La saggezza della notte

Maurizio Bianciotto

chi ha detto che le mie poesie siano poesie?
le mie poesie non sono poesie
quando avrai capito che le mie poesie non sono poesie
potremo cominciare a discutere di poesia

Ryôkan

 

La saggezza della notte

 

«Quand tout est dit, ce qui reste à dire est le désastre, ruine de parole, défaillance par l’écriture, rumeur qui murmure: ce qui reste sans reste (le fragmentaire).»

«Depuis que le silence imminent du désastre immémorial l’avait fait, anonyme et sans moi, se perdre dans l’autre nuit où précisément la nuit oppressante, vide, à jamais dispersée, morcelée, étrangère, le séparait et le séparait pour que le rapport avec l’autre l’assiégeât de son absence, de son infini lointain, il fallait que la passion de la patience, la passivité d’un temps sans présent — absent, l’absence de temps —fût sa seule identité, restreinte à une singularité exemplaire.»

 

“Quand tout s’est obscurci,
règne l’éclairement sans lumière
qu’annoncent certaines paroles.”

“Quando tutto si è oscurato,
regna l’illuminazione senza luce
che certe parole annunciano.”

 

svanito dagli occhi l’orizzonte, parvenze d’ombre segnano le mani
simulacri che raccontano memorie di sabbia e profezie di lampi
alla rosa oracolare dei sapienti, algebrico simbolo di perdute acque

non esorcizza l’agonia dei fiumi la desolata terra d’occidente
solo presagi slabbrati di spine nei suoi deserti che ignorano la neve
dio intanto alimenta miraggi tra i rovi migranti delle dune

l’aurora si riversa rischiarando le orbite di corpi senza volto
concavi silenzi dove trascorrono giorni dai profili informi
oltre è la notte, severa madre che consuma gli idoli del lume

 

*

 

segno che aggiunge arco colore e voce alla luna delle mappe
dove un tempo senz’alba opprime di sabbie il nome che lo svela
sottraendo all’acqua l’inquieta eternità delle sue impronte

non lo trascina ai miseri santuari del ricordo dove lacrima
la corrente dagli astri immobili della retina muschi d’argilla
svanita la radice ondulata dell’abisso, ramificata isola di veglia

sull’unica soglia di luci circolari ridipinge il suo alfabeto
decifrando tracce invisibili di pollini, ma il fiore è perduto
resta l’incanto del giardino che indovini tra simboli d’inchiostro

 

*

 

non dubitava la favola remota che abita le lettere del sogno
lasciava cadere il suono di una luce dalle dita e nevi segrete
ora è sorgente a cui imponi rotte arbitrarie fino al mare estremo

luoghi frontali di vele nell’etimologia ansiosa del ritorno
dall’altro lato della notte l’occhio che fu già parola è arcano
voce che si fa immagine e cresce straniera ai doni dello sguardo

conversando con un corpo che era suo alla lingua tende calici
colmi di stelle vocaliche, prima che l’arsura infiammi gli echi
di trascorse stagioni superstiti tra i fossili dove fu una rosa

 

*

 

l’urlo grammatico delle pietre disseta la serpe edenica
spiriti di materia tormentano la lingua forzando alla brocca
mammelle vuote, fingendo rose per annegare l’estasi dell’eco

intraducibile il grido, murmure di canne o uragano di spighe
l’avverte il cielo al trapassare di ali meridiane, stormi
in solitudini glaciali finché non si fa bussola il crepuscolo

l’ambra sui volti cifra in volute simboli di pioggia e isole
trasforma le nevi sotto i passi in cespugli totemici di felce
oscuri roghi di sfingi dai bagliori migranti dentro il palmo

 

*

 

riconoscere la chiave antica di una strada, una memoria fiorita
altrove, sui marmi della nascita, in sillabe di sandalo votive
levigava il ventre un flauto salmodiante coralli tra le dita

sangue di pochi anni sulla bocca e fragili vele appese al seno
piccole divinità parlano dal fiotto che lava i pensieri al rovo
sublime vegliato da un’etica stigia, da alchemiche norme

per il culto della rugiada scelsero lastre modulari e specchi
di metallo con ali prodigiose, tutte le febbri domate dall’etere
millenario sacerdozio di vite tra grida mute di soli morenti

 

*

 

un cielo a frantumi inchiostra le strade di scritture florescenti
obliqui arabeschi e geroglifici di fuga in mani poetiche ignare
le insegne guidano le ninfe dell’abisso alle radure del tempo

il cantore è un nume errante, maestro insonne di rituali e lingue
l’aura nutrice semina sogni e oblio mentre il giorno nasconde ombre
e stelle stringendo in acidi legami i volti dove la storia si compie

lontane croci a sud dell’equatore segnalano monologhi di piaga
e abitatori silenti di altre residenze, sguardi che offrono linfa
alla vita ponendo membra d’acqua accanto alla rosa dei destini

 

*

 

colpi di luce e giochi di penombre sulle ali sonore di ariele
la paga di caronte consuma la lingua, iride contesa a fragorosi
spazi alla deriva, un migrare trascinando profezie nei sandali

labbra di fiamma tramano la chiarità dei venti e l’anima brucia
a un passo dalla fonte, simulacro franato di stagioni ornamentali
oltre il margine dell’acqua la mano compie visitazioni di gesso

le parole albeggiano su orizzonti di bocche ammutolite e solitarie
naufragano negli occhi figure che non sanno dire, abissi d’aria
profumi di accenti abbrividiti nell’avvampato archetipo mutare

 

*

 

quando la misura dei passi colma le grate sonore della notte
controluce un gelso arretra alla sua bianca soglia d’obelisco
covando talismani per un sole franato e le api del tramonto

pietre brunite sommergono carovane di voci in laboriosi codici
trascinano il ricordo di isole autunnali e oracoli ventosi
la luna trascorre sul palmo delle sirene fuochi senza nome

ulissidi chini su atlanti di fuga sfogliano orizzonti a schiere
rincorrendo possessioni di loto e rotte per tropici di lava
dicono un’alba s’apre che desolata possiede la chiave dei volti

 

*

 

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