Marco Scalabrino e la coralità del Novecento siciliano

Marco Scalabrino

Manuel Cohen
Marco Scalabrino

 

REPERTORIO DELLE VOCI
NUOVA SERIE, N.5 (XXXII)

 

Marco Scalabrino e la coralità
del Novecento siciliano

Esistono, per la gioia dei lettori comuni e per la felicità degli addetti ai lavori, alcune, invero rare, dotte figure di studiosi-minatori che indagano nello specifico di aree periferiche – rispetto alle grandi vie dell’editoria globalizzata – ma non per questo marginali. Si tratta di appassionati che intercettano scale di valori autoriali sotto la polvere del tempo o ben oltre quella cortina di silenzio, snobismo e carrierismo, dell’indifferenza o borsa-valori dell’establishment, e ci consegnano preziosissime rendicontazioni, rassegne, mappature capillari e millimetriche: vere e proprie opere-miniere. Sulla scia di grandi personalità di critici, basti pensare ai lavori di Dionisotti, di Spagnoletti, di Pasolini e Lucio Zinna, mosso da un entusiastico e motivato interesse storiografico, Marco Scalabrino, poeta in proprio (entrato in questi giorni nell’antologia neo-dialettale L’Italia a pezzi) e studioso di fatti siciliani, raccoglie in due volumi una parte di suoi interventi, saggi, monografie, precedentemente editati, corredando il tutto con riproduzioni anastatiche di copertine di libri e di riviste, nonché di repertori fotografici d’antan. L’indagine focalizza la lente critica su un ampio spettro di autori singolarmente indagati; nel volume primo: Alessio De Giovanni, Paolo Messina, Salvatore Camilleri, Pietro Tamburello, Aldo Grienti, Carmelo Molino, Antonio Cremona, Salvatore Di Pietro, Enzo D’Agata, Nino Orsini, Elvezio Petix, e Salvatore Di Marco. Nel secondo: Giovanni Formisano, Vito Mercadante, Nino Pino, Maria Favuzza, Titta Abbadessa, Carmelo Lauretta, Salvo Basso, e l’epistolario Silvio Badessa-A. De Giovanni. La ragione di uno studio siffatto, credo abbia una motivazione e una giustificazione radicale e seria nel proporre un affresco, una rappresentazione il più corale e polifonica possibile, di quella che è stata l’avventura dialettale in Sicilia, in quella straordinaria stagione creativa rappresentata dal secolo passato: componendo ampie genealogie di amicizie e frequentazioni, rivelando luoghi, occasioni di incontri, scambi fertili, e dibattiti culturali. Scalabrino registra i nessi, i rapporti, le complicità e le parentele culturali intercorrenti tra gli autori. Riappropriarsi di un catalogo siffatto, equivale a riconsegnare al futuro la portata, il valore, la dimensione di una autentica società letteraria nel cuore del Novecento isolano, italiano ed europeo: una vera e propria, pasoliniana Koinè. Proprio Pasolini viene subito di ricordare a proposito del primo (e ultimo, dal momento che ritorna alla fine del secondo volume, quasi a chiudere un cerchio) autore indagato: quell’autentico apripista che fu Alessio De Giovanni che aprì l’anno 1900 con l’opera Lu fattu di Bbissana, “uno fra i pochi piccoli capolavori del gusto realistico” (Cfr., M. dell’Arco, P. P. Pasolini, Poesia dialettale del Novecento, Guanda 1952), l’autore intorno a cui si costituì un autentico ‘gruppo’ (di individualità singole e specifiche, non di scuola), così come altrove in Italia e in Europa, gli scrittori si ritrovavano e si ‘eleggevano’: si pensi al ‘Circolo del giudizio’ presso il bar della famiglia Baldini a Santarcangelo di Romagna; o alla Firenze ermetica del caffè Giubbe Rosse. Impossibile quasi, in una brevissima recensione, riferire della dovizia e della messe di informazioni, delle curiosità, delle date e delle voci: quello che vale qui e ora sottolineare è affidato alle parole di Civitareale nella prefazione: “un tipo di approccio onnicomprensivo […], secondo un metodo che tende al recupero del complesso dei rilievi che emergono da una indagine non pregiudicata e che tenga conto di tutti i dati rilevati e rilevabili, nell’intento di tracciare i confini di una ‘lettura’ aperta, continuamente disposta alla revisione, e contro pretese assolutistiche ed esiti esaustivi”. L’auspicio, e l’impressione, è che al meritorio Scalabrino occorrerà almeno un altro volume di indagine sul passato (qualcuno manca ancora all’appello, uno su tutti e irrinunciabile: Ignazio Buttitta) ed uno ulteriore sui contemporanei e coetanei: tanto notevole e vivace ancora oggi risulta la poesia neo-dialettale siciliana, contrassegnata in questi anni recenti dalla presenza, in attesa di certificazione, di validissime autrici: Flora Restivo, Angela Bonanno, Dina Basso, per fare qualche nome, come pure dal filo di continuità con una milieu culturale: Nino De Vita, Renato Pennisi, Salvatore Paolo Garufi; o di giovani inquieti e attenti a soluzioni di novità: Sebastiano Aglieco, Biagio Guerrera, Rino Cavasino. (Manuel Cohen)

