Alla distanza (I)

William Congdon, Venezia 12, 1952

Gianmarco Pinciroli


lui in basso a destra
volendo potrebbe avvertire
queste nette, lucide
perfette distanze.

Piera Oppezzo

 

Testi tratti da
Alla distanza (inedito)

 

Venezia

 
Della musica per le cose che finiscono

S’ingannano: la destinazione
è il taglio dell’erba, il profumo
del corpo, del respiro
la gola dice tutto questo
in un verso d’uccello di mare
si cuce di vento e d’ali
il nesso alle spalle
il mare s’incammina verso l’ostrica
il sole tace estremo
aspettando il giro dello specchio
da concavo a convesso

Ricade l’ipotesi del tempo
nell’indecidibile matematico
Agostino, il presente: quel che resta
una punteggiatura disegnata
nei giochi dell’acqua
nel caso chiamato dentro
il pensiero di pensiero
che si liquida, umidità
vastità della scacchiera
origine dell’onda
la mossa dei vincitori
l’inganno della vittoria:
destinazione, musica
musica per le cose che finiscono

 

Usurato disprezzo del tramonto

per il non senso, l’abitudine
a scrivere dalle parti di Venezia
il disprezzo: il sole non ama
l’ombra delle parole che catturano
la vena del tempo e la distillano
in oscurità di nomi

C’è un poco di mestiere
nell’abiura al silenzio
così la luce trascorre
questi ultimi attimi di gloria
nell’usura della descrizione
cui non può rinunciare
perché la fissità del cacciatore
è infinita pazienza dell’origine
a nascondersi nelle pieghe delle cose

Poi subentra l’abitudine
penetra da sotto il guanciale
s’insinua, è dentro il petto
dell’ape e diventa miele
qui, alla sera, se piove o non piove
sulla rotonda, io, incolume
a due passi dal mare
dalle parti di Venezia

 

Alla distanza

A questa giusta distanza
non si vedono le cose
tanto da potervisi immergere
perdendo ogni musica del pensiero
per vivere la dolce sostanza
della carne altrui
lo zucchero filante delle conversazioni

Sono tutti là, di fronte e lontano
seduti sui gradini e senza meta
per il viale, in attesa
di non aspettarsi più nulla d’altro
che questo oggi qui trovato

Ma non riesco ad amare davvero
questa seta mesta del vento alle mie spalle
e avvampo per la vergogna
se il sole guardo dritto in faccia

Non si merita più di un grido
da questa rete dismessa e amata
sul serio per quell’attimo
che il nesso tiene
vento e ala
nel frinire quieto dell’acqua

Così si fa più languido
il passo della penna
e via via più semplice
la parola dettata
dall’occasione

 

Il limite del giorno

è intralcio all’ebbrezza del sacro
il limite di luce che s’apre
su questa radura, attendamenti
in attesa di fuggire
nell’oscurità che non è
altro che incertezza di sonno

Ma nessi illanguiditi
catturano ormai a fatica
le cose alla distanza
la distanza si fa
prossimità di respiro
e tutto attorno si muove
avanti e indietro, l’altalena
nelle mani dei bambini

Il limite del gioco
è la ripetizione

 

La faccenda del sole

Inalberata una furia
angelica su una rissa di demoni
all’arco del ponte dei sospiri
questa mattina prende corpo
la faccenda del sole

Si fa spessa
l’azzurra sabbia del cielo
mentre gonfie labbra dicono
che il sonno dell’acqua è stato rotto
dai singhiozzi del dio delle abitudini

Il nesso, ora friabile
terra di nessuno
assume un canto di cicala
come il limite del proprio
dipanarsi sulle cose

 

Arco e frecce

Manca l’obiettivo
l’occhio che guarda
nella direzione del fuoco

Una fuga di punti astratti
tracciano l’obliquo
lungo cui cala il sipario
l’arco mobile lascia
che la corda scatti o non scatti
la freccia: un verso
di grillo nascosto nel tiepido
buco del prato, dietro
l’asilo lontano dal sentiero
dove tutti i bambini stanano
con fili di paglia
i giorni a venire
infilando la perla dei successi
a futuro risarcimento

