Maestri silenziosi (IV)

Francis Bacon, Autoritratto, 1969

Gianmarco Pinciroli

 

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario

 

foglio 4: aprile

 

I can’t tell you – but you feel it –
Nor can you tell me –
Saints, with ravished slate and pencil
Solve our April Day!

Emily Dickinson

337. Il vezzo della verità è il peccato mortale della scrittura diaristica, l’ornamento dello stile ne è il suo peccato veniale, ma che cosa la scrittura debba essere per non cadere in malafede rimane oscuro a chi scrive. Meno oscuro a chi legge, poiché costui, di quella scrittura, può comunque farne una qualunque esperienza di lettura, equivalente a qualsiasi altra. Con questo non si vuole dire che lo scrivente è un giudice più attento del lettore rispetto a ciò che scrive, ma solo che sa meno cose di quelle che scrive, così come il lettore sa più cose di quelle che legge. Lo scrivente trova nella scrittura qualcosa che non sapeva di averci messo, il lettore trova in quella stessa scrittura solo ciò che egli è stato capace di trovarvi; e si potrebbe aggiungere forse: avendocelo messo lui.

339. Quando uno scrivente non ha più molto da scrivere, ed il poco che esce dalla sua penna è più mediocre del solito, vorrebbe tacere completamente, ma ne è impedito, ne è impedito proprio da quel poco. Anche quel poco ha i suoi diritti, li invoca, ma la sua mediocrità è tale che non riesce mai ad elevarsi oltre la prima persona singolare; la scrittura diaristica diventa un protocollo d’esistenza, in cui l’accidentale impercettibilmente prevale senza essere capace di valere oltre sé, come segno di un universale in esso contenuto e capace di inverarlo, di valorizzarlo, di renderlo partecipe di un carattere umano, per così dire, trascendentale. In questo caso, lo scrivente vede nel silenzio e nella parola alta che prima lo possedeva un’equivalente salvezza, come se la migliore delle parole valesse il più fondo dei silenzi; e questa equivalenza genera inquietudine. Infatti, se ne potrebbe concludere che in ogni parola di valore sta custodito e protetto il silenzio, e che il silenzio, a sua volta, è la migliore delle parole. In mezzo: soltanto la dannazione della chiacchiera. Un diario, allora, sarebbe tanto la rivelazione di una parola, la più “vera” che ci sia dato di produrre, quanto l’assenza di ogni parola che, davvero, profilerebbe un silenzio carico di parole mute.

357. Poiché si scrive per essere letti, dovrebbe essere vero anche che si legge per poter scrivere, ma tra le due operazioni non c’è perfetta corrispondenza. E’ ipotizzabile senz’altro il lettore puro, che legge e non scrive, mentre non è ipotizzabile lo scrivente puro, che scrive e non pensa, scrivendo, che sarà letto. Leggere, infatti, è un po’ scrivere, nel senso di: ri-scrivere, ma scrivere è veramente un gesto seminale, che fa emergere dall’ombra ciò che vi stava nascosto. Anche il libro è un luogo in ombra in cui ciò che sta nascosto viene stanato dal lettore e portato alla luce; si tratta, allora, di mettere a confronto due messe in evidenza, quella dello scrivente che fa essere ciò che fino lì non è stato parola attraverso parole ordinate secondo una serie datrice di senso, e quella del lettore, che fa essere ciò che è parola ma che non è evidente quanto lo diventa quando il lettore vi pone mano estraendolo dal libro. Ma anche lo scrivente mette in evidenza qualcosa che, pur non essendo parola prima che lo scrivente lo traduca in parola, comunque in qualche modo è, altrimenti, se non fosse in assoluto, non potrebbe nemmeno essere traducibile in parole. La mancata corrispondenza tra il leggere e lo scrivere si assottiglia, dunque, ma non scompare; rimane uno iato percettibile tra ciò che è parola non ancora messa in evidenza da un lettore e ciò che non è ancora parola e lo diventa grazie allo scrivente. Parola e non-parola si confrontano, qualcosa le implica ambedue e forse varrebbe la pena di includere tanto il problema dello scrivere quanto quello del leggere sotto un’unica questione, e anche un unico enigma: la questione è l’enigma del linguaggio.

