Maestri silenziosi (I)

Lucio Saffaro L'inquietudine, 1956
Lucio Saffaro, L’inquietudine, 1956

Gianmarco Pinciroli

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario

Riprendere, dall’inizio,
il lavoro minuzioso della morte:
è dunque questo, precisamente, scrivere?

Edmond Jabès

foglio 1: gennaio

1. Immobilità e incertezza sulla direzione da prendere. Conosco bene lo statuto dell’immobilità: in realtà, l’immobilità è una forma del girare a vuoto, cosicché si deve necessariamente presupporre che il movimento, al contrario, sia un girare in qualche modo direzionato. Chi gira a vuoto, allora, semplicemente non ha mai una direzione ed il suo girare a vuoto equivale, negli effetti, alla più letterale immobilità. È pur vero che chi non si muove affatto resta nello stesso posto, ma non è forse vero anche che chi gira a vuoto, non arrestandosi mai in nessun posto, finisce per trovarsi nel posto dello stesso? nel posto dove il suo non essere in alcun modo direzionato fa, del suo essere indifferentemente qui o là, un essere-lo-stesso in quanto essere-in-qualunque-luogo, essere-un-luogo-qualunque? quello stesso che è sicuro soltanto della propria mancanza di direzione, certo soltanto della propria incertezza di luogo?

4. Sono stanco anche di domandarmi perché scrivo. Né il che cosa scrivo né il come scrivo sembrano ormai da tempo interessarmi più di tanto. Trascendenza della scrittura, che vale in sé oltre la cosa che essa scrive, e oltre la cosa che è stata scritta in un modo piuttosto che in un altro? Oppure immanenza della scrittura, che vale in sé nella cancellazione, nell’indifferenza, nella neutralità della coppia, da essa finora custodita, oggetto scritto/soggetto scrivente, ai fini di una legittimazione del proprio autarchico diritto ad essere scrittura senza soggetto e senza oggetto? Niente più, dunque, che una scrittura come mormorio indifferente al senso della cosa, neutro quest’ultimo rispetto al senso mobilitato dallo scrivente, scrittura carica di sé e di sé soltanto, scrittura ridotta a serie di grafemi incessanti e instancabili? Il nulla della scrittura, allora, non è la pagina bianca ma la pagina scritta in cui non c’è più niente da leggere secondo una qualche direzione, secondo l’intenzione di una qualche soggettività, la pagina che si è liberata di ogni responsabilità del senso, di quello stesso senso esatto dalla coppia (oggetto scritto/soggetto scrivente) che, peraltro, quotidianamente se ne serve per tener comunque desta la comunicazione dentro il mondo.

6. In Proust la sintassi non impoverisce i possibili del discorso, bensì li approfondisce aprendo in esso nuovi piani e nuovi registri. Di solito, la sintassi impone ordine a ciò che viene detto attraverso il suo tramite, essa è un grande selettore le cui scelte fanno piazza pulita dei possibili discorsivi nel nome della chiarezza, anche solo di quella espositiva. Ma Proust, invece, trova il modo di piegare la ricchissima, arborescente sintassi della sua pagina all’accoglimento di quegli stessi possibili che, malgrado la selezione da essa operata su un registro (ad es. su quello strettamente evenemenziale rispetto alla situazione narrata), possono nel suo fraseggiare riproporsi ad un altro livello (ad es. psicologico rispetto al personaggio, o riflessivo rispetto ai valori in gioco). Così, quando la storia sembra procedere di buon passo grazie al succedersi rapido degli avvenimenti e alla cancellazione di tutti quelli che a quell’accadere non sono risultati necessari, la psicologia dei personaggi coinvolti in quegli accadimenti ignorati subentra al loro posto per lunghi tratti, e complica incredibilmente la rappresentazione delle anime che in essi agiscono (o hanno agito), delle intelligenze che in essi pensano (o hanno pensato). La narrazione, dunque, procede insolitamente veloce ma i suoi personaggi si fermano rispetto al tempo della loro vita raccontata e si caricano d’ombra, diventano più pesanti al passo narrativo e si offrono ad una riflessione che riesce sempre meno ad esaurirne i tratti nella chiarezza discorsiva, rilanciandone, al contrario, la fondamentale, nascosta enigmaticità.

