Maestri silenziosi (II)

Geer Van Velde Apparition, 1928-29
Geer Van Velde, Apparition, 1928-29

Gianmarco Pinciroli

 

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario

 

foglio 2: febbraio

 

Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante…

Vincenzo Cardarelli

92. Talvolta chi scrive è preoccupato per la quantità e la qualità delle cose che vorrebbe scrivere, ma che non riesce a scrivere. L’idea che ha in mente, infatti, si risolve in poche righe, in qualche caso poche parole bastano a dare conto di quanto s’è pensato; lo scrivente è insoddisfatto, vorrebbe accumulare pagine su pagine e vivere orgoglioso della propria fecondità dentro la potenza massiva, immaginata prima di addormentarsi, di grandi volumi testimoni dell’immensa ricchezza dei suoi lombi scritturali. La colpa di questa ossessione è dei classici, o meglio, delle migliori tra le loro edizioni tradotte con testo a fronte, introduzione, note, bibliografia, lessicografie e quant’altro passi per la filologica mente degli editori. Per lo più, le trenta o quaranta poesie di una raccolta, le venti pagine di un’orazione, le cinquanta pagine di un dialogo si gonfiano a dismisura tra le pareti di quel volume e danno al lettore la vertigine dei secoli che si sono posati su di esso. E’ un’immensità che nel lettore diventato scrivente funziona da modello malato e da conseguente, patologico sogno ad occhi aperti. Chiunque scriva, infatti, sogna di diventare un giorno un ‘classico’, ma chiunque scriva autenticamente è già diventato un ‘classico’. Ma nessuno scrivente sa questo, anche se la sua intenzione scritturale è autentica; nessuno scrivente sa di essere uno scrivente autentico, se è davvero autentico, laddove coloro che pensano di esserlo, invece, spesso non lo sono, e per bella che sia la loro scrittura essi sono semplicemente dei ‘professionisti’ della scrittura; lontani anni luce dal ‘diletto’ enigmatico della scrittura, essi allora non sono più, o non saranno mai, dei dilettanti. E i dilettanti, ovvero coloro che non sanno che potrebbero diventare, per quel tanto che mantengono l’ingenuità del dilettante, scriventi autentici, spesso, sognando l’eternità del ‘classico’ e non sapendo di viverne già forse le condizioni, intanto ne imitano l’immagine che l’editoria offre loro, e si preoccupano, appunto, per la quantità – ai loro occhi sempre insufficiente – delle cose che scrivono, domandandosi, per sovrappiù, se il poco che scrivono potrà almeno un giorno partorire un’analoga messe di scrittura a commento, unica prova, quest’ultima, e inoppugnabile (agli occhi ingenui di molti di loro) di una raggiunta qualità. Quantità e qualità scritturali: il loro raggiungimento, allora, sarebbe il conseguimento dell’immortalità; alle spalle di ogni scrivente c’è il suo angelo che gli rammenta a bassa voce l’autenticità, ed il suo demone che gli promette a gran voce la fama.

93. Pensavo che con l’età la scrittura si chiarificasse, asciugandosi ed essenzializzandosi. E’ stato così, ma l’essenza conquistata è andata a scapito della chiarezza, perlomeno di quella immediata, perché al fondo tutto quello che si scrive da anziani è per forza chiaro. Il costo che si paga alla chiarezza autentica consiste nel sacrificio della chiarezza immediata, quasi come se le due chiarezze non andassero per nulla di pari passo, o meglio, come se il loro pari passo si muovesse in maniera inversamente proporzionale, cosicché all’aumentare della prima corrispondesse il diminuire della seconda. Tutto questo vale per quanto riguarda la scrittura; ma, nella comunicazione orale, risulta determinante lo sguardo dell’altro quando noi parliamo, cosicché, in questo caso, il sacrificio della chiarezza immediata non solo non è mai possibile per motivi di reciproca comprensione, ma non è nemmeno augurabile sul piano morale, rispetto cioè ad un’etica della comunicazione. E pazienza se il limite dell’altro che ascolta costringe colui che parla ad arrestarsi prima del proprio limite che, potendo protrarre oltre la complessità di ciò che sta dicendo, se l’altro fosse in grado di seguirlo, potrebbe arricchire quest’ultimo più di quanto, dovendosi il parlante arrestare prima, di fatto accadrà. Pazienza, dunque, se la comunicazione, semplificando, riducendo, schematizzando e tagliando via non coglie mai la vera essenza della cosa che s’intende dire; l’importante è che resti aperta la disponibilità ad ascoltare in chi ascolta: la sua buona volontà è da valutarsi come l’imprevedibile felicità della comunicazione sulla linea del tempo.