369. Dove ci sono parole, ci sono uomini. Eppure, si possono amare le parole, e non amare gli uomini. Dunque, gli uomini sono anche altro dalle parole, o le parole, a loro volta, sono anche altro dagli uomini. Verrebbe voglia di dire: più probabile la prima ipotesi della seconda, però è anche più banale, più immediata e meno riflettuta, anche se più pensata. Infatti, si può e si deve pensare, anche e soprattutto, che le parole siano altro dagli uomini, e che gli uomini che usano le parole, proprio per quel tanto che le usano, ne vengano inconsapevolmente usati. Ma questo è un pensiero impensabile; infatti, se siamo consapevoli di questo pensiero, perdiamo, proprio grazie a questa coscienza, l’incoscienza che fonderebbe, secondo l’ipotesi fatta, il nostro uso del linguaggio, per cui non ci resta che amare le parole come se fossero altro da noi, e usarle, poiché sono altro da noi, con la stessa prudenza con la quale dovremmo trattare gli uomini, tanto più perché questa prudenza nel trattare gli uomini si esercita su qualcosa, ciò che chiamiamo “gli uomini”, che riconosciamo come qualcosa di noi stessi parte, della nostra vita più intima partecipanti. A maggior ragione, però, si dovrebbe agire sulle parole, che non ci sono affatto somiglianti, essendo sicuramente altro da noi. Magari, con la prudenza, riusciremmo ad ottenere da noi e dalle parole, e dagli uomini fuori di noi, quello che con l’amore non siamo riusciti ad ottenere. Magari la prudenza, allora, è una virtù negletta dell’amore…

374. Disperdersi. Ma che cosa significa per uno scrivente diaristico disperdersi? Non è forse vero che egli, scrivendo, disperatamente si ritrova? E’ vero, si ritrova. Si ritrova disperso. Ma forse la dispersione riguarda ciò che tu scrivi, i mille centri d’interesse su cui ti soffermi ubbidendo ad un’apparente casualità d’attenzione senza approfondire nulla; poche righe su questo o su quest’altro, e via. Ma è davvero così? Non è che quegli argomenti vengono trattati esattamente per quel che meritano, che essi sono mille soltanto perché sono mille facce brillanti di un prisma che, nella sua interezza, è sempre più oscuro, ed è lì che lo scrivente manca il colpo, nell’ordine di un discorso complessivo in cui non si ritrova più? Ma, d’altro canto, se i frammenti del suo Diario non ubbidiscono ad un ordine del discorso visibile, né sul piano dell’espressione né sul piano del contenuto, quale unità potrà mai invocare costui? Nessuna, visibile, ma potrà sempre sperare che uno sguardo più disincantato sappia leggere tra le righe e tra gli spazi bianchi che separano i frammenti, e riesca a cogliere quel senso complessivo che allo scrivente che, giorno dopo giorno, accumula tessere di un mosaico inconsapevole, sfugge nell’immediato. Potenza della mediazione, della distanza temporale, dell’Altro!