 

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Alessio Di Giovanni & del rinnovamento
della poesia dialettale siciliana

di Marco Scalabrino

 

Nel 1946, alla scomparsa di Alessio Di Giovanni, “quel primo nucleo di poeti che comprendeva le voci più impegnate dell’Isola prese il nome del Maestro e si denominò Gruppo Alessio Di Giovanni”. Alessio Di Giovanni nasce a Cianciana (AG) l’11 ottobre 1872. Terminate le scuole elementari, nel 1884 segue la propria famiglia a Palermo, dove è avviato alla carriera ecclesiastica. Dopo circa otto “anni dolorosi” trascorsi alla Cappella Palatina, non sentendosi affatto vocato al ministero sacerdotale, abbandona e si dedica al giornalismo. “Precipitate le sorti della famiglia”, il padre, Gaetano (che fu studioso di storia locale e del folklore nonché collaboratore di Giuseppe Pitrè), si trasferisce a Noto (SR) per intraprendere la professione di notaio. A Noto Alessio Di Giovanni continua gli studi, sposa nel 1895 Caterina Leonardi, comincia a scrivere e a entrare in contatto con riviste, autori ed editori. Dall’autunno del 1903 e fino al settembre 1904, Alessio Di Giovanni – già apprezzato in quell’ambiente culturale perché il settimanale peloritano Il Marchesino diretto da Alessio Valore ha pubblicato parecchi suoi lavori – abita a Messina, dove è andato “in cerca di un tozzo di pane” e insegna Italiano. In data 31 dicembre 1903 ottiene l’abilitazione definitiva all’insegnamento della lingua italiana nelle Scuole Tecniche e l’assegnazione alla “Scinà” di Palermo. Dal 1904 e fino alla morte Di Giovanni abita, in vari alloggi e indirizzi, a Palermo, tranne che per le guerre, per le malattie e per le vacanze estive. A Palermo pubblica le sue opere e nascono i suoi figli. Esordisce nel 1896 con la silloge Maju sicilianu, alla quale seguono, tra i lavori più importanti: Lu fattu di Bbissana e Fatuzzi razziusi nel 1900, A lu passu di Giurgenti nel 1902, Cristu nel1905, Lu puvireddu amurusu nel 1907, Il poema di padre Luca nel 1935, Voci del feudo nel1938. Scrive anche opere di teatro dialettale siciliano, fra le quali: Scunciuru nel 1908 e Gabrieli lu carusu nel 1910, e di narrativa dialettale: La morti di lu Patriarca nel 1920, La racina di Sant’Antoni nel 1939 e, postumo, Lu saracinu. Assai noto in vita sia in Italia che all’estero, collaboratore di numerose riviste, il primo ad avere scritto un romanzo in dialetto siciliano, da ritenere uno dei maggiori poeti siciliani, Alessio Di Giovanni muore a Palermo il 6 dicembre 1946. Aldo Grienti, che una domenica di gennaio del 1945 andò a fare visita al “venerabile Maestro” e ne pubblicò sul periodico catanese Torcia a ventuil resoconto, così lo descrive: “Di statura piuttosto bassa, indossava una giacca scura e un berretto chiaro. Sembrava un vecchio turista dalla barbetta bianca che dolcemente si confondeva con il roseo delicato della sua carnagione, gli occhi profondi assenti ma non spenti.” Alla sua scomparsa, per ricollegarci al passo di apertura fornitoci da Paolo Messina, “quel primo nucleo di poeti che comprendeva le voci più impegnate dell’Isola prese il nome del Maestro e si denominò Gruppo Alessio Di Giovanni. Occorre però dire che non ci fu un manifesto, né l’ausilio di un apparato critico, né un riscontro adeguato sulla stampa”. “C’è un solo modo di scrivere il siciliano – appunta Paolo Messina – ed è quello che stiamo sperimentando qui, dopo la lezione di Alessio Di Giovanni, di scrupolo filologico: una scrittura improntata all’etimo e alla consuetudine letteraria”, e indica nel romanzo dialettale di Alessio Di Giovanni La racina di SantAntoni il modello linguistico da adottare. La racina di SantAntoni, opera con la quale Alessio Di Giovanni, dopo la svolta del 1905 in cui (come amò testualmente dire) egli passa “dal vernacolo al dialetto”, supera definitivamente la fase fonografista. Il Gruppo si denominò dunque Alessio Di Giovanni ma non trattò, come lui, delle voci del feudo né dei derelitti di solfara, non professò alcun francescanesimo, non si rifece al Verismo ormai posto in