Traviso

Alberto Cellotto, Traviso

Alberto Cellotto

Traviso è un tentativo di scrittura breve e intervallata dal protagonismo del numero che sta tutto nell’alveo di un’ossesione precisa, cioè quella per il volto dell’uomo, per quel pensiero che raduna le diverse combriccole dei volti, quando si percepisce che ogni viso è legato a ogni altro. Allo stesso tempo il travisare diventa un nascondimento necessario, forse per provare a uscire dal loop dell’ossessione.

Luigi Bosco

Alberto Cellotto
Traviso
Costa di Rovigo (RO), Edizioni Prufrock Spa, 2014

Testi

Après un certain âge, tout homme est responsable de son visage.
Albert Camus, La chute

Tout est nombre.
Charles Baudelaire, OEuvres posthumes

Segue, la sodaglia dell’inverno
il ghiaccio rotto nelle pozze
e l’aria sa con l’ora dei posti dove
mai sono stato, quegli
unici dove ho
davvero sostato,
eterno.

*

Ti chiami. Svegli il giallo
dei pulmini, eravamo bambini
e fumo nei mattini, murati
dalle muffe; gasolio e sole
gelido sulle auto, a est
opprime il fiume il bercio
rauco del gallo.

*

Tienimi a galla su queste braccia
fiaccate dalle luci, quando
calda acqua fredda acqua
insegnano i secondi. I minuti
corpuscoli accompagnano
le fughe e le rughe stagnano
la faccia.

*

Un tempo, diverso da un lampo,
sorretti da schermi d’occhi
doppi, col cielo ci siamo alzati.
Prima ancora si temeva terra
ferma nei campi, violavamo la sera
la nera strada, come per stanchezza
un crampo.

*

E poi è così che aspettavamo
ancora l’agguato della pioggia
e il sonno ai semafori: per attraversare
con loro le strade. La stessa
conoscenza delle ruote che girano,
un vento senza pensieri
di ramo.

*

Solamente la distanza dai civili
usi e terreni, solo il lontano: unico
oggetto che sento. Esperto paesaggio
sporgente, serrato a festa.
Per me o te la strada bagnata e i raggi
vecchi, la vietata vista, i becchi
nei cortili.

*

A separare i colori
a sentire vasti i suoli
con una voce rimasta ai petti
o ai moli, stanca di cattiveria…
Io sono bianco e torto
come un continente visto
da fuori.

*

Dove si dosa la polvere, nei libri
sacri e nei selciati
colorati di un lampo, su nell’albero
in salute: e nel vuotare
tutto questo caldo mondo
ci troviamo a tu per tu
coi ludibri.

*

E quando ridiamo, singhiozzo
al vertice di silenzio,
è quando ridiamo che svolta
un cielo arcolaio, solco
di nebbia sulla collina
del sonno, e denti al fondo
del pozzo.

*

Il viso riscopre il mondo quando
sente di avvicinare i vetri,
davanti le persiane: viene a vedere
questa periferia di zolfo.
Ci fermiamo per prendere
un boccone di aria pesta annusata
abbaiando.

*

Sta per finire per sempre il dovere.
Dove ti riprendi l’allegria
adesso, dove si mangiano i figli?
Quasi mai sai e accetti la guardia
del piacere, la stuoia di questa
pioggia che gioca già con tutte
le ere.

*

Plausibile immagine, somiglianze, come
ernie da una guancia.
Tra i lobi tuoi s’incaglia
il mento, non hai tempo
per il mondo e il mondo
non ha tempo né terre
senza nome.

***

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1 commento su “Traviso”

  1. Sono curioso di leggere tutto il lavoro, sia per quanto ho apprezzato in precedenza la scrittura di Alberto Cellotto, sia perché da queste anticipazioni intravedo, o almeno mi pare di intuire, una evoluzione significativa.

    Francesco t.

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