Maestri silenziosi (III)

Paul Klee, Senecio, 1922

Gianmarco Pinciroli

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario

foglio 3: marzo

Che cosa oggi mi viene
dal cielo che su me s’inarca e spazia?
Un momento di grazia
Fa ch’io mi voglia finalmente bene.

Marino Moretti

233. Non c’è come denunciare il proprio segreto di scrittura per smettere di scrivere, o per non scrivere più ciò che fino lì s’è scritto, o per non scrivere più nello stesso modo facendo calare il proprio pensiero in certe forme piuttosto che altre. E’ semplice: il lettore implicito, che in qualche caso è una persona in carne ed ossa cui si promette di far leggere un giorno le nostre parole, per il solo fatto di avergli promesso la lettura di quanto si va scrivendo, ha smesso di essere un fantasma ed è diventato un lettore esplicito, nei confronti del quale vale la regola del dovere, la cortesia di una trasparenza di senso, la censura di un testo che possa non offenderlo. Da lì in poi, si scrive per lui, per il lettore che, peraltro, non ha ancora letto nulla, poiché ancora non gli abbiamo dato nulla da leggere; ma si è spezzato lo schermo sottile che separava la realtà delle nostre parole dalla pura possibilità che quel fantasma diventasse una persona in carne ed ossa. Ora quella persona, comunque, c’è, ed il fatto che ella leggerà oggi, domani o tra un anno quanto andiamo scrivendo nel segreto, è diventato, come tutto nella vita, una pura questione di tempo. Ciò che sta nel segreto, infatti, è sempre in qualche modo fuori dal tempo.

240. Non so se una scrittura totalmente sganciata dal tono emotivo di chi la scrive in quel momento sia augurabile in un Diario. E’ senz’altro augurabile che lo scrivere non si riduca ad un canale attraverso il quale lasciar scorrere, così come si manifestano, le passioni dell’attimo, una sorta di rubinetto che lo scrivente, a seconda del suo buon senso o della sua momentanea follia, apre o chiude. D’altro canto, la via di mezzo rischia, come sempre, di scontentare gli estremi, se gli estremi sono portatori di senso e non solo esasperazioni della via di mezzo. Così, la scrittura diaristica possiede un tratto davvero inquietante: essa non è mai sottoponibile ad una regola di formatività e di lei si potrebbe dire, spalancando le braccia ogni volta che la s’incontra sul nostro cammino di scriventi o di lettori: essa è quello che è, ed è quello che deve essere, ed è quello che deve essere per colui che la scrive. Ma non per lui soltanto.

241. Piano piano la scrittura si spegne. Gli argomenti si assottigliano senza diventare essenziali, s’impoveriscono piuttosto, ripetendosi analoghi nella sostanza e meno elastici nell’esposizione. Qualcuno trova rifugio nella lettura, come se le parole degli altri potessero riempire il vuoto che nello scrivente s’è venuto a imporre, e talvolta funziona, perché in molti scriventi lo scrivere è una questione di energia, che ogni tanto va ricaricata riaccostando le proprie antenne alle scritture sedimentate degli altri. Qualcun altro non trova rifugio, e aspetta, sta a vedere che cosa succede e sfoglia senza entusiasmo i libri degli altri. E infine qualcuno, ma non sono certamente i più, abbandona la penna alla polvere e decide di vivere, anche se non sa che cosa possa significare questa sua decisione, visto che in lui vivere e scrivere quasi s’identificano. Ma immagina che lui, fino a quel momento, non ha mai realmente vissuto, cosicché tutti gli altri, coloro che non scrivono e che per questo non gli somigliano, avrebbero vissuto e, dunque, andrebbero imitati, se pur tardivamente. Quante catastrofi morali, quanti errori di comportamento, quanti albatri ridicoli compaiono allora tra costoro! Decidere di vivere come tutti, secondo le regole non scritte che scandiscono il tempo di lavoro ed il tempo libero dal lavoro come la norma, diventa una parola d’ordine che crea l’ultimo, fatale disordine in chi non ha saputo far altro che aver a che fare con le parole proprie o di altri. Costoro, per qualche tempo, sembrano adeguarsi a tutto questo, poi in loro scatta un rifiuto della vita che non dominano più, e diventano malinconici, silenziosi, soli. Il rischio, in costoro, di affondare nel bianco latteo di un paesaggio che è diventato la loro cecità di fronte al mondo che va e che viene, indifferente all’inefficienza e all’inutilità di chi non si adegua, è alto e, talvolta, si compie nel sonno dei non più scriventi ciò che nella veglia non si ha mai abbastanza coraggio di portare a termine.