archivio, né si riconobbe nel Felibrismo, del quale Alessio Di Giovanni fu, su designazione di Frédéric Mistral, “ambasciatore” in Sicilia. La guerra, con tutto il suo funesto bagaglio, aveva stravolto la realtà e, con essa, la poesia dialettale siciliana. Ecco allora l’esigenza di porsi in maniera nuova al cospetto di esse e la nascita, nel 1945, su queste basilari premesse, del movimento del Rinnovamento della poesia dialettale siciliana, il levarsi di quel “poeta nuovo” che Alessio Di Giovanni aveva agognato nel suo saggio Saru Platania e la poesia dialettale in Sicilia del 1896. Composto, osserva Salvatore Di Marco, “da poeti di generazioni differenziate, ma tutti animati dal proposito comune di svecchiare, nel linguaggio, nello stile, nei contenuti, la poesia dialettale siciliana”, il Gruppo non fu un corpo unico, un’orchestra che ha eseguito un identico spartito, una scuola poetica e le esecuzioni furono, piuttosto che dei concerti, degli assolo, dei recital di singoli virtuosi. La circostanza è peraltro testimoniata dagli stessi protagonisti; Pietro Tamburello: “sappiamo tutti dove andare, ma non siamo concordi sulla via da seguire”, e Paolo Messina, che pure attribuisce al Gruppo Alessio Di Giovanni l’adozione di un “indirizzo generalizzato sul problema dell’unità linguistica siciliana”, considera che “il Gruppo non si configurò in chiave di omogeneità, l’univocità di intenti fu pronunciata con voci diverse. Di Alessio Di Giovanni – prosegue – avevamo adottato il rigore formale della scrittura e per quanto riguarda le poetiche scegliemmo l’onda della poesia europea più avanzata, specie quella francese, con una certa propensione per il surrealismo, la poesia pura e il verso libero”. Abbiamo la data dell’inizio del movimento rinnovatore (ce ne informa Paolo Messina nel suo pezzo pubblicato nel febbraio 1988 a Palermo sul numero zero del rinato Po’ t’ù cuntu): quella del Primo raduno di poesia siciliana svoltosi a Catania il 27 ottobre 1945. “L’innovatore – afferma, nel numero di gennaio-febbraio 1989 di Arte e Folklore di Siciliadi Catania, Salvatore Camilleri – fu Paolo Messina.” “Aldo Grienti – ribadisce il Camilleri nel Manifesto della nuova poesia siciliana, edito in Catania nel 1989 – fu il primo a leggere, nel 1947, le poesie di rottura di Paolo Messina, avendole pubblicate nella rubrica da lui curata.” Ma cosa è stato il “Rinnovamento”? Chi ne costituì il movimento? Quale ne fu il programma? In sostanza, di che si tratta? “Tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44 – scrive Paolo Messina nel saggio La Nuova Scuola Poetica Siciliana, del 1985 – la guerra continuava e doveva continuare ancora per un anno. Risaliva la penisola, e in Sicilia per primi avevamo respirato, l’acre pungente ciauru [profumo] della libertà, mentre il quadro prospettico del mondo già mutava radicalmente. Da qui l’esigenza di rifondare non solo la società civile, ma anche il linguaggio.” A Palermo, prima che terminasse il 1943, Federico De Maria venne a trovarsi a capo di un nucleo di giovani poeti dialettali: Ugo Ammannato, Miano Conti, Paolo Messina, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro e, nell’ottobre 1944, venne fondata la Società degli Scrittori e Artisti di Sicilia, che ebbe sede nell’Aula Gialla del Politeama e, in primavera, all’aperto, nei giardini della Palazzina Cinese alla Favorita. Sul versante ionico peraltro, nella Catania del ’44, il gruppo del quale Salvatore Camilleri era l’animatore: Mario Biondi (nella cui sala da toeletta di via Prefettura si tenevano gli incontri diurni, mentre di sera li attendeva il salotto di Pietro Guido Cesareo in via Vittorio Emanuele 305), Enzo D’Agata, Mario Gori ed altri già appartenenti all’Unione Amici del Dialetto, si ribattezzò (dietro suggerimento di Biondi) Trinacrismo, movimento i cui principi vennero illustrati in un articolo di Salvatore Camilleri apparso su Il Manifesto di Bari nel febbraio 1946. “Il dialetto – dichiara Paolo Messina nel citato saggio La Nuova Scuola Poetica Siciliana – era per noi un modo concreto di