Un anno per Villa – Parabol(ich)e dell’ultimo giorno

loc parma base - Copia (3)

«La grande domanda è quella che vuole conoscere come avviene il trapasso, nel caos dei dati giunti fino a noi, come una risacca, in un amalgama fonetico baluginante ma senza luce ferma e fisso riverbero, il trapasso, in diagonale, da mito a concezione cosmologica, da mito a teologia, da mito a leggenda, e da storia a mito o da mito a storia; o non forse trapasso mai, ma come si determina il flusso degli incroci e degli attriti: una peripezia di cicli, di parabole, di invenzioni, di aperture, di inclinazioni» (Emilio Villa)

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La direzione delle cose

roberto-cescon

Roberto Cescon

Chiudendosi sulla soglia di quello che è diventato il presente della sua vita, e fotografando perciò un tempo ancora attuale ma, in un certo senso, già accaduto, Roberto Cescon ci offre un libro di poesia impietoso e pietosissimo al tempo stesso, che mostra la perdita della relazione di continuità antropologica nella quotidianità di un luogo e di un ambiente sociale preciso. Non è la perdita del passato e del futuro, infatti, a ossessionare il susseguirsi delle annotazioni in versi di Cescon, ma il loro essere già destinati per sempre in una dimensione di intangibilità, di esclusione da una vera possibilità di essere forza viva dell’agire (e del pensare) quotidiano. La direzione delle cose significa perciò la perdita di opacità del sé, la scomparsa del “segreto” che ognuno almeno una volta ha pensato di portare attraverso la propria esperienza come vera fonte di senso e di rivelazione. Infatti è la trasparenza del fare e dell’appartenere che frustra ogni residua possibilità di trovare in se stessi la via per una dimensione diversa: la stessa lingua diventa ferocemente chiara, ridotta alla forma più denotativa. Ciò non significa che manchino i versi limpidi, i giri di strofa conchiusi in una loro perfezione, il fluire di una dimensione linguistica ricreata attraverso il lavoro della forma. Piuttosto si tratta di una rinuncia / impossibilità di inscenare la lingua come luogo privilegiato dell’atto poetico: qui essa è al servizio (anche le sue storture, le ripetizioni, i lievi lapsus lo sono) di un’urgenza più grande, vale a dire quella di denunciare una condizione di disincantato amor fati, vuoto ormai di contenuti, ma ostinato nel volersi consegnare a un destino.

(dalla prefazione di Gian Mario Villalta)

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Quaderni delle Officine (XLIX)

Quaderni delle Officine
XLIX. Luglio 2014

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Antonio Devicienti

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Linea “italiana” e linea “internazionale”
in due libri di Lucetta Frisa (2014)

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Il corpo emotivo della bellezza

Lucetta Frisa

Antonio Devicienti

Il corpo emotivo della bellezza
(Sonetti dolenti e balordi
di Lucetta Frisa)

Italiana è l’invenzione del sonetto, dantesco/petrarchesca la fondazione del suo prestigio europeo, ininterrotta la sua fascinazione. Il numero conchiuso dei 14 versi sembra esercitare ancora oggi quella suggestione derivante dal dover dire entro spazi rigorosi, cercando l’arduo equilibrio tra tradizione e rottura di quella stessa tradizione, dal momento che nessun poeta consapevole può ignorare la tradizione né, al contempo, trascurarne la messa in crisi. Lucetta Frisa (che, ad esempio, aveva affrontato in La follia dei morti, Campanotto Editore, Pasian di Prato, 1993 la forma-sonetto in una dedica-colloquio a e con Gaspara Stampa) sembra allora ricuperare l’uso già due-trecentesco della “corona di sonetti”, ma, come una musicista, applicando innumerevoli variazioni negli schemi, nelle rime, nelle assonanze e nella scansione sillabica del verso, sviluppa una sorta di “studio” delle possibilità apparentemente inesauribili del sonetto, legando indissolubilmente la sperimentazione metrico-prosodica alle necessità espressive che affrontano senza reticenze i temi del dolore e della morte, dell’allontanamento e dell’assenza. La lingua italiana ne è, ovviamente, strumento formidabilmente espressivo, duttile, aperto alle necessità del dire. Continua a leggere Il corpo emotivo della bellezza

Poeti Greci Contemporanei (XV)