242. Il grande rischio che corre chi scrive senza aver nulla da dire è di dirlo bene. Il fatto di dirlo bene nasconde il fatto di non aver nulla da dire, quasi lo riscatta, quasi lo legittima e quasi lo rende preferibile al fatto di avere qualcosa da dire, ma di dirlo male. Allora ciò che conta è solo dir bene, non importa che cosa? In effetti, la disperazione non consiste nel dir bene il fatto di non aver nulla da dire, né nel fatto di dir bene il fatto di aver qualcosa da dire, né nel fatto di dirlo male; la disperazione consiste nel fatto di tacere. E poiché non è possibile dire, né bene né male, il fatto di tacere, la disperazione è sempre senza parola, e resta inespressa se l’espressione privilegiata del senso viene comunicata attraverso la parola. Ma la mancanza di parola è disperazione soltanto se la parola è un possibile strumento, non se non lo può essere; l’analfabeta non è disperato, solo l’alfabetizzato lo è, o meglio: lo può essere. Dobbiamo quindi registrare un tipo di disperazione caratteristico soltanto di una civiltà della scrittura verbale, e domandarci se sia analoga o profondamente diversa da una disperazione appartenente ad una civiltà della sola parola parlata. Come se il fatto di scrivere trasformasse la disperazione, di chi fin allora ha soltanto parlato, in un’altra disperazione, qualora la parola scritta venisse meno, o per l’analfabeta la scrittura potesse risolvere la sua disperazione parlata, salvo aprirgli comunque la possibilità, prima o poi, di una nuova disperazione, legata allo scrivere questa volta.

263. Non sempre si riesce a nobilitare i propri guai trasformandoli in occasioni di scrittura. Vivere non è soltanto scrivere, anche se scrivere è un modo di vivere. Ma vivere è di più. Bisogna però aggiungere che, per chi scrive, la vita è per lo più scrittura e attesa della scrittura. Spesso, quando lo scrivente è privo di talento ed è nessuno, sono piccole vite dannate, che fanno il male e lo subiscono, e non possono mai cambiare una virgola delle loro frasi terribili, non di quelle che scrivono, che di solito di terribile non hanno proprio niente, ma di quelle che vivono: soffocate e necessarie, crudeli e irredimibili, monotone e destinali. Non sempre chi vive la terribilità di questa esperienza è consapevole fino in fondo dell’insignificanza della sua esistenza, e rovescia sulla propria scrittura priva di qualsiasi importanza per gli altri l’enfasi di un destino, di una chiamata alla solitudine.

264. Chi è l’uomo che scrive? Non è il grande intellettuale, e nemmeno il piccolo intellettuale, che per lo più scrivendo svolge una professione. L’uomo che scrive è colui che muore ogni giorno desiderando in sogno di scrivere un verso che valga la pena di leggere, o una storia che colga emozioni condivisibili da qualcuno che non sia lui stesso, o di pensare un pensiero che non sia mai stato pensato, ma allora, in questo caso, l’errore che commette sta nell’identificazione tra pensiero e scrittura; infatti, dovrebbe desiderare, semmai, di scrivere un’idea che non sia mai stata scritta prima, ma poiché pensare significa scrivere e scrivere significa pensare, va da sé che costui deve per forza uscire dal sogno se vuole continuare a desiderare di pensare o scrivere qualcosa che valga la pena. Proprio perché, quando scrive, non pensa nulla che non sia mai stato pensato prima, proprio per questo afferma di soffrire per i suoi modesti pensieri, laddove invece è semplicemente modesta la sua scrittura. Ma è questo l’uomo che scrive, ed in quest’uomo ad un certo punto si manifesta un cambiamento. Col passare degli anni la sua forza s’affievolisce e scrive sempre meno: versi, pensieri, racconti, romanzi: basta! Ad un certo punto dice a se stesso: basta! Quando l’uomo che scrive si trova in queste condizioni, allora è maturo per il Diario, per quello solo, che d’ora in poi varrà come il libro dei libri, il libro di tutti i libri che abbia mai scritto, che avrebbe potuto scrivere, che avrebbe voluto scrivere se non ci fossero stati mille se, e infine, contro ogni aspettativa e contro se stesso, persino come il libro che, giorno per giorno, va vivendo, il libro della sua vita, quello cioè che egli ogni giorno scrive e attende di scrivere, quello che assorbe tutto il miglior tempo della sua vita dopo la consumazione di tutte le attese, di tutti gli affetti, di tutti i progetti, di tutti i sogni che non sa più sognare, il Libro che è diventato la sua Vita.