94. Potrebbe non essere affatto una buona cosa forzarsi a scrivere. Ma che ne sappiamo noi di ciò che bolle in pentola? dico: nelle nostre teste? Occorre scuoterne la naturale pigrizia ogni tanto, poiché la fame vien mangiando, ovvero: il pensiero vien pensando. E’ facile fare l’esperienza di un pensiero che pensa scrivendo, di un pensiero che, fino a poco prima di esprimersi in parola scritta, non sapeva che avrebbe potuto pensare quanto ora sta scrivendo e pensando contemporaneamente, o quasi contemporaneamente. Forse la parola precede di un attimo l’elaborazione del pensiero, come se, non appartenendoci affatto il linguaggio, al contrario gli appartenessimo noi e, quindi, nel momento in cui lo adottiamo, ci scegliesse come tramiti per la comunicazione, non di ciò che pensiamo, ma di ciò che ci vien fatto di pensare e che viene a galla attraverso l’effetto misterioso di trascinamento che una parola o un gruppo di parole sono in grado di operare sul nostro pensiero. Sono forse le parole che pensano e che poi si danno attraverso noi, noi che crediamo di pensare tramite esse, alla comunicazione? Se così fosse, forzarsi a scrivere sarebbe un dovere, una necessità, un desiderio nascosto cui apparteniamo senza mai saperlo abbastanza.

95. Piano piano ti accorgi della estrema coerenza di tutto quanto vai scrivendo. Pensavi, scrivendo quando ti capitava, e quando potevi farlo, e senza seguire un compito, un ordine o la necessità esteriore di un argomento prefissato, che questa sorta di scrittura diaristica mettesse in evidenza le tue contraddizioni, cosa che non tollereresti mai che venisse resa pubblica da una scrittura ufficiale. Ed è così, infatti, la tua scrittura lascia liberamente affiorare le tue contraddizioni, ma proprio nella loro esposizione sta la loro profonda coerenza. Ti affidavi al caso e al disordine, senza pensare troppo al susseguirsi libero dei pensieri che trovavano la parola, e invece ti trovi un ordine ed una necessità che collega ogni tua frase, ogni tuo periodo, ogni tuo pensiero concluso e inconcluso, al tutto potenziale che nel tempo che passa, nei giorni che si susseguono, essi vanno configurando. Il Diario, allora, può far paura, può far paura a te che pensavi di rifugiarti nel tepore della sua solitudine scritturale; infatti, lungi dal rappresentare un rifugio, esso ti svela a te stesso come mai nessuna parola d’altri ha potuto fare prima. Ti accorgi, allora, che nella stesura del Diario tu non fuggivi dal mondo, bensì da te stesso, e che nel Diario paradossalmente sei destinato a ritrovarti.

96. Può darsi che, scrivendo ossessivamente su qualcosa, di questo qualcosa alla fine si riesca a capire il senso. Il principio su cui si basa una tal fiducia è quello dei cerchi concentrici incessantemente percorsi, a tal punto da configurare un passaggio dalla geometria piana del cerchio di partenza alla geometria solida della sfera come figura d’arrivo: dalla rappresentazione bidimensionale della cosa all’illusione della sua sostanzialità tridimensionale. Ma il punto, dal quale noi fuoriusciamo da una circolarità per entrare in un’altra e, impercettibilmente, costruire sul piano un alcunché di solido, noi non lo cogliamo mai; esso, come appare evidente, giace sulla linea del tempo ed è impossibile il coglimento dell’attimo unitamente al divenire di cui rappresenta un punto. Così, ad una certa tappa del nostro percorso, noi siamo altrove, pur sembrandoci di essere sempre al punto di partenza. Qualcosa del genere fanno i compositori minimalisti statunitensi, qualcosa del genere si realizza nella scrittura diaristica.

