Ingens Sylva (il libro)

Ingens Sylva

Pier Franco Uliana

“Gli occhi, abbandonali all’ombra, socchiusi fino alla linea dell’orizzonte interiore. Un limitare, tra ciglia e foglie. Da’ senso ai sensi. Fatti placenta di muschio, feto sotto lingua.”

“Il potere pretende la radura. Senza limite. Una luce trasparente, cartesiana, empirea, a perpendicolo. Onnipotente. Datti alla macchia. A tasche ricolme di sementi, fa’ incursioni notturne. Semina e fuggi. Renditi opaco allo specchio ustore.”

Se il bosco, nell’immaginario collettivo dell’occidente, ha occupato uno spazio estremamente significativo (dalla tragedia e dai miti greci alle leggende nordiche, dall’allegoria medievale alla deforestazione della modernità), allora il Cansiglio risalterà non solo come residuo e relitto di un’epoca silvana che fu, ma anche e soprattutto come reliquia, a ricordarci «che in principio erano le selve». In questi fogli di macchia se ne propone l’attraversata simbolica per un sentiero di lettura che, per quanto tortuoso e oscuro, scende alla radice della nostra psiche per salire alle fragili cime di una certa razionalità contemporanea.

[…]

L’Ingens Sylva (De Bastiani ed.) di Uliana è un raffinatissimo volumetto d’aforismi dedicato al bosco (alla selva) del Cansiglio, luogo frequentato già da Zanzotto e prima ancora dal Della Casa, un mazzo d’aforismi in prosa spiccatamente poetica che non è tanto una descrizione del bosco, quanto un viaggio nei suoi miti, nella sua storia, nelle lingue che, una sull’altra, si sono sedimentate ai piedi dei suoi alberi secolari.

Lingua e territorio vanno da sempre insieme nel lavoro di questo poeta schivo, sono gli ingredienti fondamentali, insieme alla memoria, della sua poesia migliore, ma non per sghiribizzo filologico, quanto per la certezza che l’uomo, ogni uomo, è fatto, innanzi tutto delle sue parole. La toponomastica (con l’etimologia) può essere, così, destro di poesia, poiché “le radici della lingua madre (ieri Latina Lingua oggi Mother tongue) sono le stesse, apparentemente diverse, sempre che esistano boschi da comparare, dal cenedese rustico, (…) all’inglese della deforestazione. (…). Sono poeti di limitare, diglotti e bilingui. Autenticamente glocali perché sanno abitare con cura il centro della periferia”.

Mentre la selva, per il poeta, sin da Dante, è il luogo per eccellenza del poetare. Anche in questo nostro mondo, tanto fitto di post-selve che fanno da sfondo a miliardi di selfie; “la selva è atopica, la radura utopica”, come ci ricorda Uliana.

Né è lecito scambiare quest’amore per le radici con il bigottismo di qualche tradizione, poiché: “Gli oracoli e i poeti selvatici scrivono solo sulle foglie d’acero. Le stesse con cui i boscaioli si puliscono il culo. Il dada non fu che un plagio stercorario, da epigoni urbani”.

(Lello Voce, da qui…)

[Ingens Sylva nella “Biblioteca di RebStein“]

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