375. Scrivere scrivere e scrivere ancora: che senso ha? Sicuramente per chi legge un senso diverso da quello che lo scrivere ha per chi scrive, poiché il tempo di lettura non è mai equivalente al tempo di scrittura, e siccome il senso scaturisce dall’impiego del tempo, un diverso impiego del tempo nelle due operazioni produce sensi altrettanto diversi; imparentati, senz’altro, ma diversi. Così, succede che il senso delle cose che lo scrivente ha scritto risulta fatalmente diverso per il lettore dal senso posseduto da quelle stesse cose per lo scrivente; ne scaturisce una schizofrenia testuale che apre uno iato incolmabile tra i due sensi, ovvero: tra i due impieghi del tempo. Sotto questo profilo, è perfettamente inutile che il lettore pretenda di capire che cosa abbia realmente voluto e potuto significare lo scrivente, i due vivono in tempi diversi ma, anche se sono contemporanei e sono vicini di casa, i due vivono – l’uno scrivendo l’altro leggendo – tempi diversi per assolvere la loro operazione. Ho un bel tenere lenta la mia scrittura delle pagine di Proust, non potrò mai sapere quanto tempo gli è veramente occorso per scrivere quella sua certa pagina, ed ho un bel correre veloce verso la conclusione di un qualsiasi romanzo di Simenon, non saprò davvero mai che cosa stava racchiuso in quella sua strepitosa velocità di scrittura. Abbiate pazienza, lettori, vivete il senso del vostro tempo senza presumere che sia lo stesso di quello occorso allo scrivente per scrivere quello che state leggendo! E poi, ancora, vi resta una grande possibilità: se siete dei buoni lettori, la vostra operazione di lettura diventerà una ri-scrittura, ma attenzione! Essa non ricalcherà la scrittura dello scrivente, e dunque il suo impiego del tempo, e quindi il suo senso; invece, quella ri-scrittura, ancora una volta, testimonierà del vostro impiego del tempo, del vostro senso.

381. La solitudine radicale non solo è impossibile, ma per lo scrivente è anche non augurabile, se intende continuare a scrivere. Anche qualora mettesse tra mille parentesi un qualsiasi destinatario, non potrebbe sospendere la referenza umana in ciò che scrive. Lo scrivente scrive soltanto l’umano, anche, e soprattutto, quando non lo ama affatto, non scrive nient’altro; e poiché non può trarre tutto da se stesso, deve potersi sempre riferire ad altri che non sia se stesso. Nessuno basta a se stesso, ma più di tutti non basta a sé l’uomo che scrive che, anzi, manca sempre a se stesso quando gli mancano gli altri. Paradossale dannazione: ad un gesto di solitudine operativa, lo scrivere, corrisponde allora una materia necessariamente collettiva e plurale. Il silenzio cui approda talvolta la scrittura è il sintomo di una malattia relazionale, laddove la parola cui invece ricorre quando scrive è il farmaco che nasconde, non: guarisce, quel sintomo e quella malattia. Chi si affida alla scrittura, allora, che scriva o che non scriva è condannato a mettere in evidenza presso gli altri la sua ragione di vita, la sua consapevolezza dolorosa, il suo errore, la sua testimonianza inutile, la sua inefficienza sociale, in una parola, vera e possibile questa volta: la sua tendenziale, intenzionale, irrealizzata solitudine essenziale.

387. Capita di rado, ma capita, che lo scrivente di un diario si senta impunito, ed osi dire ciò che nemmeno la scrittura diaristica fino ad allora prodotta ha osato dire. Avverte che nessuno lo spia, una volta tanto; infatti, talvolta, un tal scrivente afferma di sentirsi spiato da lettori probabili, potenziali ed impliciti. Ma capitano anche momenti magici, oscuri e terribili in cui questa impressione viene meno, od anche: in cui lo scrivente se ne infischia di questi presunti sguardi narratologici indiscreti, e allora costui scrive, scrive con una libertà fino lì mai provata, sfidando il pettegolezzo, l’invadenza, l’importuna curiosità, la petulante sfacciataggine dei moralisti, l’improntitudine di chi non scrive nulla e ritiene che sia più giusto così per sé, e che lo sarebbe forse anche per l’altro scrivente, secondo il suo modesto parere, per l’altro scrivente assediato dai fantasmi di una paranoia che a tratti dissolve la sua nebbia squarciandone il velo, protettivo e soffocante al tempo stesso. Capita, comunque, ma capita di rado che la sofferenza di chi scrive sia nuda come le immagini delle donne che ha desiderato e non ha mai avuto, e che i nervi scoperti della sua scrittura intonino melodie finalmente del tutto stonate, inudibili alle orecchie dei farisei che vivono una vita buona, giusta e salutare. O forse da costoro udibilissime, invece, cosicché questo scrivente deve ringraziare il cielo che le sue pagine diaristiche non siano lette davvero da nessuno e che tutti i suoi nemici, contro i quali scrive, tutti i suoi amici, dai quali ritiene di non essere amato davvero, non siano altro che fantasmi innocui – ma necessari per poterci scrivere sopra, contro e attraverso – della sua mente.