97. Il senso colto da una scrittura ossessiva appare ad un primo sguardo mera ripetizione dello Stesso. Poiché assai probabilmente lo Stesso con cui abbiamo a che fare con l’esperienza non è certo lo Stesso ideale, di fatto esso finisce per essere uno Stesso approssimativo, l’unica esperienza dello Stesso a noi possibile. Se ne potrebbe desumere che in questa apparenza dello Stesso, in questa approssimazione, in questa imperfezione dello Stesso consista il senso che andiamo cercando rispetto a qualcosa. Ma potrebbe essere, proprio tale imperfetto Stesso, il prodotto dell’impercettibile passaggio dalla circolarità iniziale a quella che, alla fine, mette capo ad una sfera, e quindi l’imperfezione dell’incessante divenire, e dell’incessante ruotarvi attorno da parte della scrittura ossessiva, potrebbe essere il senso profondo di quella stessa sostanzialità sferica di cui noi conosciamo sempre e soltanto la rappresentazione circolare piana chiusa nell’attimo d’esperienza. La tautologia, altrettanto imperfetta, che ne deriva, allora, ordinata per così dire su base metaforico-geometrica, profilerebbe ad occhi riflessivi una sorta di conciliazione mistica, ovvero inesprimibile, di essere e divenire, e varrebbe come il vero nome della presenza, dell’esser-presente della presenza.

98. La formula heideggeriana: esser-presente della presenza ha bisogno di una rappresentazione per essere detta? La figura che parte dal cerchio e approda alla sfera lascia inespresso il passaggio vissuto secondo coscienza dall’uno all’altra, ma descrive col cerchio l’esser-presente e con la sfera la presenza. Ma l’inespresso allora che cos’è? E’ il limite. E’ l’inoltrepassabile: il tempo vissuto parimenti come attimo in sé e come attimo facente parte della serie. Ma noi possiamo solo vivere il tempo come attimo in sé oppure come sequenza di attimi; nel primo caso viviamo il nostro esser-presente, nel secondo caso riflettiamo sul nostro esser-stato-presente, sul nostro passato, o sul nostro da-esser-presente, sul nostro futuro. Ambedue insieme non è dato vivere, eppure solo così potremmo esprimere il passaggio dal cerchio alla sfera, dall’esser-presente alla presenza come somma di tutti gli esser-stato-presente vissuti e di tutti i da-esser-presente possibili.

101. Dietro ogni frammento di pagina diaristica l’autobiografia ha il compito paradossale di nascondersi. Se l’urgenza dell’espressione è molto intensa, tutto diventa immediato e apparentemente molto facile; chi scrive userà il primo pronome personale. In realtà, quell’adozione apre più problemi di quanti non ne risolva, ma intanto, in questo caso, l’impressione in chi legge è che questo scrivente non abbia saputo o potuto nascondersi. E questo non è vero: non c’è miglior nascondimento che l’esibizione più smaccata, si avverte il lettore che in quella pagina, siglata da un Io presente in ogni frase, colui che scrive si mette in gioco fuor d’ogni tana, l’animale è in trappola e tutti possono assistere alla sua cattura. Ma non è mai vero: chi parla dentro quell’evidenza troppo facile? Certamente quell’Io parla, ma non di Sé. L’ostentazione camuffa meglio di qualunque maschera e il più vero Sé, in quell’egologia sovraesposta, non compare affatto, resta ben tutelato dietro l’immagine pubblica e riconoscibile di un’identità che dichiara, con apparente impudicizia (o apparente sincerità), di manifestarsi in prima persona. Cosicché l’urgenza dell’espressione, lungi dall’assolvere il suo compito – rivelare il Sé all’Io attraverso la scrittura, facendo magari di questo scioglimento uno spettacolo per l’eventuale lettore – lo rimanda incessantemente alla fatica della mediazione, alla scrittura in seconda o addirittura in terza persona, là dove il labirinto di parole descrive bene il percorso analogo che una coscienza autentica deve esplorare se vuole, come si dice, tornare a casa.

110. Il legame tra il leggere e lo scrivere, che tante volte vengono vissuti come escludentisi l’un l’altro nella simultaneità, diviene invece necessario nella successione. Si legge perché si scrive, e si riesce a scrivere perché si legge. Altrimenti bisognerebbe pensare ad un lettore cui la lettura, invece di stimolare il pensiero, ne blocchi totalmente la creatività, o ad un lettore dotato di scienza, infusa in lui dalla nascita senza che debba fare fatica per conquistarsela, o proveniente soltanto dalla propria nuda esperienza di vita (una vita in cui non si legge o si è smesso da tempo di leggere). Di lettori impotenti alla scrittura ce ne sono senz’altro, ma la loro, appunto, non è generosità verso se stessi o pietà verso futuri sventurati lettori o coscienza della mediocrità del proprio talento, piuttosto è testimonianza di una mutilazione che ferma la libertà del circuito capace di portare le parole dove il vento del pensiero le deposita, su una pagina già scritta oppure su una pagina bianca, nell’un caso affinché siano lette, nell’altro caso affinché vengano scritte. Anche di scrittori impossibilitati a leggere ce ne sono senz’altro, ma poiché la scienza infusa non esiste, devono accontentarsi della loro esperienza vissuta dal momento che quella altrui, raccolta nei libri, a loro non interessa o non interessa più. Finiscono per macinare nelle loro pagine un alfabeto esistenziale monotono, una sorta di mormorio che abbassa il cielo sulla terra ed il pensiero alle mani che si guadagnano la giusta, ma semplice sopravvivenza. Ma il pensiero, il pensiero che legge e che scrive, che legge scrivendo, che scrive leggendo, è una gratuità assoluta, sciolta da ogni funzione; per avere successo ed approdare ad una qualche felicità profonda, vissuta tra cuore e mente in una fusione quotidiana e sobria nell’onestà del suo manifestarsi, deve potersi iscrivere sulla linea del tempo, appunto: nella successione. La scrittura e la lettura autentiche necessitano di un tempo interno assai lungo; il nome provvisorio di questa durata potrebbe essere: pazienza.