265. Non è misurabile l’infinita tristezza di un uomo del genere. Non provate a capire, non ci riuscireste, rimarreste sempre ad un passo dalla reale entità di quel dolore. Quest’uomo ha rinunciato anticipatamente a vivere, è morto, è perfettamente morto, è un morto vivente che si suicida dentro le parole insensate del suo Diario giorno dopo giorno, conquistando un po’ più di morte nella sua vita. Muore insieme alle sue parole, si spegne con loro, parole che a chi legge appaiono normali, dotate di un senso comune, ma che non sono più da tempo riferite ad alcuna norma datrice di senso, e non s’appellano più da tempo ad alcuna condivisione identitaria; per l’uomo che scrive, diventato un morto vivente, non esistono più norme, né senso, né comunità: egli è davvero, e quanto più scrive tanto più lo è, un uomo solo, solo con le sue parole insensate, solo con le sue parole sole, sole anch’esse, pigre nel significare alcunché, lentissime nel correlarsi alle compagne al fine di comporre un ordine, una sintassi, morfemi, fonemi, cenemi, presenze puramente acustiche, bocche spalancate in uno sbadiglio articolatorio sempre più spesso privo persino di suono. Un silenzio vuoto senza nessuna nobiltà d’assenza, anzi, viziato dalla presenza assurda di corpi, volti disegnati su quei corpi, espressioni stereotipe scolpite gelidamente su quei volti. Uomini, donne. Ma morti, morti viventi. Scritture malate, terminali.

268. Diffidare degli scriventi che nelle loro pagine diaristiche cacciano la storia fuori dai loro pensieri; recitano la parte di coloro che sanno vivere dentro se stessi come se tutti gli altri, e non solo alcuni, quelli che gli stanno immediatamente attorno, non contassero nulla. Diffidare, d’altra parte, di coloro che non fanno che scrivere di se stessi inseriti dentro tutti gli avvenimenti piccoli e grandi dei loro tempi, come se la loro presenza fosse sempre necessaria, fossero i protagonisti nascosti e non riconosciuti di ciò che conta nella Storia di tutti, soffrissero della nota sindrome detta del C’ero anch’io, aggravata dal sottotipo, sintomatico di quella sindrome, chiamato Formidabili quegli anni! Per costoro contano soltanto i fatti di cui loro sono stati testimoni, ma di quali fatti non sono stati testimoni? Diffidare di tutti coloro che scrivono, dunque? Tertium non datur, naturalmente, se non nel compromesso di una scrittura indecisa tra denuncia di una vita all’insegna della verità comune, e testimonianza di una vita interiore che ha saputo prescindere dagli accadimenti contestuali, vissuti come pure occasioni di riflessione generale e nulla più. Poiché la verità, d’altro canto, è un’ipotesi senza pretese di possesso da parte di chi la formula, noi lettori, lettori onesti, si presume, lettori accaniti ed entusiasti, che interpretano e valutano il loro interesse verso la parola d’altri come l’ultimo atto umanistico che oggi resta, come l’estremo rifugio di un soggetto cui resta il coraggio di chiamarsi “uomo”, ebbene, noi lettori di questo tipo scegliamo la diffidenza, ne amiamo il rischio e sposiamo senza tentennamenti – malgrado la diffidenza – la causa di questi scriventi estremi, cui decidiamo, con atto di gratuita pietà verso noi stessi, di aderire come all’ultima spiaggia di una scrittura catastrofica, che ha disceso nei decenni tutti i gradini del senso, fino al morbo terminale della disseminazione identitaria, dove tutti sono nessuno ed ognuno si cerca, si cerca, si cerca nella parola sempre più sola, si cerca: tracotanza dell’esserci che non riesce a dislocarsi nella gioia e vola basso, nella notte di una pagina sempre più bianca.

