Max Loreau: Vue d’intérieur

Max Loreau, Vue d'intérieur

Max Loreau

“Vue d’intérieur”
Ed. Carte Blanche, 2005

Traduzione di
Stefania Roncari

 

Qualcuno s’intrufola, come allo sbucare della notte.

Passa con ostinazione così lento, molto sveglio, il visitatore del giorno pallido, della polvere, il paziente migratore della carne intima, tanto insospettata quanto inesistente. Passa e ripassa o forse sono le cose così lente dell’amnesia quasi istantaneamente distratte? Dappertutto il sonno impetuoso s’insinua nel cuore delle cose, schiave della lucidità prigioniera.

Qualcuno s’intrufola dentro, sfiora inamovibile, ci riprova duemila volte.

Sfiora con tutta la sua vista sottile, così neutra da sembrare in procinto di trattenere a piacere l’occhio cattivo, l’attacco, la rudezza, il carico. Si nutre di colpi insistentemente differiti, di morsi conservati per tempi favorevoli. Si eterna aperto nell’istante interminabile – trasparenza diventata forza impassibile, luce chiusa assente come il suo recinto, vasto sgretolamento, dove passa e ripassa, leggero come un’ombra dentro l’abbaglio tranquillo, che fa pensare alla grana di una pellicola sensibile.

Luce rasa e fragile, inesistente; rimugina l’a-dimensionale.

Sa, da sorgente sicura ancora indistinta, che questa utopia dell’intimo è memoria immemorabile, simile all’amnesia, perché in questa memoria così sicura, antica e raccolta, non c’è niente, è luce senza timbro, luce di avvolgimento spento, di bagliore senza vita, indifferente e neutra, infinitamente neutra, senza soglia d’ampiezza, senza fondo, occhio privo del suo globo – occhio piatto. Visita un corridoio stretto o forse è l’ombra di una parete, non è qui; è di passaggio ma, come per sempre, attraversa la capacità infinita dei mondi lasciati in bianco.

L’inesauribile trama della luce aperta da phôs, dalla luce frugata, corrosiva, dal corpo di cisterna inavvertita; l’innumerevole rigurgito delle sorgenti. Potenze, senza imminenza, silenzio.

Pesce che apre la pupilla rotonda su questo oceano che passa incerto, che offre il suo ozio pensoso a un fronte d’immagini lisce d’anchilosati, scivola, carezze fantasmi, pesantezze che aprono una durata talmente nuda da non esserci oblio più profondo.

Delle pareti, una stazione – banchine deserte; un fossato di pietre e una scoria spezzata di rotaie, un’ incisione quadrupla di metallo affonda un balzo di lama nella carne incerta della fuga – scena insensibile come il giorno scialbo dell’inizio, estranea alla leggerezza delle luci vivaci, sottili.

Certificato dell’atemporalità.

Qualcuno, giunto dal bordo, s’intrufola come per visitare lo spazio, il vuoto immenso. Si direbbe una memoria errante nella polvere della vista, che cerca, ma con occhi da redivivo. Dalle pupille inoperose vede solo la trasparenza, dove tuttavia aspetta, emerge, come un sussurro. A tratti, con precauzione, una mano sembra volere, sfiora appena, come avrebbe toccato a quel tempo con la punta del dito l’area magica dello schermo cinematografico, depositando, quand’era piccolo, uno sguardo silenzioso della sala oscura popolata, che porta su tutte le cose dentro e che sembra, posandosi, ritirarsi in sé, fiore marino dalle ciglia contrattili, lasciando nuda la facciata della luce in cui si trova, egli stesso muto davanti a questa area che frequenta in punta di piedi.

Qualcuno s’intrufola, riconosce ciò che non ha più carne da un giorno diafano, dall’acqua stagnante. Sembra che cerchi un volume senza corpo.

Al centro di una luminosità piena di terminazioni nervose; in questo centro calmo, non tattile, saturo d’aurora.

Dall’occhio che  non vede niente, qualcosa sfiora, un niente, come velleità d’immaginazione, si allontana senza pausa, affluisce tangente e svanisce, procede senza distaccarsi, come una finzione non formulata ancora vuota, rinasce senza essere nuova, va e viene senza lasciare la presa, rinnovata.