111. C’è qualcosa d’inebriante e di falso nello stendere pagine e pagine senza citare un nome né il titolo di un’opera. L’ebbrezza sta nella finta solitudine di cui godrebbe il nostro pensiero, nell’autarchia in fondo suicida grazie alla quale uno scrivente testimonia della propria autofagia come della sola forma di nutrimento di cui sembra aver bisogno; la falsità sta nell’illudersi che ciò sia veramente possibile, come se ogni nostra parola scritta non fosse debitrice verso le infinite adibizioni cui è andata soggetta da parte di altri, e di cui noi, che fingiamo di averle dimenticate, abbiamo fruito. Ma c’è della gratificazione altrettanto fasulla in chi farcisce la pagina di quegli stessi nomi e titoli di opere che nell’altra mancavano totalmente, come se volesse dirci che, attraverso lui, sta passando l’intera biblioteca di Babele, la sua personale biblioteca di Babele, spacciata neanche poi tanto tra le righe come l’unica che conti veramente, e dunque il lettore si consideri avvisato e prenda nota.

118. A volte occorre mobilitare la scrittura, una qualsiasi scrittura, come consolazione. Il male, ed il disordine che gli è sempre strettamente collegato sia come causa che come effetto, nella scrittura si scioglie per tutto il tempo che si scrive, e l’effetto benefico dura ancora per qualche tempo dopo che si è posata la penna. Una qualsiasi scrittura: ma questo non significa che ciò che si scrive non conti nulla o conti poco, poiché, se è pur vero che in un tal tipo di scrittura consolatoria lo scrivente diventa scrittura per se stesso, costui deve poi fare i conti con quel se stesso, ed il fatto che dalla sua penna esca un racconto piuttosto che una pagina diaristica, una poesia piuttosto che un aforisma sull’amore, ebbene, non è cosa innocente. La consolazione consiste probabilmente e per lo più nell’essere – lui, lo scrivente – messo di fronte alla parte migliore di sé, quella che scrive, appunto, e in cui si riassume tutto il suo essere vissuto fino lì fin dalla nascita, come se quella posizione piegata sulla pagina bianca rappresentasse la lenta ma sicura colmatura di un’identità altrimenti frantumata negli accadimenti disordinati della vita, come se quella curvatura ridisegnasse un corpo la cui sofferenza morale trovasse giovamento nella nicchia fetale dentro un ventre immaginario, la cui maternale cura si chiamasse scrittura. Allora in chi scrive, e scrive sempre il suo male, anche il disordine per quell’attimo si sospende e l’ordine del discorso distribuisce le sue rose e i suoi cieli tiepidi di primavera; il deserto che accoglie il consolato non consentirà, però, una rilettura altrettanto gratificante. La pagina scritta, a differenza della memoria buona delle cose e delle persone che portiamo sempre con noi dovunque e in ogni tempo, perde in fretta il suo calore e, chiudendosi su di sè, finisce per diventare l’ennesima esperienza estranea di cui non risolveremo mai l’enigma.

