Nel secolo fragile

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Filippo Ravizza

[…] Una poesia che non surroga né si sostituisce alla realtà, dunque, ma che esiste in quanto parola, e che proprio nella parola trova la propria giustificazione e il proprio senso. Una poesia che si propone esplicitamente un fine, nel senso che crea e definisce, attraverso la percezione dei realia che appartengono alla parola, la conseguente costruzione di una propria realtà: e attraverso questo percorso Ravizza – non senza consapevolezza, posso immaginare – va a incontrare la teorizzazione romantica del verso che comporta conoscenza, che è conoscenza in sé…
[…] anche di questo si dovrà dire, di come cioè la lucida partitura che ci mette innanzi Nel secolo fragile costruisca anche un percorso vitale, oltreché cognitivo, nel quale la verità della parola incrocia il destino privato e individuale dell’autore, degli altri da sé che quel destino hanno attraversato con la loro presenza, e della stessa grande storia, in pieghe che offrono al lettore intensi aperçu di poesia civile attualizzati e personalizzati al punto da reciderne con assoluta nettezza ogni concessione retorica (…) E da qui ancora, da questo intersecarsi del tempo individuale con la storia – la Storia –, la moltiplicazione altrettanto vertiginosa delle geografie, con una sottolineatura dell’epos atemporale dell’appartenenza europea.
[…] Ma non sarà il disorientamento dello spazio né la sottrazione immedicabile del tempo a togliere alla poesia di Ravizza il senso salvifico che si genera dalla presenza di un interlocutore, un interlocutore che venga a restituire senso ai nomi e alle cose attraverso la forza della parola.

(Gianmarco Gaspari, dalla Prefazione)

[…] L’energia sprigionata dai versi si irradia dal presente al passato, e viceversa, in una relazione continua tra parola e pensiero, con estrema lucidità, tra domanda e ricordo, tra nostalgia e senso della realtà attuale, per decifrare con sguardo acuto e disincantato la fragilità del nostro secolo.
C’è il tempo della storia in Filippo Ravizza, c’è la memoria della vicenda umana in tutto il suo peso ed il suo enigma, c’è il vortice del tempo che consuma e annienta, la coscienza del nostro destino senza destino, ma c’è anche la forza della parola che insiste sulla storia, la voglia di non smarrire i segni del nostro passaggio, di trattenere il respiro, la voce di noi…

(Mauro Germani, dalla Postfazione)

Filippo Ravizza
Nel secolo fragile
Prefazione di Gianmarco Gaspari
Postfazione di Mauro Germani
Milano, La Vita Felice Edizioni, 2014

Testi

Dalla prima sezione
“I volti della piazza”

Rovesciarlo

Non torneranno in quel modo
non saranno mai più così le luci
che accompagnavano il tempo in quei
corridoi nudi e alti nelle ricreazioni…
così non ci sarà no non verrà più
alcuno di quegli antichi compagni
che del resto allora io sentivo
da me già nella rassegnazione
a diventare grandi così diversi…
e voi invece miei simili miei pochi
voi dove siete? dove dove? Ada
ricordo, e poi Valeria ricordo…
anche tu Gianni e quella professoressa
che mi voleva bene che ci guardava
con tenerezza presentendo quello
che poi è stato: un destino modesto
per quei suoi ragazzi che volevano
cambiare il mondo, rovesciarlo
come si rovescia un guanto.

*

Dalla seconda sezione
“Persino la memoria”