Dall’occhio che non vede niente, s’immagina qualcosa come una congettura, il nulla della luce in procinto di chiudersi da dietro come una tenda lenta che inventa la sua curvatura; s’intravede la luce scavata in procinto di rivestire il globo della vista, avvolgerlo con una membrana di sensi che alleggerisce, dilata, l’arrotola in bulbo di lucidità, l’avvolge, gli dà volume, l’arrotonda in luce che gonfia, nella pienezza nascente, lo sistema in un antro oscuro – orbita – e lo prepara al volo, allo sviluppo, alla sua sfericità futura di corazza che gira ai confini e genera nella sua orbita il volume immenso del mondo cerchiato di nero.

Eppure dall’occhio sale, da questo occhio assorto dove l’avvolgimento del giorno si risveglia, sale un mormorio, un sussurro di cripta (o di tomba), sussurrato all’insaputa delle labbra, sale in silenzio, occulto mormorio giunto dall’intimo della luce, sale un parlare cieco – velleità di vedere che intreccia trame segrete, una carne dietro lo sguardo, che dà misteriosamente corpo alla luce piatta, le offre la libertà e la trasparenza pura fino alla fine dell’etere; balbuzie di occhi vuoti, nell’oscurità un timpano appare in fondo alla grotta; mormorio del virtuale, di ocelli in germe, si dà un rovescio – involucro, un circuito d’espansione, a mano a mano che il giorno diventa volubile, onda liberata.

Prima ancora però, nello stesso tempo, sente la carne della luce incurvare questo vuoto che guarda – cristallino nascente – flettersi, chiudersi, sviluppare la superficie di questo globo d’occhio che si apre e si scopre, la cocente schiarita si allontana e la piccola palla di luce si schiude al centro della distesa compiaciuta.

Così al centro della vastità, e spiando intorno il mormorio dell’incomprensibile – arrivo insensato -, contemplando il timpano di stelle dalla punta delle sue labbra che occhieggiano, un piccolo corpo si forma in mezzo allo spazio, gira spalancandosi all’aperto – sale molto lentamente al cuore delle orbite.

L’occhio ora rivestito di tatto, il sempre vergine, senza memoria, l’occhio che ricomincia all’infinito; eternamente inguainato dal modello della luce, dall’impalpabile che aderisce.

L’occhio incastonato nella luce, racchiuso in tutto il suo volume fino ai confini della luce, attraverso lo spazio intero mentre riposa nell’occhio come memoria nell’oblio

Occhio-globo, rotondità
occhio dalle capacità vibranti,
simile alla nebbia così raggiante
essenza,
è soltanto rivolta solare,
estasi.

Ma il volume, la rotondità, l’esuberanza di veggenza da dove nascono? Ritorno indietro: ha rasentato lo spazio, il bianco del centro; ha sfiorato la memoria del vuoto, la carne inesauribile e inesistente; è scivolato sulla superficie, ha srotolato la luce inavvertita.

Nascendo al contatto della carne, inesistente, chimerica, piena di timpani che vorrebbero diventare tamburi, infarcita di papille, di sensi in blocco, senza occhi però, disperatamente senza occhi, senza vista affinché la vita, l’eccitazione, l’udito possano scattare; senza l’interstizio più infimo dove potrebbe insinuarsi la fessura insignificante dello sguardo (anche semplicemente apparente) sulla superficie dei sensi; senza lo scalpello della luce, questo rasoio sottile di luce capace, in un lampo, di trasmutare una carne cieca e senza parte esterna, in una sembianza di fragranza, di bagliore, piena di fremiti pronti a gettarsi fuori dai sensi
Pelle d’estensione
Pelle che non può scaturire nei sensi
reggente lo sguardo,
della luce radente la superficie
Pelle di veggenza, unica a avere direttamente sensazioni.

Inoltre se questa pelle restasse nuda e pura, esente da segni o da ferite nel fondo della memoria, sarebbe solo un semplice aspetto clamoroso ma d’un pezzo, pronto a sentire con un solo senso; ora un solo senso  non comprende né sensazioni né carne, uno scoppio forse ma né sensazioni né carne, né volume nell’occhio rotondo

che può sentire solo a condizione che la stessa luce porti nella carne delle stimmate immaginarie dello scalpello di luce, che nella superficie di diffusione la stessa luce sia solcata da intagli utopici, che spezzano all’infinito ramificazioni d’intagli
come l’epidermide incisa finemente,
fitta ramatura di sensi pieni di linfa
innervano minutamente la luce
profusioni
sapori
febbri odorifere
scintillìo di timbri –
carne di congiunzione.