9. Lo si vorrebbe: potersi acquietare nella scrittura altrui; ma non si riesce mai a tacere del tutto. Scrivere sempre meno, ma scrivere comunque. Leggere poco, ma quel poco, per fortuna, leggerlo bene. Leggere sempre meglio, tutto sommato. Scrivere poco e leggere poco, d’accordo, e leggere bene, d’accordo; ma scrivere bene? Se si sapesse davvero che cosa significa scrivere bene, si potrebbe rispondere a questa domanda (scrivo bene?) che, a dire il vero, si presenta, sempre più spesso, di scarso valore. Credo che, se s’intende escludere radicalmente un destinatario dalla propria scrittura, il fatto di scrivere bene decada progressivamente dal quadro delle preoccupazioni dello scrivente. Mi domando allora: è possibile escludere dalla propria scrittura persino l’implicitezza di un destinatario qualsiasi, vivente secondo un qualsiasi statuto ontologico in qualsivoglia tempo e spazio, anche immaginari? La scrittura, per il solo fatto di essere scrittura, non chiama forse a sé la fatalità di un lettore? Se questo fosse vero, allora la questione dello scrivere bene andrebbe di conserva: infatti, non si potrebbe che scrivere bene, non sarebbe dato altro che scrivere bene, non esisterebbe altra scrittura che una buona scrittura, poichè una cattiva scrittura non sarebbe altro che una scrittura che reciterebbe una parte: quella di chi vuole ignorare il proprio naturale destinatario, una scrittura che, in fin dei conti, vorrebbe non farsi capire, non farsi capire da nessuno. Una tale scrittura sarebbe davvero una cattiva scrittura in quanto si scoprirebbe scriptura captiva, prigioniera di una fatalità, cosicchè lotterebbe con tutte le sue forze – e forse con qualche paradossale successo, perché riuscirebbe suo malgrado a comunicare efficacemente il suo intento – contro la dannazione del comunicare bene, inscritta come un’idea innata nella propria realizzazione scritturale. Una scrittura del genere, allora, al culmine della sua malvagità e della sua paradossale riuscita, diverrebbe silenzio, pieno silenzio, sdegno muto o ammutolito, senza limiti, ovvero: senza segni di un limite.

11. Non bisogna disincentivare chi vuole scrivere, è necessario però impedirgli, finché è possibile, di pubblicare. È bene, infatti, che il destinatario di una scrittura resti implicito. Il lettore fantasma, d’altra parte, svolge un ruolo equivoco. Se chi scrive cerca di essere onesto con se stesso e scrive realmente ubbidendo agli impercettibili movimenti del proprio pensiero, allora il lettore fantasma equivale al daimon socratico e aiuta lo scrivente; ma se la hybris di chi scrive trascende fin da subito l’esperienza vissuta dello scrivente, e costui scrive di una vita che non ha mai vissuto ma che crede di avere avuto il diritto di vivere, allora dal lettore fantasma riceverà solo danno, poiché gli si presenterà sotto le forme di un qualche lettore istituzionale, modellizzato e gratificante che non potrà non legittimare, ai suoi occhi di scrivente in malafede, la pubblicazione di quanto va scrivendo. Una falsa scrittura, per lo più, è adatta alla pubblicazione, una scrittura autentica, invece, si adatta alla pubblicazione.

14. «Questo – disse – è davvero terribile: continuare a scrivere dentro il disastro della propria vita. Tutto ti crolla attorno ma tu, imperturbabile, scrivi le tue parole come se fossero le tue ultime parole, e ogni parola non è mai l’ultima, poiché l’ultima deve ancora venire, e tu l’aspetti – parola disperata – pieno di speranza, come se la parola potesse salvarti dal disastro. Ma la parola non ti salva dal disastro, la parola sospende la tua percezione del disastro, e si capisce bene come essa faccia anche questo: la parola, infatti, è stata il tuo disastro, non potrà dunque mai specchiarsi nella tua pagina, non potrai mai specchiarti in nessuna pagina, non potrai mai riconoscere il disastro proprio nella parola che, fingendo di descriverlo, lo è essa stessa in prima persona. La parola: la persona del disastro».