Correvano

Li immagino amanti dei cavalli
attenti tutti li vedo su puledri
bianchi, giovani, leggeri…
ecco partivano di corsa partivano
al galoppo e non avevano staffe
ancora non avevano selle solo
le briglie e qualche coperta
forse di lino sulle groppe…
ecco partivano di corsa e non
avevano armi da fuoco ancora
poca poca tecnica poca la techne
al servizio della Storia, poca
la costituzione della forza poca
l’artificiale certezza il respiro
di qualche macchina potente…
solo l’essere dell’uomo, solo
l’affetto, la sensibilità del cavallo,
due uno a toccare l’altro uno a
sperare insieme all’altro piegando
gli uomini le teste in avanti nella
foga della corsa levando alte le
spade e in fondo al cuore la paura
del mistero di sempre: il non sapere
se quel giorno sarebbe stato l’ultimo
a vedere la luce tramontare sul mare
e il grande astro dietro ai monti lontani…
ecco ecco toccando quasi le criniere
ecco strette le ginocchia per abbracciare
e sorreggere la forza della corsa…
pensavano io credo: come finirà?
finiranno gli uomini? c’è una terra
oltre questa terra? esistono gli dei?
credo – e allora corrono le lacrime
fuori dai miei occhi come fossero
morti ieri – credo che loro come
noi o forse più di noi sapessero
che non esistono gli dei, che dopo
è tutto buio e nulla e tutto muore,
persino la memoria.

*

Tra le tempie

La strada come un paradigma
lì nella sera nella pioggia
gialle foglie capovolto cielo
di Milano…
La strada che ancora una volta
scandisce questo enigma
quel non sapere chi siamo…
là tra le tempie là nel battito
assente dei metronomi come
un ricordo una mossa aria
di pericolo e di valore
una corolla che scende
una bambina che sale laggiù
quelle scale oltre le luci
dei condomini…
tutto così tutto fermo
nell’eterno movimento tutto
incerto faticoso vicino alla fine…
saremo mai stati veramente?
saremo mai arrivati rimasti
andati?

Veramente ci siamo stati?
restano le zattere, gli affetti,
resta una parola tenue e incerta
resta la voglia di toccare l’aria
sentirla cosa viva cosa vera…
restano le luci di Milano
in questa verità che non esiste
questo tenue destino a cui
nessuna pena è sentirsi per
caso sentirsi nella pura verità
illusione che cresce ferma
nell’amore, immobile davanti
alla rovina dell’amore.

*

Dalla terza sezione
“I popoli e le classi e il niente che non è niente”

La luce della Grecia

La luce chiara e trasparente
la luce tutta intorno e netta
nei contorni delle cose
la luce della Grecia come
un’anima si flette e dà diverse
interpretazioni del mondo nella
verità e nella grande pervasività
del dubbio sull’orizzonte del logos
che ci chiama credendo sapendo
della finitudine che c’è c’è
ed è ineludibile…
luce della Grecia luce dei padri
e delle madri cammino pervicace
di popoli e canzoni…
luce del pensiero che si fa poesia
e ritmo lucida oscurità severità
di sguardo sul destino dell’essere
sul nulla che lo investe qui dove
accettando la sconfitta siamo uomini
parte cosciente della Storia.

Grecia, estate del 2008

*

Davanti davanti

Il mare era davanti davanti
frammenti contro i tavolini
all’altezza l’altezza sì quella
vera sai quella che sta a poco
poco limite dagli occhi…scaglie
di luce infinite nell’acqua…
come tutto si allarga si disperde
intorno l’azzurro nel verde
noi guardiamo dentro non
vediamo fuori che il mare il verde
la luce dell’acqua fatta acqua dentro…
pensare la poesia qui vedere come
ci siano le cose come siamo noi
che siamo uomini siamo intorno
intorno al litorale che si tocca
perché anche così restiamo tra le
cose sentendole sentendole con gli
occhi e con le mani perché sappiamo
come è vero come è certo che saranno
esse ad essere molto più durature di noi
molto più vere di noi se ci pensi se lo sai
qui mentre si alza come un urlo il silenzio
del mondo…
anche oggi sta passando anche oggi
è passata la bella la disperata la solitudine.