Nascendo al contatto di questa carne che sente, vibra indecisa, solo se spezzata dal filo di una lama di luce, attraverso la sezione sottile dello sguardo apparente, l’occhio può vedere solo quando fende questa carne vuota, senza dimensioni; quando la fende con tutto il suo fendente, con taglio fulmineo di lama, di larghezza e di pienezza. Non nasce, s’incurva soltanto quando penetra e l’attraversa; si offre al giorno solo quando la distende.

Ah!Vedere, la vista nasce, è penetrante, è aperta alla lontananza solo a forza di aprire nel vivo e di spingere più lontano, di allontanarsi continuamente da essa, dalla carne stupita di sentire gli occhi in azione, di distendere la sua faccia, a forza di aprirsi un passaggio, di andare in senso contrario, di raspare.

Ora questa carne attraversata, raspata, questa luce che aderisce, questo limite, questa spinta d’aurora, che cos’è? Sono solo sensi che nascono, energie, sensi creati dall’urgenza, germi d’affetto, focolare di potenze innumerevoli che nascono con un’occhiata di notte – fervore, offerta imminente

e aprendosi, l’occhio, proprio l’occhio si sveglia, s’illumina mentre procede contro i sensi e le maree, spingendo verso il dissenso, dissolvendosi in fratture, strappando loro lo sguardo, la vista, che si libera quando, in senso contrario da parte loro, i sensi se ne distaccano, diventando radiosi e irritabili
nello scoppio della separazione,
nel discernimento violento
che denuda,
i sensi,
luminosa deiezione,
irradiano fecondi nello stupore.

Vedere è un dramma, opera dell’energia, dove l’occhio invischiato senza tregua dall’estremità, si rigetta da parte, s’incurva come una brutta testa, tira all’ostacolo per allontanarsi dalla luce, dall’essenza tenace, per scollarsi dalla sostanza pura, inesistente, dalla tunica immateriale sempre incollata e sempre pronta all’assenza dei sensi, dell’inerzia e dell’inazione.

Nell’incurvamento – là dove entra disunito con l’accecamento dei sensi, con la luce che aderisce -, nel vuoto dello spasmo ravvivato, sbadiglia uno scostamento, si dà ampiamente e si perpetua, dispensa lo spazio a profusione e si prodiga senza ritegno,
ostinato dissenso sviluppato
per allontanare la vista e la luce,
pupille spalancate e palpi,
per dilaniare gli occhi aperti e la pelle d’affioramento,
per mantenere più distante il loro scostamento
d’abbondanza
che dispensa, al suo arrivo, la vista vertiginosamente vuota e lo spazio che si offre, l’incommensurabile svasatura degli occhi e l’inesauribile stoffa che è la luce che diffonde diverse apparizioni; così vedere non è altro che srotolare la luce dal fondo della lacerazione infinitamente perpetuata che infrange la superficie infinita dello spazio, mentre quest’ultima, vale a dire la pelle impercettibile dove i sensi risaltano in maniera eccessiva, non è altro che la vista che sviluppa la fioritura della distesa vacante, dove la vista e i sensi sorgono insieme nella loro disunione, si coalizzano in un tessuto dalle mille apparenze.

L’accensione infinita della distanza che prodiga e, aprendo la vista e i sensi, li getta di pari passo nell’impazienza; questo vuoto dilaniato, volubile, che dispensa smisuratamente la vista  aperta e la luce inesistente, che cos’è dunque questo vuoto che abbonda se non il tempo vuoto, la pura finzione – la vista che s’inventa, l’immaginazione?

Tempo, varco!
Tempo di strazio!
Tempo di divorazione goduta,
passa il tempo a divorare il tempo farneticante
come la vista!
Chiasmo di sfondamento
onnivoro del tempo,
sbocco di vastità!
Tempo d’ingoiamento dell’intimo nascente
partorisce da se stesso
partorisce la luce, lo spazio
raso d’ocello –
tenera carne che aderisce con affetto paziente.
Tempo!
Lungo rantolo,
esultante
agonia di pupille nel vuoto,
e tanto più avide
di un niente da stringere, da possedere,
per quanto poco sia!
Tempo
rauco,
iato in rovina,
irritazione d’incandescenza,
chiasmo che apre
come mascella frenetica
sbadigliando vomita,
spezza la glottide arrugginita
da tutte le estremità!
Tempo di veggenza
d’estensione,
tempo
del tanto e del troppo,
di devastazione estatica,
della dissipazione della gioia!