18. Teorizziamo, per noi stessi, soltanto per noi stessi, una dolce coazione alla scrittura. Sciogliamo la mano alla naturale tendenza, di cui tanto spesso ci pentiamo come di un talento immorale, al giudizio, e scriviamo quello che pensiamo. Il fatto che la gran parte delle cose che poi risultano sulla pagina non le condividiamo più l’attimo dopo averle scritte, non significa che ci appartengano di meno; rivelano un momento della nostra vita in cui abbiamo scritto qualcosa che abbiamo pensato valesse soltanto per noi stessi ma che poi, rivolgendo la nostra identità agli altri e mediandola nei loro confronti, non è più risultato accettabile che non valesse anche per altri. Ciò che pensiamo fuor di immediatezza presso gli altri è, d’altronde, più vero di ciò che ci finisce sotto la penna nella spontaneità irriflessa dell’attimo, poiché la verità è risultato, è prodotto, è fatica del confronto tra ciò che noi, giudicando, ci rappresentiamo per noi stessi e ciò che noi ci rappresentiamo come proveniente nei nostri confronti dal giudizio degli altri. La verità è sempre anche (ma non solo) un esito pubblico, di cui ognuno di noi è responsabile soltanto per la sua parte.

19. Di alibi per non assumersi la responsabilità di scrivere è pieno il mondo. Eppure la scrittura è tanto malattia quanto farmaco per quella stessa malattia; la scrittura si nutre di se stessa e sospende il mondo, la cui realtà è meno evidente di ciò che se ne scrive. L’evidenza del mondo, infatti, appare assolutamente indiscutibile quando le cose, le persone, gli ambienti entrano a far parte del racconto di qualcuno: colui che narra, per quel tanto che è in grado di narrare, è testimone di quanto narra e aiuta il mondo a certificarsi della propria esistenza, cosicché gli altri uomini non potranno che essere riconoscenti, essendovisi riconosciuti, alla scrittura di chi narra, delle proprie certezze, delle proprie ovvietà, del proprio muoversi, in fin dei conti, con spontaneità nei territori del mondo che, lasciati a se stessi, alla nudità non rappresentata del loro imporsi, si vorrebbe talvolta che fossero almeno sogni in cui riposare, piuttosto che quel che ci appaiono: incubi dai quali destarsi il prima possibile.

23. Amate i talenti minori. In arte, nel pensiero: amate i minori. I poveri di spirito delle discipline dello spirito. In essi, lo spirito si fa avaro e deride il loro entusiasmo costringendoli, se proprio vogliono scrivere, dipingere o fare musica, a ripetere i percorsi dell’altrui genialità, scoperti dallo spirito d’avventura dei precorritori: sentieri alla nascita tutti da tracciare, oggi vie maestre epigonali. Amando i minori si riesce ad amare un poco se stessi e a sopportare meglio il dono della propria irrimediabile mediocrità. Anche tra i poveri di spirito emerge, talvolta, un autentico talento: colui che è capace di tacere, di non scrivere davvero nulla, di non dipingere, di non stendere sul pentagramma nemmeno una nota. Sono talenti rari, la loro eventuale modellizzazione da parte dei poveri di spirito ossessionati dai linguaggi che amano permetterebbe loro di raggiungere l’invidiabile meta desiderata dai grandi dislocatori di coscienze: scomparire del tutto nella “gloria” di un sapiente anonimato.