Ανδρέας Κεντζός

Ανδρέας Κεντζός
Andrea Kentzòs

Poiein

Parlando delle cinque poetesse greche presentate a maggio e giugno, ho scritto che il paesaggio, fino a poco tempo fa incombente nella poesia greca, ora non c’è più, perché viviamo in un non luogo di dimensioni sterminate dove costruire o interpretare con le parole il mondo è un’impresa difficile. Purtroppo anche la Grecia di oggi appartiene sempre più all’elenco di ciò che è stato luogo ed ora si avvia ad essere solo definizione. Ma ho scritto anche che la lingua greca, in definitiva, è l’unico vero “luogo” di ogni suo parlante. Questo, anche per le vicende storiche di un popolo che durante la dominazione ottomana rischiò la scomparsa – linguistica. Dovunque nascosto, in grotte o scantinati, alla Scuola Segreta il prete ortodosso insegnava e manteneva in vita una lingua che altrimenti si sarebbe perduta per sempre.

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Mario Bertasa: la variazione continua

Mario Bertasa

Manuel Cohen
Mario Bertasa

LA VITA (super)NOVA.
SCHEGGE DI POESIA ITALIANA.
N. 3

Mario Bertasa

“E uscendo alquanto del proposito presente, voglio
dare a intendere quello che lo suo salutare in me
vertuosamente operava.”

(Dante Alighieri, Vita Nova, capitolo X)

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Rosaria Lo Russo: la vita terminale, la fine interminabile

Rosaria Lo Russo

Manuel Cohen
Rosaria Lo Russo

LA VITA (super)NOVA.
SCHEGGE DI POESIA ITALIANA.
N. 2

Nel nosocomio

“E uscendo alquanto del proposito presente, voglio
dare a intendere quello che lo suo salutare in me
vertuosamente operava.”

(Dante Alighieri, Vita Nova, capitolo X)

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Venti

venti

Nguyen Chi Trung

Nell’autunno del 1992, in una notte di temporale e circondato dal ruggito del vento, il poeta si rinchiude in un brivido e si domanda come il suono della morte viva nel vento. L’immaginazione galoppa e Nguyen Chi Trung rovista viscere e mente; i luoghi dove la concretezza dei suoi studi matematici si contrappone all’astrattezza di quelli filosofici. Trova echi della più antica filosofia indiana (Brāhmaṇa), in cui “il soffio e il vento” sono il cardine della vita. Ma soprattutto il rimbombo della teoria astrofisica del Big Bang. A tratti nel cielo convulso scorge un movimento di astri. Movimento che sposta l’aria e con essa il destino della materia, nell’universo che è “un gas caldissimo di particelle elementari in rapida espansione.” Continua a leggere Venti

sembrano usciti dal libro (per Ida Travi)

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Enzo Campi

 
la distesa è neve pettinata di fresco. e il circolo di
pietre slavate non riesce a tatuare il tappeto ove
consegnare gli arbusti al loro destino di fuoco.
nebbie, ad oltranza, penetrano nella stanza del riposo.
è fluido il libro, disteso, allettato come nel senso dell’altare
o dell’ara sacrificale. dalla finestra aperta stagna, al rovescio,
sui simulacri di legno l’illusione dell’oblio. ma c’è rumore di
fondo, che sale al soffitto “come cinque dita sul tronco
come trenta mani sul ramo / come la falce in casa
lasciata dietro la porta”[1]. e come filtra la luce, guarda,
filtra in strali, tra i vapori che sciolgono la condensa e
sfidano la trasparenza. sembrano usciti dal libro, e allora la
finestra è il punto di fuga ove immolarsi al buio della
disconoscenza, disse. ma non credeva nel disastro. e il colpo
d’ascia non provocava sussulti, l’erba continuava a bruciare
all’interno del cerchio di pietre di fiume. è un incendio pensò.
e gettò il libro dal punto di fuga recitando a memoria qualche
passo espunto dalle sole pagine dispari, perché gli impari, si sa,
sono i soli depositari del segreto a cui tendere la mano.