rompere con la tradizione letteraria nazionale. Naturalmente, eravamo consapevoli dei rischi dell’opzione dialettale, che se da un lato ci portava alla suggestione della pronunzia, dall’altro restringeva alla Sicilia il cerchio della diffusione e della attenzione critica. Ma in compenso ponevamo l’accento sull’ispirazione popolare del nostro fare poesia, che doveva farci cantare con il popolo che per noi era quello siciliano, come siciliano era il nostro punto di vista sulla nuova società letteraria nazionale. Ed ecco la nozione dell’impegno [che non ammette – preciserà in altra occasione – alcuna dipendenza politica, ma punta direttamente sull’uomo e sulla lotta dell’uomo per uscire da una condizione disumana] inteso come partecipazione, anche coi nostri atti di poesia, alla costruzione di una società libera e giusta, cosciente ormai di potere progredire solo nella pace e nella concordia fra i popoli.” “Il dialetto – riprende sul pezzo in memoria di Aldo Grienti, apparso nel febbraio 1988 a Palermo sul numero zero di quello che fu l’effimero ritorno del Po’ t’ù cuntu – non era più portatore di cultura subalterna, ma si era innalzato alla ricerca di contenuti (e quindi di forme) su più vasti orizzonti di pensiero. Sicché la poesia siciliana toccava il punto di non ritorno, aboliva ogni pregiudiziale etnografica pur restando (linguisticamente) siciliana. I maestri preferimmo andarceli a cercare altrove e ricordo che si parlava molto della poesia francese, da Baudelaire a Valéry, e delle avanguardie europee. Circolava di mano in mano un vecchissimo volumetto delle Fleurs du mal, che credo fosse di Pietro Tamburello, il più informato fra noi sulla poesia straniera.” Nell’articolo titolato La civiltà dei caffè, proposto nel febbraio 1988 a Palermo su detto numero zero del nuovo Po’ t’ù cuntu, Salvatore Di Marco registra: “Negli anni Cinquanta c’era a Palermo, in via Roma quasi all’altezza dell’incrocio con il Corso Vittorio Emanuele, uno dei caffè Caflish. Al piano superiore, una saletta con sedie e tavolini. Ebbene, in quel luogo e per anni – sicuramente dal 1954 al 1958 – nella mattinata di tutte le domeniche si riunivano i poeti del Gruppo Alessio Di Giovanni. Frequentatori erano, oltre a chi scrive, Ugo Ammannato, Pietro Tamburello, Miano Conti, Gianni Varvaro e altri. Vi arrivavano spesso Ignazio Buttitta da Bagheria, Elvezio Petix da Casteldaccia, Antonino Cremona da Agrigento e da Catania Carmelo Molino e Salvatore Di Pietro: insomma, i personaggi più significativi allora della nuova poesia siciliana. In quegli incontri si leggevano poesie, si parlava del dialetto siciliano, si discuteva di letteratura e di politica.” Nel 1957 Aldo Grienti e Carmelo Molino furono i curatori dell’antologia Poeti siciliani d’oggi, Reina Editore in Catania. Con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro, essa raccoglie, in rigoroso ordine alfabetico, una qualificata selezione dei testi di 17 autori: Ugo Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando Platamia, Pietro Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro. Ma già prima, nel 1955, con la prefazione di Giovanni Vaccarella, aveva visto la luce a Palermo l’antologia Poesia dialettale di Sicilia. Protagonisti il Gruppo Alessio Di Giovanni: U. Ammannato, I. Buttitta, M. Conti, Salvatore Equizzi, A. Grienti, P. Messina, C. Molino, N. Orsini e P. Tamburello. Le due sillogi,cheebbero al tempo eco nazionale (una recensione a cura di Paolo Messina apparve in data 21 maggio 1955 su Il Contemporaneodi Roma) e tuttora sono note agli appassionati, sono state antesignane del Rinnovamento della poesia dialettale siciliana. “Oggi la poesia dialettale – scrive tra l’altro Giovanni Vaccarella nella prefazione a Poesia dialettale di Sicilia – è poesia di cose e non di parole, è poesia universale e non regionalistica, è poesia di consistenza e non di evanescenza. Lontana dal canto spiegato e dalla rimeria patetica, guadagna in scavazione interiore quel che perde in effusione. Le parole mancano di esteriore dolcezza e non sono ricercate