27. Tutti coloro che pensano e scrivono hanno a che fare con maestri silenziosi. Molti hanno avuto maestri in carne ed ossa, e ben parlanti, e tutti compresi del loro compito di ammaestrare, secondo una qualche paideia cui essi hanno finito per credere dopo averne subito per primi l’ammaestramento; essi possono irrimediabilmente danneggiare i loro discepoli imponendo loro norme di pensiero censorie nei confronti di determinati contenuti, oppure possono spalancare loro la difficile, ma giusta via della disciplina e della libertà regolata, rispetto ai modi del pensare, indipendentemente dal quid che si pensa. Questa o quell’altra possibilità dipendono dalla paideia di cui sono stati testimoni viventi, e naturalmente (e spesso nonostante la bontà di quella paideia) dalle loro personalità complessive. Ma, comunque stiano le cose rispetto ai maestri in carne ed ossa, tutti hanno poi avuto dei maestri silenziosi. Chi sono i maestri silenziosi? Sono quasi sempre tutti morti, morti da tempo, e parlano, quando sono morti, mediante il loro lascito scritturale attraverso gli anni e i secoli; non sono mai distruttivi nei confronti dei loro alunni, tutt’al più li paralizzano coi loro dubbi, ma si lasciano comunque interrogare su di essi infinite volte. Però non rispondono mai; da loro s’impara, dunque, soltanto a porre sempre meglio le domande e a non aspettarsi altra risposta che il silenzio di cui sono rivestite le loro opere, da cui esse restano custodite e protette; con quelle opere essi s’immedesimano perdendovi una volta per tutte la loro contingente identità esistenziale. La paideia di cui sono testimoni è un osso di seppia levigato dal tempo, che ha saputo essenzializzarsi senza pietrificarsi, oppure la cui natura solida ha però la brillantezza del diamante dalle mille facce e insieme la porosa disponibilità a lasciarsi permeare da qualsivoglia libertà interpretante capace di esserlo. I maestri silenziosi accolgono tutti coloro che si avvicinano loro e a nessuno concedono più che all’altro, anche se a nessuno dispensano più di tanto; esercitano nei confronti dei discepoli la maestà di una maieutica, la cui ironia è tutta lasciata all’autocoscienza del discepolo, affinché ognuno sia il Socrate di se stesso e impari da sé, subito, e però per sempre, di saper bene di non saper nulla, nulla tranne il fatto di non saper bene nulla.

28. Se la ridono, eccome, i maestri silenziosi! L’arte dell’interpretazione è la scienza del limite, dove il limite è rappresentato dal testo rispetto ad una sua presunta definitiva perspicuità. I maestri silenziosi, identificati ai loro testi, mantengono tutto il loro segreto e si offrono a chi legge e scrive affinché, attraverso il limite che essi, i maestri diventati i loro testi, rappresentano, anche loro, i discepoli, producano testi e raggiungano carichi di gloria i maestri nel silenzio a venire che li riguarda. Un ciclo vitale e insensato, forse, preso nel suo complesso, ma nessuno scrivente osa pensarci e men che meno, qualora fosse indotto a pensarvi, oserebbe crederci. Di giustificazioni alla scrittura, infatti, ce ne sono almeno tante quanti sono gli scriventi, e in fin dei conti gli stessi maestri silenziosi hanno partecipato in precedenza, dando l’esempio, al giro e hanno meritatamente conquistato la piccola eternità concessa agli uomini. In questo, maestro e discepolo si equivalgono: ambedue hanno a disposizione la cecità prospettica del loro presente, dal quale rilanciano il lungo progetto scritturale che li renderà forse memorabili. Ma intanto essi, diventati nella memoria dei posteri impenetrabili e maestosi come vette inaccessibili, se la ridono, osservando con divertito distacco i tentativi, ai loro occhi tanto gratificanti per loro quanto inutili e goffi per chi li effettua, di comprendere, da parte di chi è venuto dopo, l’intimità della domanda che essi con la loro opera hanno inteso mettere in scena. Se la ridono forse perché ora, infinitamente lontani dal tempo, conoscono tutte le risposte che noi pensiamo giacciano fuori dal tempo, o forse perché hanno scoperto che, ad onta di tutto il domandare cui si sono affidati durante il tempo della loro vita, non c’è proprio nulla da domandare, una volta che la vita è finita.