121. Capita che la scrittura trovi il suo inizio in una sola parola, o in una formula verbale insignificante secondo tutte le apparenze, che poi trascina dietro di sè un piccolo insospettato fiume di chiacchiere, come se prima, alle spalle di quella parola o di quella formula, un astuto nascondimento celasse alla vista la numerosa truppa dei parenti. Ed è vero che tutta questa abbondanza imprevista stava nascosta, ma se noi non la vedevamo era soltanto colpa nostra, dipendeva infatti dal punto di vista dal quale guardavamo quell’unica parola, quella semplice formula verbale: accucciati nella quotidiana difesa rispetto al mondo, al male che esso può farci quotidianamente proprio con l’esercizio della parola; a nostra volta, quindi, nascosti dietro l’ingigantirsi fittizio di ciò che ci sta di fronte e che, se potessimo osservarlo dall’alto, drizzandoci coraggiosamente in piedi, si rivelerebbe come un qualcosa che, essendo parola, parola umana, rimarrebbe in fin dei conti sulla linea dei nostri occhi, qualcosa dunque che possiamo fronteggiare, impedendole forse di liberare alle spalle ciò che ora, a differenza di prima, ci apparirebbe, secondo una visuale non più deformata dall’acquattamento diffidente, in tutto il suo potenziale di valore non necessariamente negativo. Ci apparirebbe la parola degli altri, l’interminabile parola degli altri che, scrivendosi, ci possiede con l’illusione – ma questa è poi la vita, è soltanto la vita – d’essere diventata la nostra.

123. Gli infiniti pensieri che nel corso di una giornata o di una vita vanno perduti per la scrittura, restano conservati in quel possibile dagli incommensurabili confini che è la memoria. In questo senso, ognuno di noi rappresenta, per sé e per gli altri, uno scrigno inesauribile di possibilità che nessuna parola né scritta né detta potrà mai, se non in minima parte, intaccare. Lo scrigno sta lì, campo sazio della propria immensità nel quale giacciono ammucchiati i pensieri più disparati, in un disordine che nasconde molti ordini diversi, non fosse che quello cronologico di stratificazione fino a quello che consente inopinatamente ad una gemma qualsiasi di quello scrigno di affiorare nella singolarità, esponendosi alla luce della ragione che scrive. Ma ciò che di tutti questi pensieri arriva alla scrittura è così poca cosa che, affiancati i suoi singoli elementi secondo una qualsiasi relazione, è sempre possibile, non solo ipotizzare per quegli stessi elementi un altro ordine, ma inserirne uno, alcuni o tutti in un altro pacchetto ipotetico d’emersione memoriale e proporre in tal modo un altro pensante, un’altra identità che è stata capace di pensare, pur essendo la stessa che ha dato ordine al precedente malloppo, forse l’esatto contrario di quello che in quel primo malloppo di pensieri è stato pensato. Grazie al fatto di pensare molto più di quanto riusciamo a scrivere, dentro di noi albergano molte identità possibili; nella misura in cui un ordine del discorso prevale sull’altro, noi siamo quell’ordine e lo utilizziamo come il perno attorno al quale s’attorce ciò che chiamiamo, nel qui e nell’ora, la nostra identità.

124. Pubblicare è liquidare. Qualcosa resta alle nostre spalle e noi possiamo convincerci che è giunto il momento di andare avanti; il nuovo, il progresso secondo la linea del meglio e infinite altre varianti dell’intenzione fanno capolino dietro un libro che è stato pubblicato. La liquidazione di ciò che è stato pensato può essere davvero necessaria ogni tanto, anche se si sa bene che si pensano e si scrivono sempre le stesse cose. Ma per poterle scrivere un’altra volta è necessario il falso movimento della pubblicazione, che sposta lo scrivente consentendo al pensante di rimanere dov’è e dove è bene che resti; lo spostamento del luogo dove sta lo scrivente descrive un cerchio attorno al Sé pensante e, nei casi moralmente peggiori, dopo molte pubblicazioni, questa rotazione fa credere allo scrivente di essere un analogo di Dio, una sorta di idolo pensante attorno al quale la nostra scrittura calata nel tempo adegua volta per volta il proprio intervento. Se il pensiero è di noi ciò che resta, scriverne diventa una preghiera che mormora incessantemente sempre la stessa parola; per riuscire a scrivere, o meglio: a continuare a scrivere, è bene non limitarsi a credere di essere soltanto quel che effettivamente si è, ma di essere alla radice qualcos’altro, una qualche pienezza, una qualche vetta insormontabile, una qualche divinità, appunto, la divinità di noi stessi. Poco importa che noi chiamiamo poi la divinità di noi stessi anima, o spirito, o più spregiudicatamente il nostro vero Sé; quel che conta, come per tutte le fedi, è crederci.

 

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Il secondo dei “13 fogli di calendario” che compongono questo “inattuale” diario-zibaldone di Gianmarco Pinciroli (testi 89-232) sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, XLVI, maggio 2014.

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