Ma il tempo, quindi la vista, la stessa epidermide spaziosa del chiaro, cosa diventano nella spinta della loro infinita prodigalità? In quale forma il tempo, la vista, l’estensione dei sensi – lo spazio -, sono lo stesso e unico slancio e fioriscono uno per uno?

Frizione di rottura, corrente d’estrazione, la vista (il tempo) si sottrae al piano senza dimensione della luce. Ma la luce, senza dimensione, è infinita; s’incurva, il vedere è subito riconquistato dalla luce, è immerso in anticipo per sempre, è eternamente ricoperto e stretto, come se tutti e due, nonostante siano divisi, fossero solo coalescenza per destino. Si allontana ma è sempre legata, si separa ma resta unita, l’incurvatura dell’occhio è, perpetuandosi nella luce, scarto e scarto dello scarto e, oltre ancora, scarto dello stesso scarto, così in seguito senza fine (sotto pena d’estinzione).In questo modo, nel suo avanzamento uniforme, nella perseveranza dell’essenza veloce, è scarto dello scarto a perdita d’occhio: incurvamento continuo, movimento di scarto che si ricurva. Il tempo (la vista, lo stesso dispiegamento spazioso d’ampiezza) è curva illimitata, tanto illimitata quanto la luce senza dimensione che mostra nel suo flusso: l’avventura della curvatura che spinge sempre avanti.

Oh Tempo,
curva d’accanimento
di divergenza,
tempo di distrazione e rigetto,
di dissidenza,
rivelazione
dove sorgono
– geyser d’innocenza –
l’irruzione nel volo
l’estasi nella libertà dello spazio
il consenso alla luce immensa.

Tuttavia questa incurvatura non è all’inizio più di una curva? Il movimento infinito di curvatura, che è la forma del vedere, del tempo e dello spazio nascenti, non è già derivato – rifiuto di una deviazione più antica?

Si sottrae all’aderenza della luce, ripreso sempre in anticipo dalla stessa; impossibile uscirne, liberarsi da questa invisibile aderenza che resta incollata alla vista. Eppure l’incurvatura violenta che è l’occhio, è necessario lo sradicamento sempre nascente, deve mantenersi e non sprofondare nella carne della luce, perché questa carne è infinita e l’infinito, per natura, non fa vedere nulla. Ora è l’infinito che racchiude la vista, quest’ultima è attenta all’infinito e deve allontanarsene. Nel bagliore che la fa scaturire, bisogna che sia di primo acchito anche lei infinita – che precipiti oltre e oltre ancora, che sorga più lontano, che sia un folle movimento lanciato davanti a sé, che sia una volta per tutte fin dalla sua apparizione; che sia per forza nella massima urgenza, senza termine, dalla nascita, scarto inesauribile che istantaneamente rilancia su di sé, riversandosi all’infinito; in breve bisogna che all’inizio sia infinita potenza. Dal primo salto la vista deve essere scarto di una potenza illimitata che insorge contro la luce intera. Sradicamento che si distacca da sé, scarto e ancora scarto dello scarto infinitamente curvo dentro di sé; nello scoppio, in un attimo, la capacità illimitata dello scarto. Che cos’è, l’incurvatura attraverso cui la vista fiorisce, se non una curvatura completa, chiusa : anello o cerchio? Questo anello (o cerchio), essendo istantaneo, è necessariamente indivisibile e semplice : molto semplicemente è un punto – infinità di scarti raccolti in un unico istante, movimento infinito curvo ammassato in un solo punto. Punto unito, anello infinitamente compatto : infimo anello di scioglimento che genera la vista, il tempo che scaturisce di sorpresa. Nello stesso tempo però il punto si avvolge indefinitamente su di sè: punto attorcigliato come una trottola, vortice minuscolo.

Nell’immediato avvolgimento di questa palla su di sé – primo volume, primo germoglio del tempo, matrice dell’essere -, punta al centro della luce immensa, punto attorcigliato dove lo sguardo, l’ampia distesa e il tempo della vastità svanisce, si sviluppano insieme alla curva eternamente prolungata come il corso di un astro bolide. L’incurvatura quando sorge – brusco accesso di rottura – è il lampo di un anello chiuso istantaneamente e, come tale, un cerchio inattaccabile – punto roteante su di sè; è infinita curvatura del tempo in fuga che srotola l’immensa superficie del chiaro alla vista, è espulsione scaturita dal passaggio e rigetto, dalla spinta d’apertura che è la vista nascente.