29. Lungi dal rappresentare una traccia, un filo di senso, il Diario ne è la negazione più radicale. Infatti, in esso convergono tutti i fili casuali del pensiero, occasionali e non voluti, arbitrari e non liberi. A parte il fatto che si scrive soltanto quando si può scrivere, cosicché la gran parte di quei fili che ci si aggrovigliano in mente nel corso delle ore, e che forse in un impeto di ottimismo si vorrebbero – qualora se ne potesse cogliere la matassa completa – sensati secondo un ordine anche necessitato o persino libero e voluto, poi, quando l’occasione di scrittura si presenta, va perduta, dimenticata, cancellata e annichilita dall’immensa potenza coercitiva del mondo, che ci domanda quasi ad ogni attimo d’agire, d’intervenire su di esso e per esso. Alla fine, per la stesura di un Diario non restano che pochi frammenti della giornata; in essi si possono raccogliere, allora, tutti i pochi resti di ciò che abbiamo pensato sotto forma di interpretazione, giudizio, connessione logica, emozione ecc., tutto ciò che ci riesce di ricordare che ci è successo nel corso delle ore e che è stato filtrato e aggiustato, nel frattempo, da una qualche riflessione, e tutto il resto fugge forse per sempre per riemergere casualmente in qualche sogno, un altro luogo questo, però assai meno casuale, della scrittura diaristica.

30. D’altra parte, senza un mondo cui partecipare non esisterebbe nemmeno una scrittura. Poiché di che cosa parla mai una scrittura se non del mondo? La scrittura, infatti, è tutta dentro il mondo, collabora alla sua edificazione e contribuisce a rendere complessa ed elastica la sua realtà. Così, scrivere un Diario corrisponde, se tutte le altre scritture dicono ufficialmente e istituzionalmente lo statuto del mondo così come il filtro del nostro desiderio vuole per lo più che esso sia, a raccogliere le scorie di un tal mondo, reso anche fin troppo abitabile da un tal filtro, in un sacco pieno d’imprevisti, affinché, tra l’altro, le più infime particole dell’ostia (della nostra ostia vissuta ogni giorno) grazie al Diario non vadano perdute, quelle almeno che si riescono a raccogliere e salvare dall’immensa dispersione quotidiana rispetto ai nostri pensieri, e dalla censura massmediale delle scritture condivise altrui. La Storia, allora, raccontata attraverso le scorie diaristiche di questi oscuri (o nascosti) scriventi, mescola dramma individuale, chiuso nell’incomunicabilità della persona e nel suo presente incomprensibile, con dramma generale, aperto all’interpretazione della macchina causa-effetto sui tempi lunghi di un passato immemoriale e comune e di un futuro irraggiungibile per la troppo breve vita di un uomo. La Grande Storia in un Diario non è mai il tema principale, per lo più esso è un incidente che determina il bene o il male di chi scrive, mentre la Storia è sempre un accadere troppo grande per le ragioni di vita del singolo, che è mosso alla scrittura dalla meraviglia che prova di fronte al proprio vivere e alle sue manifestazioni più elementari e meno storicamente rilevanti, tali almeno secondo una certa intenzione storiografica classica. Poiché la Storia non è tutta la realtà e forse non è in grado di leggerne nemmeno la traccia di un’essenza, o non sempre, il Diario colma vuoti che persino l’arte e tutte le altre scritture più o meno edificanti lasciano aperti. Forse è per questo che il Diario sembra sempre mettere tra parentesi il mondo; ma non lo mette veramente tra parentesi, non lo sospende affatto, anzi, ne costituisce, coi fili senza senso delle sue narrazioni casuali e irrelate, il senso più profondo e terribile.