[1] (Ida Travi, , Moretti & Vitali, 2011)

Semi/Seeds

Adam Vaccaro, Seeds

Adam Vaccaro

Che sia questo un piccolo graal
simile a un seme che può forse
aprirsi e vendicarsi della morte

del male stupido che ci invade
e delegittima la vita quale
gazzella dall’occhio attento che

si abbevera al ruscello e ascolta
rumori di foglie secche e vento
convinta di tenere a bada così

i pericoli che incombono
e come occhi silenziosi e
non visti di ragno tessono

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Breve elogio della paura

Luisella Carretta
Luisella Carretta

Giuseppe Zuccarino

Breve elogio della paura

     In apparenza, non esiste alcun rapporto tra il fatto di scrivere, di dedicarsi all’attività letteraria, e la paura.  Quest’ultimo sentimento, per di più, viene considerato come qualcosa di esclusivamente negativo. Ma, a ben vedere, si tratta di uno stato d’animo non sempre meschino e disprezzabile. Così Hobbes (ripreso da Barthes in epigrafe a un suo libro) poteva ammettere senza vergogna: «L’unica passione della mia vita è stata la paura»(1). Di ciò si è accorto qualche scrittore, che, oltre a far tesoro di tale scoperta, ha osato contrapporre il terrore ad altri – più celebrati ma forse meno intensi – moti dello spirito. È il caso di Stevenson: «La gente scherza con l’amore, ma a mio avviso l’amore non è affatto una grande passione. La vera, autentica passione è la paura: è con essa che dovete trattare, se volete assaporare i più intensi piaceri della vita»(2).
     Si potrebbe eccepire che tutto ciò suggerisce alla letteratura una tematica fra le più efficaci, ma non riguarda l’atto scrittorio in se stesso. Anzi, così come è noto che per tematizzare adeguatamente l’amore occorre essere abili scrittori ma non occorre essere innamorati, altrettanto può dirsi per la paura. «Il vero artista è colui che procede, non dal sentimento alla forma, ma dalla forma al pensiero e alla passione»(3), diceva Wilde. Continua a leggere Breve elogio della paura

Il non-luogo della pittura

Jean Dubuffet, Corps de dame

Luigi Sasso

Il non-luogo della pittura

     «L’attenzione uccide quel che tocca». Questa lapidaria affermazione, che si legge in un breve intervento del 1958 dal titolo Percepire, è il punto in cui si chiarisce il percorso pittorico, e più generalmente figurativo, di Jean Dubuffet. Che così prosegue: «E’ sbagliato credere che guardando attentamente le cose si possa conoscerle meglio. Perché lo sguardo fila, come il baco da seta, e in un attimo s’avvolge in un bozzolo opaco che toglie ogni vista. Ecco perché i pittori che spalancano gli occhi davanti al modello non riescono ad afferrarne nessuna parte». Queste parole vogliono dire essenzialmente due cose: la prima si può riassumere dicendo che guardare non è conoscere, perché ciò che i nostri occhi vedono è sempre un’illusione. Più fissiamo lo sguardo, più scrutiamo e penetriamo nelle cose che ci circondano, più un filo sottile le avviluppa, le copre e le nasconde, fino a trasformarle in forme anonime, opache, indecifrabili quando guardiamo, vediamo quello che sappiamo già, quanto cioè abbiamo già appreso, visto, conosciuto. E’ inutile illudersi che qualcosa di nuovo o di imprevisto ci incanti, ci sorprenda. E’ solo un attimo, e poi sulle nostre pupille una patina, un’ombra si posa, una brina raggela e cancella la scrittura del mondo. Continua a leggere Il non-luogo della pittura

Jolanda Insana: la viva turbativa.

Jolanda Insana

Manuel Cohen
Jolanda Insana

LA VITA (super)NOVA.
SCHEGGE DI POESIA ITALIANA.
N. 1

Jolanda Insana

“E uscendo alquanto del proposito presente, voglio
dare a intendere quello che lo suo salutare in me
vertuosamente operava.”

(Dante Alighieri, Vita Nova, capitolo X)

Jolanda Insana: la viva turbativa.

Se si considerano le antologie degli ultimi decenni, comprese quelle più serie o esposte a  recenti tentativi canonizzanti (Testa, 2005; Piccini, 2005) o quelle di posizionamento o establishment (Cucchi, Giovanardi, 1996; ed.ac. 2004) si scopre con non poco stupore che una delle voci più originali (viene da dire: irriducibili) della poesia nostrana ne sia rimasta fuori. La cosa pone qualche interrogativo e più di un dubbio su come le crestomazie siano state curate, in base a quali criteri, a quali logiche, a quale gusto; perché è lecito chiedersi come mai le vengano talvolta preferite voci palesemente più modeste, o comunque di pari dignità, e come mai questa autrice non figuri tra le più (ma anche tra le meno) gettonate dagli antologisti dell’ultimo trentennio, quali Cavalli, Copioli, Frabotta, Lamarque, Merini, Spaziani, o le più giovani Valduga e Anedda. Continua a leggere Jolanda Insana: la viva turbativa.