*

Lo sai

Lo sai che torneremo…
sai che vedremo il mondo
– capisci che questa volta
sapremo vedere che non c’è
non risponde – sai che parleremo
ancora: io ti dirò delle mie notti,
ti dirò di nuovo “eppure si muove
si muove la Storia non si può fermare,
si muove come ha compreso come
ha capito come diceva Hegel…”
ma non ci servirà, parleremo della
sua Stoccarda dove bevevamo quel
vino bianco dopo aver guadato i fiumi
e le valli e cento e cento piazze dell’Europa…
torneremo insomma dove in realtà non siamo
mai stati, torneremo nelle nostre vite mai
veramente esistite, figli noi di un continente
che non ha più destino, passeggeri di un mondo
congelato nell’immobilità del dispiegato
dominio della tecnica fermato…
mondo che ci sovrasta e si perpetua
immobile, intendo cosa che non sboccia
ormai, non apre le sue porte…
immobile teatro, scenario irrigidito
della mente.

*

Ritorni la poesia

Ritorni la poesia in tutta questa
vita come una lieve benedizione
indulgente rassegnazione della
notte… per la buia eternità che
attende oltre la linea opaca la
piatta verità del niente… come
parola esci tu dalla materia e sei
volume sei cosa che si tocca fermati
ferma questa spiaggia aperta dove
hai corso riva del mare sole spianato
tutto intorno immagine delle cose
teatro della coscienza… percependo
che avevamo mani avevamo occhi
per incontrare l’amore per sognare
una lieve e attenta fissità della gioia
che poi non c’è stata non ha amato
questi esseri che siamo noi, queste
persone il cui destino proprio è
sempre stato dato nel non avere
alcun destino.

*

E’ lì

Incontrare le città lunghi i
capitoli del raccontare
ancora vedere ogni volto
senza il tempo dentro al tempo
che ci è dato: Milano oscilla
e ti chiede conto chiede conto:
vedete? Parla alla opaca guarnigione
che dietro la città si affaccia ed è
fatta di vuoto è partecipe attenta
del nulla spalancato… lasciaci
Milano tu complesso ordito
delle cose, volumi, spazi,
torrenti di automobili…ingannati
sensi nostri… pienezza di una
certa illusione dell’esistere…
incontrare verità e destino sapere
che passano e non ti vedono
passano e non sanno non
capiscono… sera, presenza,
arco di tensione, percorso…
sono i passi che contano
i tuoi passi, tutto quanto
il tempo concentrato nel
tuo tempo, tutto quanto
il tempo dato ed è lì, sei
tu sei tu il destino!

*

Ci pensi ancora?

Ricordi? Inseguimmo le belle bandiere
giovani come eravamo, forti dentro
a quel nostro “noi” più grande…ricordi?
Erano aliti di vento, tempeste e cori, era
essere di tanti uno, uno solo… molteplice
la volontà, una sola la speranza, una sola
la certezza…ricordi? Credevamo veramente
che il mondo potesse cambiare, che una,
una sola generazione lo potesse fare,
pensammo veramente che fosse la nostra
l’era della trasformazione, che fosse la nostra
la bella generazione capace di mutare
lo scenario grigio e ingiusto del reale…
Ci pensi? Ci pensi ancora? Correvamo
noi tra le belle bandiere, pensavamo
veramente che bisognasse avere pochi
anni, pochi per fare della vita un segno
grande che ci narrasse, dicesse al tempo:
“guarda dunque, ammira il nostro passare…
guarda anche tu, vedila la trasformazione:
finalmente il pensiero è diventato cose,
materia, si può toccare, è il volto, la carnagione…
il pensiero è questo spazio nuovo!”

Milano, estate del 2011

*

Dalla quarta sezione
“Io, tu, noi: il nome”

In memoriam Colomba Antonietti (13 giugno 1849)

Mi hanno detto che erano bellissimi
i tuoi capelli che combattesti a
Velletri che fosti nel cuore della
giusta battaglia repubblicana a Roma
nelle mura di San Pancrazio tu,
ragazza ventitreenne tu, italiana
combattente…
Colomba era il tuo nome Colomba
Antonietti, mia ragazza mia figlia
morta per questa nazione morta
per una repubblica sola…per
l’autodeterminazione del mio popolo
per la mia lingua il mio Paese, questa
mia stessa casa…
viva per te, Colomba mia, questa poesia,
tanto io spero, tanto per te, piccola madre
di mia madre, madre della Repubblica,
della patria.

Milano, 5 ottobre 2011

***

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