Tempo
Ferita
Radianza!
Iato di pienezza
in cui  si prodigano all’unisono
ma strattonati
alla lunghezza del continuo
l’anello iniziale del volume nascente
–         infimo viticcio che genera il mondo –
e l’infinita curva d’erranza
che sagoma questa grande vela cosmica – apertura -,
l’universale fioritura!
Tempo di benevolenza
di larghezza,
tempo dell’istantanea rotondità interminabile!

La forza di sradicamento, curva errante a perdita d’occhio, una volta innescata s’attiva in modo incontenibile (se s’interrompesse, non ci sarebbe più niente, né il tempo, né la vista, né la libertà della vastità), persiste senza essere discontinua, sempre uguale in potenza – scarto che spinge ciecamente senza deviare dall’essenza, senza perdersi, con l’ostinazione di ciò che va diritto davanti a sé: curva infinita uguale al diritto, alla retta infinita.

Ma ancora il tempo, la vista che genera lo spazio curvo e lo sradicamento è infinita. Ogni curva della spazio che persevera all’infinito è cerchio, arrotolamento su di sé che ingloba lo spazio, è volume dunque; volume curvo infinito: globo, palla universale. Da una parte, minuscolo globo nato dall’eruzione della vista: occhio. Dall’altro palla uscita dalla fioritura dello spazio : sfera di luce infinita intorno a un globo sottile. Globo di luce, in ogni sua parte aperto al libero movimento, completamente intero sostenuto dal suo centro : l’occhio, punto universale d’accoglienza.

Palla  di espansione, punta d’aurora, piccola quanto un punto che gira in un batter d’occhio su di sé: fa nascere una curvatura spaziosa, s’incurva all’infinito nel globo, dove il tutto della luce schiusa si sviluppa sontuosamente. L’arrotolamento del punto di origine – infinita potenza – chiarisce l’immensità del mondo.

Ma il tempo, il punto di apertura esiste con tutto il suo essere. Semplice e indivisibile, come potrebbe non essere intero ciò che è? E’ sempre intero il Tempo in ogni suo punto – puntura. In ogni momento è nel tutto : punto che si avvolge su di sé e allo stesso tempo curva infinita, che si richiude senza fine, creando il volume di una palla che, nel cerchio della curva, si rigenera all’infinito. Così il Tempo è sempre un anello piccolissimo che gira su di sé come curva illimitata; punto che si perpetua ma anche eterna erranza; infinita rinascita del globo più sottile che esista, come pianeta per sempre; arrotolamento del primo volume, srotolamento senza posa di una curvatura.

La vista scaturita sgorga
dalla lacerazione della luce
La vista  sgorga scaturita
dallo squarcio di luce
–         fomento dei sensi,
risveglio dell’imminente, fervente –
che, nell’incendio, estrae
e gira
nel lampo di un ammiccamento, di una frizione di secondo
un piccolo corpo centrale,
anello chiuso nel punto,
globo indivisibile,
e oculare,
viticcio d’imboccatura, di liberalità,
vastità sparsa nel presente,
che, girando su di sé,
getta fuori di sé
nella vastità
lo srotolamento di una curva che viene prima,
apre lo spazio
nella luce,
rischiarata buccia di luce
si allarga
davanti
all’immenso

fino a rivoltarsi nella sfera
sviluppa nella durata del tempo
la circonvoluzione leggera,
la velatura dell’atmosfera
dappertutto
a gara
universalmente
popolata di febbrili
tattili sensi in agguato,
vasto caos di coazione
stretto quanto il punto lancinante della nascita,
quanto il corpo
ancora cieco,
il corpo di niente
al centro della ronda
prodigiosamente voluminosa del mondo
che, girando,
sagoma senza fine
la rotondità del piccolo globo
al centro del vuoto
che, opulento,
segue il suo corso

Così
l’occhio,
arrotolamento
che gira nel suo moto
senza dimensione nel volume,
l’occhio volubile
è la ruota  di ciò che ricomincia,
delle epoche

L’occhio
stesso s’incurva,
poema

Occhio
infinita finzione
onnipresente del globo

Occhio
infinita procreazione
onnipresente del corpo,
del mondo

Occhio
primo globo del tempo

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