L’irragionevole prova del nove

simpliciter

Giovanni Campi

 

Giovanni Campi
L’irragionevole prova del nove
Postfazione di Francesco Carbone
Copertina di Orsola Puecher
Barcellona P.d.G. (Me), Smasher Edizioni, 2014

 

L’inizio e la fine, senza inizio né fine

 

SIMPLICITER: Ragioniamo.

COMPLICATIBUS: In ragione di quale ragionevolezza?

SIMPLICITER: Ragionevolmente.

COMPLICATIBUS: mente la ragione una ragione che non c’è.

SIMPLICITER: Lei non intende essere ragionevole: vuol forse dare i numeri?

COMPLICATIBUS: Dando i numeri, potrebbe partirsi d’una somma e insieme d’una differenza, o, meglio, trattandosi d’un partire, da una divisione e insieme d’un prodotto: ecco, d’un prodotto finito.

SIMPLICITER: Più che un prodotto finito, pare molto di meno: una divisione del prodotto finito in infinite parti.

COMPLICATIBUS: Partendosi dal prodotto, potremmo allora forse dirlo un semilavorato.

SIMPLICITER: Come d’un ciclo di produzione che, anzi ché non produrre, distrugga?

COMPLICATIBUS: C’è la possibilità di definirlo come d’un semilavorato prodotto finito nell’infinito prodotto lavorato in semi della definizione del possibile esserci.

SIMPLICITER: Possibile?

COMPLICATIBUS: Si diano dunque questi numeri.

 

[…]

 

SIMPLICITER: Lei, Lei è un’illusione? Lei è forse solo un’illusione.

COMPLICATIBUS: Forse è solo e soltanto un controcanto.

SIMPLICITER: Lei torna ai suoi contrari.

COMPLICATIBUS: Forse è un canto che conta senza contare, che racconta senza racconto, che si racconta, che ci racconta: un canto impossibile senza ragione.

SIMPLICITER: Lei, Lei è irragionevole. Lei non si contiene, Lei non ha contenuto.

COMPLICATIBUS: Forse è solo e soltanto una forma, una forma informe, un quadrato senza quadrato.

SIMPLICITER: Lei non quadra i conti, Lei non ha tornaconto.

COMPLICATIBUS: Non c’è tornaconto. I conti non tornano, e tornano. E torna. E…

 

 

La postfazione di Francesco Carbone

Chi sono Simpliciter e Complicatibus? Si può citare l’inizio di Jacques il fatalista e il suo padrone: «Comment s’étaient-ils rencontrés? Par hasard, comme tout le monde. Comment s’appelaient-ils? Que vous importe? D’où venaient-ils? Du lieu le plus prochain. Où allaient-ils? Est-ce que l’on sait où l’on va?…». Ma in questo caso, almeno in apparenza, niente di picaresco. Ogni viaggio è già stato fatto, foss’anche da altri, e la landa è beckettiana. Simpliciter e Complicatibus conoscono però tutto dell’ilare fatica del comunicare: lì sono sfrenatamente picareschi. Appena uno dei due dice una parola, questa si apre e da se stessa ne nascono altre. All’infinito, e infatti non c’è inizio né fine: né capo né coda. Se per l’uno non ci fosse l’altro, probabile che il discorso si blocchi all’istante. Simpliciter e Complicatibus danzano, e, come in ogni danza, si muovono certo non per andare in un qualche luogo. Il titolo, “La prova del nove”, avverte che il gioco potrebbe essere matematico, tra foreste in cui i numeri però si rivelano simboli baudelairiani. Forse però non è che un incipit, o un pre-testo. Il dis-corso prende pieghe sue a cui i due disarmati (Bouvard e Pecuchet rinati dopo Godot?) obbediscono senza resistenze. In nome di cosa, del resto? Nella loro pura inconcludenza si può sospettare un metodo: il fatto che i numeri li rimandano a discutere del tempo… Il tempo stesso, che i numeri pretenderebbero di contare, si rivela ben poco cronometrico, ma aperto “aiòn” dai ritorni chissà se davvero eterni, chissà se davvero circolari. Simpliciter e Complicatibus sono due grammatici che non sanno se stanno obbedendo alla sintassi: possono solo parlare per scoprirlo. Ricerca inevitabile e vana: come nel teorema celebre di Gödel, occorrerebbe un punto di vista fuori del linguaggio per rompere il sistema in cui sono imprigionati? Sono domande che si fanno, e forse non se ne fanno altre. Sono vittime del metalinguaggio che, invece di chiudere il codice precedente in una comprensione, li fa a accedere a lande di linguaggio geometricamente proliferante. Del resto come potrebbero evitarlo? Hanno un rispetto complice e amoroso per il controsenso che ogni parola e ogni frase cova in sé palesemente. Così, un passo verso la luce genera uguale e contrario un contropasso nell’ombra. Simpliciter e Complicatibus sono le vittime di una verità che Oscar Wilde ridusse a epigramma: che di una frase vera è vero anche il contrario. E due non si stancano e non rinunciano. Accettano stoicamente che le parole dicono delle cose più delle cose, e le lasciano dire. Un nominalismo estremo rigoroso e carnascialesco apre “la realtà”, anche dei numeri, verso vie di fuga che si contraddicono infinitamente. In quanto grammatici che si specchiano, sono due specchî che si ripetonomise en abîme però non simmetrica. Anche se siamesi l’uno per l’altro, i due uomini specchio si riflettono curvandosi, frangendosi, caleidoscopizzandosi: appena uno dei due lancia all’altro una parola bianca, l’altro gli fa da prisma e la moltiplica in tutti i suoi colori: un gioco quantistico senza fine plausibile.

 

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