dice: “si percepiva un tempo l’analogia tra il leone, il sole e l’oro, che permetteva di semplificare il mondo, di abitarlo, di trasformarlo in una terra abitabile”.. La superiorità della verità poetica rispetto a quella scientifica pare evidente. Solo la poesia può evitare che i nostri autori contemporanei la perdano, nell’intuizione di un’unità o di una presenza che assicuri il contatto immediato tra gli esseri e le cose.

 

L’immagine

L’immagine per Bonnefoy ha uno stato ambiguo. Essa permette di accedere a una realtà superiore. L’autore la definisce cosi: “è non solo un semplice contenuto della percezione, né le rappresentazioni che si formano dai nostri sogni fuggitivi : ma ciò che Beaudelaire aveva in mente, quando evocava “il culto delle immagini” e ciò che anche Rimbaud designava quando scriveva nelle Illuminazioni “le meravigliose immagini”. L’immagine ha lo stesso carattere tangibile del nostro mondo. Bonnefoy scrive : “chiamerò immagine questa impressione della realtà alla fine pienamente incarnata che ci arriva, paradossalmente da parole deviate dall’incarnazione”. Si tratta quindi di un’impressione di verità. Non sarà il nostro mondo o forse sì, ma un mondo ordinato, percepito come sarebbe dovuto essere. L’immagine permette quindi di ritrovare l’armonia; essa è legata al sogno e all’immaginario. ..”Immagini, il bagliore che manca alla monotonia dei giorni, che rende possibile il linguaggio, quando lo ricurva su di sé, quando lo plasma come un seno natale, la sete costante del sogno”. L’ambiguità dell’immagine suscita un retroterra (arrière-monde) e per questo è positiva. ”Non si può comprendere veramente la terra, se non provandola come lei stessa ci chiede”. Soprattutto se lo scopo della poesia è quello di raggiungere la verità. Il pericolo dell’immagine è quello di portare a opere chiuse, autonome, tagliate dalla realtà. “L’immagine è sicuramente la bugia (mensonge) tanto sincera quanto lo è l’’immaginario”. Fino a Rimbaud, l’immagine ha risposto meno al desiderio di rappresentare il nostro mondo, che a quello di costruirne un altro, libero dalle tare di quest’ultimo. Due concezioni dell’immagine si oppongono quindi : quella legata al sogno e al meraviglioso e quella legata ad un possibile ordine e comprensione del mondo. Bonnefoy scrive: “la parte estetica, nel poema, è l’occasione che diverrebbe la colpa, se le si sacrificasse la verità”… “L’opera poetica deve essere scambio, si deve far corrispondere ai segni linguistici dei referenti reali. Solo così si avrà una poesia dell’incarnazione”. Dal surrealismo Bonnefoy ha amato la rivelazione della pluralità delle voci, che ossessiona il nostro inconscio. “L’immagine, ciò che mi aveva più toccato..” (Bonnefoy). Pensava all’immagine come mezzo d’accesso ai misteri, sia dell’inconscio che del mondo esteriore. Velocemente ha creduto di scoprire nell’opera di Breton, una sorta di “religioso traverso”, una tendenza cioè allo gnosticismo. Quest’ultimo consiste quando una parte della nostra realtà porta le tracce di una realtà superiore, quando il poeta si abbandona a un “altrove” e si lascia rinchiudere in un mondo separato. E’ il sogno che si accetta sogno. Sfortunatamente la verità diventa una parola vana, non può più esserci incarnazione. Nel “Nuage rouge” Bonnefoy scrive: “L’incarnazione, ciò che è esterno al sogno.. Ecco, perché ho abbandonato i surrealisti dal 1947”.

L’equilibrio

La poesia di Bonnefoy è un mezzo termine, un passaggio. Starobinski scrive che essa si situa “tra due mondi”, tra il mondo perso delle analogie e un mondo a venire (nel senso in cui si trova per Rimbaud). Questo mondo a venire è virtualmente presente, ma bisogna riconquistarlo dall’astrazione. Non è altrove, è qui. Il mondo perso non ricorda, ma in esso si trovano molti verbi che indicano il ritorno di un fenomeno: per es. “rianimare”, “ricominciare una terra”, “ritrovare la presenza”. In ciò che concerne il mondo a venire, Bonnefoy utilizza diversi termini differenti per designarlo: egli parla di “mondo secondo”, “terra seconda”, “vero luogo”, “presenza”. “E’ con la parola che l’avvento sarà possibile, a condizione che questa parola assomigli al luogo da mascherare”. In questo senso la parola è ancora ambigua. In teoria aspira a una poesia senza immagini. Bonnefoy scrive: ”la grande poesia è quella che tende a liberare dalla metafora, che vuole dire ciò che è, che designa..”. Abbiamo visto quali prospettive offra l’immagine e Bonnefoy cerca di usarle. Poi, subito dopo, ha dei rimorsi.
Nelle raccolte poetiche c’è un’oscillazione permanente tra realtà e sogno, assembramento e dispersione. Ci sono due tempi come ci sono due mondi. Questa poesia è perpetuo ricominciamento, si potrebbe dire ch’essa oscilli tra deserto e desiderio. Il deserto è il nulla della condizione umana (espressioni come “agonia interminabile”), ma in seno a questo deserto ci sono a volte delle aperture, delle intuizioni e nuove realtà prodotte dal desiderio poetico, per esempio..

Il me semble, ce soir
Que le ciel étoilé s’élargissant
Se rapproche de nous ;
Et que la nuit,
Derrière tant de feux, est moins obscure.

Così Bonnefoy raggiunge un equilibrio. Il sogno è sempre seguito dalla critica del sogno. L’immagine è usata, ma sempre nello scopo di dire il reale. “Non bisogna rifiutare l’immagine, che è un ‘dé-chainement’ (liberazione) della nostra lingua segreta, ma analizzarla come in un prisma, liberare le forze che si compongono in modo stretto” e dunque il simbolico ha un ruolo che deve essere giocato quanto il reale. La poesia crea una spazio-tempo, dove ancorare le immagini.
La poesia è ricominciamento..sensibile alla ripetizione, al bilanciamento, propizia all’incontro dello stesso e dell’altro, pronta ad accogliere il ritorno di Ulisse, procede poi infine all’unione di Rimbaud “al di sopra della disgiunzione dei due corsi del fiume”.
Scrivere è un modo per ricordarsi di sé. La nostra poesia è una terra verbale e io ne sono l’erede” (Bonnefoy).
Parlare è un modo per dimenticarsi.
Di quale nuovo concetto dell’individuo abbiamo bisogno perché la parola trovi, domani, la sua unità necessaria?
Il nostro mondo non è separato dal mondo spirituale”.
L’unità del luogo e di colui che arriva.
Bonnefoy va verso l’uno, dove nessuno ci andrebbe, come in terra straniera.

Mais non, toujours
D’un déploiement de l’impossible
Tu t’éveilles, avec un cri,
Du lieu, qui n’est qu’un reve

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3 pensieri riguardo “Entretiens sur la poésie”

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