Manca l’obiettivo
chi dentro chiama
il fuoco di chiarezza
un’idea per dipingere
l’inutile freccia scoccata
con semi di gola liberi
bianchi, innocenti

 

Scrosci

Funerale senza fine:
rubavi le parole all’odio di un’alba arcaica
la notte e il giorno dell’origine
mescolavano luce e parola
e gli dei confusi e impervi
portavano il lutto del lavoro

Scrosci di applausi: la competenza
non godeva di alcuna performanza
anzi, mancava di figura
il cesello delle dita
nella composizione del mondo

La terra: fruscii, serpi
in cerca di bocche e di rifugio
le gole morse dall’incredula
tortuosità della voce
ammutolivano o alternavano
grida di meraviglia
per la novità del paesaggio
a umori fondi e malinconici

l’alba, il sole: delineavano
il passato, il futuro
al presente veniva riservata
una grata monotona di pioggia
fili dorati, bava del cielo
sommerso dal piacere
di sentirsi inaugurato

 

Dopo l’acqua

Il clima, è opportuno
ricordare che riflette
il corpo della terra in amore

Non mancano riguardi
nel comportamento delle mani di Dio
quando cresce di qua o di là
il fiore, fatto pesante
dall’acqua il giorno dopo

Regala le labbra agli occhi della donna
che coglie il sapore di carne
ad occhi socchiusi, a loro volta
donati in un impeto, una domanda
al primo che si fa largo nella folla

E’ opportuno riflettere:
nessuna parola è in grado di piegare
alcunché: specchio di uno specchio
il pensiero rimanda all’origine
l’eco dei passi non si spegne
nemmeno quando – dopo l’acqua –
si fa largo il silenzio
e tutto si smorza
e ride di gioia
l’ultima goccia annegata
nel fiore degli occhi

 

Fine d’estate

“Soka, soka…” scoppia
d’intimità la selvaggia
apertura dell’ultima serie
frenata poi dal concetto:
partire dalla lunga malinconia
della vocale felice
seguita dall’anello rotante
della consonante
per me più difficile da pronunciare

Sì, che gioia, s’apre
l’ultima fatica dell’essere
qui, dalle parti di Venezia
ad ascoltare l’infanzia di un sogno
la vecchiaia, il presente
di un oblio che si sforza
di coprire il tragitto
tra pena e possibile

Domani, si fa dappresso
domani il divenire
del miele in cenere
per il disincanto dell’ape
e la fertilità del fiore

s’adombra, domani
la lunga pace d’estate
filtrata oggi da una grata di ponti
e sospiri e banchine affollate
s’ispessisce l’isola di nebbia
e tende e compagni maturano
per un altr’anno il diritto all’altrove

(NOTA: “Soka, soka” in giapponese significa “Sì, che gioia”)

 

Il passaggio della luna allo zenith

S’inorgoglisce il nesso di papaveri
per la recita nella sera d’estate
crescono le luci nella darsena del cielo
alla rada dormono gli astri

Che ne è dell’ombra delle cose?
non resta che un poco di sonno fragile
agli amanti derubati della notte
e dalla notte esibiti
in abiti fiammanti di cenere riflessa

Il camino della storia è spento
ora che salgono i gradini
radici con passi da gigante
il percorso attraverso la terra
sbocca allo zenith
dove la luna è ovunque
si desideri parola
e il passaggio è ostruito
dal pane bruciato del sole:
ha la furia di chi è chiamato
a ripassare dentro la solitudine
delle cose che finiscono

 

William Congdon

 

***

Un pensiero su “Alla distanza (I)”

  1. Magistrale, la parola poetica di Gianmarco Pinciroli…con la sua simbologia potente sa creare un’atmosfera degna dell’incanto di Venezia…

    La musica non finisce mai, perchè l’universo è musica

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