274. E’ possibile scrivere, quando si è disperati, ma non è possibile leggere. Sono in gioco, in queste due relazioni alla parola scritta, due diverse concentrazioni, due diverse attenzioni, due diverse discipline. Infatti, se la scrittura pretende di liberare, e talvolta ci riesce, svuotando la disperazione della sua pienezza soffocante, del suo vuoto irrespirabile, la lettura, invece, non può ambire a questo, può soltanto, nella migliore delle ipotesi, distrarre. Ma la distrazione dalla disperazione è troppo poca cosa a fronte dell’imponenza catastrofica, onnicomprensiva e radicale della disperazione. Non c’è liberazione nella lettura, e la distrazione in essa è un progetto del tutto insufficiente per la sua levità progettuale; così l’uomo che scrive nella disperazione rimane concentrato nella disperazione, e per questo scrive, secondo una tautologia non immediatamente spiegabile ma oscuramente intuibile, se non si pensa alla scrittura come a una distrazione, mentre l’uomo che legge nella disperazione perde, a causa di essa, ogni concentrazione sulla parola e viene ributtato con ancor maggiore crudeltà sulla disperazione stessa. L’uomo che scrive circumscribit, ovvero: delimita, demarca l’area della sua attenzione alla parola disperata che sta scrivendo, mentre l’uomo che legge nella disperazione non guadagna i confini della parola che legge e tutto gli si confonde davanti nella cancellazione della relazione parola/cosa. La disciplina di cui il lettore necessita – e che la disperazione gli impedisce – fa capo ad una sospensione del tempo comune, che ora, mentre legge, sta tutto racchiuso in un punto dello spazio, immaginario in quanto tutto mentale, e reale in quanto s’addensa sulla pagina aperta davanti ai suoi occhi; la disciplina di cui necessita lo scrivente, invece, fa capo ad una sospensione dell’immaginazione, al fine di potersi raccordare con tutta la lucidità necessaria alla realtà ed al compito di salvezza che essa gli impone per la vita e per la morte: produrre il proprio senso.

275. Quando lo scrivente è un uomo troppo semplice nella sua scrittura non è mai in gioco la verità. La verità è il risultato di una fatica, di una compromissione, di una ricerca, di una convenzione, e si presenta, alla fine, come il possibile della verità. Il possibile della verità presuppone una sola dote nello scrivente: la pazienza, ed una sola virtù: la morale legata ad uno sguardo d’insieme, ovvero: la morale facente capo ad una norma di portata universale. Solo così lo scrivente esce dall’astratto di una generalità umana e diventa se stesso; si badi: diventa se stesso, non: è se stesso. Proprio perché il possibile della verità è un prodotto, un risultato, l’esito di una fatica, altrettanto lo è il corrispondente esistenziale di un tale lavoro, ovvero: ciò che chiamiamo “se stesso”. Noi diventiamo ciò che siamo, dunque, ma non sono sicuro che in questa affermazione risuoni davvero quel che, con analoga formula, intendeva dire Nietzsche. Intanto, va pur detto che anche il diventare è un possibile, ed il suo collegamento con la verità lo rende asintotico, come se noi, a veder la cosa fino in fondo, non potessimo mai diventare noi stessi. Come se mancasse sempre “uno a far trentuno” – così dice il motto – e noi fossimo dei progetti destinalmente mancati, in sé irrealizzabili e, ciò nondimeno, altrettanto destinalmente perseguibili; come se noi fossimo soltanto dei segni di qualcosa che non conosciamo e che costituirebbe il completamento di quella mancanza, il riferimento esauriente di quella segnità. E’ in tal senso che il fatto di diventare se stessi vale un enigma, ed è forse in questo enigma che Nietzsche non è presente.

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Il terzo dei “13 fogli di calendario” che compongono questo “inattuale” diario-zibaldone di Gianmarco Pinciroli (testi 233-328) sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, XLVII, giugno 2014.
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