né preziose: niente miele e tutta pietra. Il lettore di questa poesia è pregato di credere che nei veri poeti la oscurità non è speculazione, ma risultato di un processo di pene espressive, che porta con sé il segreto peso dello sforzo contro il facile, contro l’ovvio. Perché la poesia non è fatta soltanto di spontaneità e di immediatezza, ma di disciplina. La più autentica poesia dei nostri giorni è scritta in una lingua che parte dallo stato primordiale del dialetto per scrostarsi degli orpelli e della patina che i secoli hanno accomunato, per sletteralizzarsi e assumere quella condizione di nudità, che è la sigla dei grandi.” “Nell’ambito di una lingua, per così dire, ufficiale, che assorbe e trasmette tutte le vibrazioni di un’epoca, il dialetto – osserva Antonio Corsaro, in prefazione a Poeti siciliani d’oggi – si presenta come una fuga regionale. Ma in un periodo come il nostro che nella poesia ha versato l’essenza umbratile e segreta dello spirito attraverso un linguaggio puro da ogni intenzione oratoria, i poeti dialettali si trovano nella identica situazione dei loro compagni in lingua, senza che neppure la difficoltà del mezzo espressivo costituisca ormai una ragione valida di isolamento. Tanto più che i nostri lirici in dialetto sono già arrivati a un tal segno di purezza e a una tale esperienza tecnica da non avere nulla da perdere nel confronto con i lirici in lingua. Anzi, in un certo senso, i dialettali ne vengono avvantaggiati per l’uso che possono fare di una lingua meno logora, attingendola alle sorgenti che l’usura letteraria suole meglio rispettare.” Nel 1959, nel saggio Alla ricerca del linguaggio, Salvatore Camilleri considera: “Si cerca di restituire alla parola una sua originaria verginità fatta di senso e di suono, di colore e di segno, ricca di polivalenze. È una continua ricerca di esperienze formali, in cui l’analogia gioca la parte principale nel creare situazioni liriche e contatti tra evidenze lontanissime. Qualcosa si è fatto veramente poesia siciliana, cioè sentita ed espressa con immagini siciliane oltre che con parole. Il fatto strano, fuori dalla logica progressione delle cose, è che la rivolta è nata di colpo, sulle esperienze altrui (italiana, francese etc.) e non sull’esperienza siciliana. La parola, nel contesto poetico, liberata dalle sue incrostazioni, ha perduto parte del suo significato semantico, acquistandone uno meno deciso, legato alla sua posizione, logica e fonica: quello analogico, l’immagine si è liberata dall’oggetto, risolvendosi nel simbolo, senza però mai sganciare la realtà dall’ordine oggettivo, l’aggettivazione ha subito una stretta e diviene ricerca e approfondimento del lessico, [si tende] ad umanizzare gli oggetti, dando ad essi le emozioni degli uomini, a trasfigurare la realtà e trascenderla sempre.” Poeti siciliani d’oggi “fu il libro – asserisce in seguito lo stesso Camilleri, in prefazione a Poeti siciliani contemporanei del 1979 – che mise definitivamente una pietra sul passato. Le idee si erano fatta strada, avevano raggiunto i poeti in ogni angolo della Sicilia, anche i più solitari, i meno propensi a mutar pelle, e li avevano costretti a ragionare. Da questo travaglio, dai più avanzati che volevano romperla totalmente con il passato, ai moderati che volevano innestare le nuove idee nell’albero della tradizione, nacque la poesia siciliana moderna, anche grazie alla conoscenza che i più ebbero del simbolismo francese e dell’ermetismo italiano.” Il Rinnovamento della poesia dialettale siciliana, la stagione tra il 1945 e la seconda metà circa degli anni Cinquanta (l’ultima manifestazione pubblica del Gruppo – attesta Salvatore Di Marco – si svolse nell’anno 1958 presso il Circolo di Cultura di Palermo, diretto da Lucio Lombardo Radice, che promosse un incontro sulle correnti contemporanee della poesia siciliana), stagione segnata dal movimento di giovani poeti dialettali palermitani e catanesi, fu rinnovamento fondato sui testi e non sugli oziosi proclami, sugli esiti artistici individuali e non su qualche manifesto.