390. Di fronte alla verità, ogni parola sembra essere una parola di troppo. Eppure, ogni parola per noi uomini appare necessaria, poiché la pronunciamo, la scriviamo, la riteniamo non solo nostra produzione ma anche nostra proprietà. Ma noi uomini, se siamo esclusi dalla verità senza parole, siamo però inclusi nella verità delle parole, e non sappiamo che relazione ci sia tra le due verità. Probabilmente, oltre a non poterlo sapere, poiché, se sapessimo in merito qualcosa che valesse come una risposta, essa sarebbe fatalmente una verità di parola, noi dobbiamo credere di saperlo, altrimenti non parleremmo più, mancando un motivo, la ricerca della verità, davvero fondante per farlo. Ma se decidessimo di tacere, consapevoli dell’esclusione della verità senza parola dalla verità di parola, ci saremmo allora predisposti all’accoglimento di una verità finalmente senza parola? No, poiché essa, per essere vissuta come tale, dovrebbe oltrepassare il paradosso di una sua comunicabilità, e quindi di una sua suscettibilità ad essere parlata, il che sarebbe impossibile. Noi uomini dunque siamo condannati ad una parola senza verità e ad un silenzio che non equivale affatto ad una verità senza parola, ma ad una parola assente per stanchezza e raggiunta coscienza della propria inutilità; ma resta una speranza: che questa parola assente intrattenga comunque una qualche relazione con la verità senza parole. Se così fosse, ed il poeta se lo augura, e con lui il filosofo, allora il fatto che di fronte alla verità ogni parola sia una parola di troppo sarebbe un invito a cercare un silenzio più autentico del silenzio della parola assente, poiché la parola assente, persino essa, sarebbe una parola di troppo.

391. E’ proprio perché riteniamo di essere produttori e padroni delle parole che siamo esclusi dalla verità senza parole. Infatti, la verità senza parola è una verità in cui la parola non è prodotto e proprietà attraverso cui l’uomo parla, ma è una verità in cui la parola parla attraverso l’uomo; quando la parola parla, la parola non è assente, poiché una parola assente è una parola, prodotta e divenuta proprietà dell’uomo, che l’uomo tace, che l’uomo decide di tacere, quindi è una parola perfettamente equivalente, nella sua inutile volontà di potenza, alla parola parlata. Quando la parola parla attraverso l’uomo, la parola prodotta dall’uomo tace, l’uomo tace, ed è la parola che parla, e attraverso la parola che parla passa la verità, la verità senza parola, senza le parole ‘proprietà e produzione dell’uomo’. Ma una parola che parla dev’essere ascoltata affinché attraverso essa possa passare la verità; ascoltare la parola che parla significa forse tacere? non dire alcuna parola, alcuna parola ‘proprietà e produzione dell’uomo’? No, questa è solo la precondizione necessaria affinché la parola della verità senza parola possa parlare, non la condizione dell’ascolto di questa stessa parola. La condizione dell’ascolto, invece, prevede che alla parola che parla all’uomo attraverso l’uomo, l’uomo risponda, e risponda con una parola che corrisponda a quella parola di verità senza parola. L’educazione all’ascolto è contemporanea alla parola della verità senza parola. L’ascolto non si limita alla passività del tacere, ma corrisponde alla parola che parla, e parla con parola liberata dalla precondizione che in precedenza aveva consentito alla verità senza parole di parlare. Come ascolta l’ascolto della parola senza parole? Come ascolta l’ascolto della verità? La corrispondenza tra parola e ascolto, quando ambedue sono il luogo della verità, è una parola profonda, in cui giacciono insepolti, inquieti ed in incessante movimento il silenzio più autentico e la parola più povera. Povertà della parola e autenticità di un silenzio che non si limita ad essere assenza di parola come ‘produzione e proprietà dell’uomo’ costituiscono il tramite difficile, e ciò nondimeno da sempre disponibile all’esperienza dell’uomo, che consente alla verità di transitare da luogo a luogo, dove il secondo luogo è il luogo dell’uomo.