41. L’illusione della profondità nelle cose che si leggono è un semplice effetto anamorfico che non trova mai, se il testo è davvero ricco, alcun riposo in una visione normativa. Il testo è multiplanare nei suoi effetti e unidimensionale nella sua manifestazione. Sotto il testo non c’è niente, per trovare qualcosa nel testo bisogna muoversi di fronte ad esso, poiché esso – attento al nostro movimento – si muoverà con noi offrendoci una delle possibili facce del prisma che rappresenta. E’ per questo, forse, che i soli “maestri silenziosi” non bastano; ad essi dovrebbero sempre aggiungersi dei buoni maestri in carne ed ossa, e ben parlanti. Il loro compito, tra gli altri, consisterebbe proprio nel fornire dei modelli di vita intellettuale in esercizio perenne sui testi; imparare a far parlare i “maestri silenziosi”: ecco il compito dei maestri in carne ed ossa. Un compito che sostituisce all’immobile, dogmatica contemplazione del lettore di fronte ad una profondità testuale assunta ma non davvero riconosciuta, un’autentica ginnastica motoria della mente di fronte ad una scrittura che, ad onta della sua aristocratica, classica imperturbabilità, appena la si tocchi veramente con amore nei punti giusti reagisce invece come al contatto fanno le ciglia vibratili dei protozoi, e non sta ferma un attimo.

53. C’è del vero in chi afferma che non sa bene quel che scrive, soprattutto che non sa bene quel che ha scritto. Infatti, un gesto di riconoscimento postumo, rispetto ai suoi scritti, allo scrivente è vietato, si direbbe, per statuto, altrimenti non potrebbe ritrovarsi, senza saperlo mai abbastanza, di fatto a scrivere sempre più o meno le stesse cose. Non tanto le dimentica, quanto non vi si riconosce: chi ha scritto quelle cose? Lo scrivente sembra spesso lasciare implicita questa domanda, come se fosse il suo unico commento possibile ogni volta che gli viene chiesto a bruciapelo di esprimere un parere sul suo passato di scrivente, sulle cose che ha scritto. Ma le cose non vanno meglio quando gli si chiede che cosa sta scrivendo; a parte i tratti più superficiali del testo che si va componendo da sé sotto le sue mani, il senso di quello che fa gli sfugge e lo scrivente accenna vagamente a progetti molto generici, collocati volta per volta nell’immaginario intellettuale del momento. Invece, il vero senso di ciò che va scrivendo lo scoprirà il lettore che, spesso, riesce a meravigliare lo scrivente rispetto a quanto in quel testo egli vi aveva introdotto senza neppure saperlo. In compenso, altri significati lo scrivente confessa a se stesso di aver inteso raccogliere in quel testo, ma gli sembra sempre che non vi compaiano come dovrebbero: ne il lettore né lo scrivente, diventato ora lettore di se stesso, riescono a vederceli. Così, il testo è un luogo davvero denso di misteri, di sensi che non si supponeva che vi fossero, di sensi che si supponeva vi fossero e sembra che non ci siano (e forse non ci sono davvero); il testo si chiude ma non perché chi scrive vi ha posto la parola fine o chi legge ha raggiunto l’ultima pagina del libro. Il libro è già da sempre chiuso, fin dal momento in cui lo si apre per leggerlo, fin dal momento in cui lo si compone sulla pagina bianca coprendola di scrittura. Chi scrive e chi legge, identità che non sapevano alla partenza che sarebbero state messe in discussione, vi si perdono, ritrovandosi sempre altrove, dove il libro non c’è ancora o non c’è più e di se stesso, di se stesso libro, esibisce soltanto la soglia merceologica, tipografica, ornamentale e utilitaria; scrivente e lettore, identità che vivono miracolosamente in bilico sulle parole, scrivendo e leggendo, senza la pietà di un abitare, senza l’azzardo consapevole di un’avventura. Chi legge, chi scrive: costoro sono semplicemente soli, ed il mondo per essi è diventato (felicemente?) una biblioteca senza vie d’uscita.

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Il primo dei “13 fogli di calendario” che compongono questo “inattuale” diario-zibaldone di Gianmarco Pinciroli (testi 1-88) sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, XLV, maggio 2014.
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2 pensieri su “Maestri silenziosi (I)”

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