 

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Il Saggio di Marco Scalabrino è tratto da: Marco Scalabrino, Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini. Saggi di poesia dialettale siciliana, prefazione di P. Civitareale, Voll. I-II, Piateda (SO), CFR Edizioni, 2013. La recensione di Manuel Cohen agli scritti critici di M. S. è apparsa su «Punto. Almanacco della poesia italiana», anno IV, n.4, aprile 2014.

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9 pensieri riguardo “Marco Scalabrino e la coralità del Novecento siciliano”

  1. Ringrazio sentitamente Manuel Cohen per la preziosa sua nota, Francesco Marotta per la pubblicazione e Natàlia Castaldi per la diffusione. A tutti un cordiale saluto, Marco Scalabrino.

  2. Marco Scalabrino, che ho il piacere di conoscere da ormai svariati anni (e che ho avuto il piacere di pubblicare più volte quando facevo editoria (ognuno ha i suoi peccati) è meritevole di attenzione e di lode per almeno tre motivi:1) è un uomo cordiale e generoso; 2) è un ottimo poeta, sicuramente ‘fuori dagli schemi’; 3) è uno studioso del dialetto attento e infaticabile.
    Di questo suo lavoro mi colpisce innanzitutto il titolo. L’arte è senza dubbio più buona dell’uomo. Quest’ultimo lascia a desiderare … Meglio parlare della produzione piuttosto che dei “produttori”. Non so se sia una dichiarazione di “poetica critica”. Forse.
    Cos’altro dire? Mi sembra doveroso aggiungere alcune citazioni di nomi ‘alti’ che mi auguro saranno in futuro al centro dei suoi studi: Mario Grasso; Giuseppe Cavarra; Vito Tartaro; i già citati Flora Restivo e Renato Pennisi ecc.
    Sono convinto che oltre la vanità (cattiveria) di ognuno, l’ottimo Marco saprà estrarre brani di vera arte (bontà) da proporre all’attenzione di futuri lettori.
    Con affetto
    Giuseppe samperi

  3. Cosa dire di Marco? Io non posso che ammirare il suo percorso sia umano, che letterario, sempre in crescendo, sempre di qualità superiore. ciò che colpisce maggiormente, oltre alla sua dimensione poetica, è la meticolosità, ,la cura che mette in ogni sua opera, l’amore e la passione di cui le investe. Abbiamo fatto un lungo e fattivo pezzo di strada insieme, che, ritengo,abbia arricchito entrambi e mi auguro di poter riprendere quando mi sarà possibile. Grazie anche a Peppe Samperi, per aver fatto anche il mio nome e un sempre affettuoso, cordialissimo saluto a tutti.

  4. Il libro di Marco è l’estratto di una superba mole di libri, a volte rarissimi, che egli ha raccolto negli anni giungendo fino alla radice contemporanea ai diversi autori. Un lavoro immenso, certosino, soprattutto appassionato, che desta ammirazione per la pazienza e la tenacia. Un regalo, credo, alla poesia siciliana.

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