401. Poiché capita molto spesso, per non dire quasi sempre, di non aver niente da scrivere, e poiché non è mai vero, dato che, con un piccolo sforzo, le frasi finiscono per uscirsene comunque dalle tue dita, allora potrebbe essere interessante capire che cosa s’intende dire quando s’afferma che non si ha nulla da scrivere. Probabilmente, c’è un’educazione quasi spontanea alla scrittura, grazie alla quale ognuno sa come e quando mettersi alla ricerca di qualcosa da scrivere; si vuol dire che il reperimento del qualcosa dipende dal come e dal quando, non dal qualcosa stesso che, a quanto pare, è sempre lì pronto a balzar fuori come un prigioniero in gabbia che non ne può più di restar chiuso. I modi, i tempi, le forme in cui l’espressione accade sono quindi determinanti per il che cosa viene scritto; ma è solo quest’ultimo che, alla fine, emerge come dotato di senso. Eppure, a questo qualcosa, il senso è stato dato da altro da ciò che esso, il qualcosa, pensa di essere, e non ne è diventato semplicemente il portatore neutro, bensì ne è il testimone, anche scomodo, anche mortale, non duraturo, contro la sua pretesa, la pretesa che ogni qualcosa alla fine avanza nei confronti del lettore: di valere nella durata, di essere universale e necessario, di essere ‘scientificamente’ giustificato. Le condizioni del qualcosa che è stato scritto stanno ben conficcate in esso e lo determinano, costituendone l’aspetto umano, comunicabile, profilandone la verità del senso, la riconoscibilità di senso. Nessuno scrivente potrà mai accettare che le condizioni della sua scrittura siano il senso del qualcosa che ha scritto, nessuno scrivente, all’origine, all’origine storica del suo esserci come scrivente, dentro le condizioni del suo qui e del suo ora, potrà mai accettare che la sua scrittura sia eminentemente storica. Almeno per l’attimo in cui scrive, deve pensare che non si riduca a questo; e ha ragione, infatti il gesto con cui la scrittura accade non è storico, bensì fonda la possibilità storica dello scrivente. Quel gesto così semplice racchiude sempre, e lo scrivente lo sa e non lo sa al tempo stesso, l’enigma fondativo che situa chi legge e chi scrive in un tempo e in un luogo dati, e dati come il tempo ed il luogo della loro vita.

408. Scrittura diaristica non vuol dire necessariamente prosa, aneddotica nobile, aforisma o frammento di stile, bensì vuol dire anche poesia. Raccolte di versi come diari, diari particolarmente segreti, particolarmente cifrati, anzi, indecifrabili, impenetrabili in qualità di diari, tanto più inaccessibili quanto più offrono al lettore la superficie smagliante dei propri calembours fonici, delle immagini piene di malinconia e di sinestesie emotive, di concetti sapientemente ammorbiditi dal dettato descrittivo esistenziale. Penso a Montale, forse a tutto Montale, della cui scrittura poetica letta sotto il profilo diaristico non sappiamo granché; per fortuna: in questo modo i suoi versi appaiono dislocati, ovvero imprendibili, di una ricchezza emotiva per chi li legge sempre rinnovata. Il luogo della poesia dev’essere come il luogo della coscienza: dovunque, ed in nessun luogo.

 

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Il quarto dei “13 fogli di calendario” che compongono questo “inattuale” diario-zibaldone di Gianmarco Pinciroli (testi 329 – 410) sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, XLVIII, giugno 2014.

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