Semi/Seeds

Adam Vaccaro, Seeds

Adam Vaccaro

Che sia questo un piccolo graal
simile a un seme che può forse
aprirsi e vendicarsi della morte

del male stupido che ci invade
e delegittima la vita quale
gazzella dall’occhio attento che

si abbevera al ruscello e ascolta
rumori di foglie secche e vento
convinta di tenere a bada così

i pericoli che incombono
e come occhi silenziosi e
non visti di ragno tessono

*

Let this be a little grail,
similar to a seed that may perhaps
blossom and avenge the death

of the idiot ill that overruns
and undermines life like
the keen-eyed gazelle that

drinks from the stream and heeds
sounds of the wind and dry leaves
sure that this will stall

the dangers as they loom and weave
like the eyes of spiders
silent and unseen.

 

Tradurre Adam Vaccaro

Un’apologia, un appello all’indulgenza del lettore per le deviazioni dal testo di partenza qui è d’obbligo, date le manchevolezze insite nel processo che Ezra Pound definisce il sacrificio della melopoeia alla logopoeia. Trasporre un “discorso fondato sul valore musicale” in un’altra lingua, preservandone “il significato cognitivo implicito”,[1] è un processo sicuramente complesso, che pone particolari problemi con la traduzione in inglese dei delicati versi di Vaccaro. Nella sua Difesa della Poesia, Shelley scrive: “La pianta deve nascere di nuovo dal suo seme o non darà fiori – è questo il fardello della maledizione di Babele”. Ove possibile, ho cercato di dare a questi testi una loro autonoma vitalità, una propria dignità, sradicando, per così dire, il seme del testo per trapiantarlo nel suolo fecondo di un idioma straniero e lasciarlo germogliare. Sebbene, a livello semantico, le mie siano traduzioni in gran parte conservative, come in tutti i lavori di questo genere qualcosa è andato perduto; qualcosa, mi auguro, che il lettore indulgente saprà perdonare: lo scivolamento semantico, il dettaglio dialettale, il gioco di parole. Ogni traduzione è un atto interpretativo e, come sostiene Umberto Eco, anche quando si tenta di restituire il sapore di un linguaggio o di un determinato periodo storico, si modernizzain qualche misura il testo originale. Come tale, a volte mi sono concesso delle lievi divergenzedal lessico e dalla costruzione italiana al fine di accrescere l’effetto poetico, ammettendo piccoli scostamenti per fondere il testo originario con il “sistema nervoso”[2] di un altro linguaggio e tempo.
Tradurre le poesie di Vaccaro in un buon inglese ha comportato due difficoltà principali; fortunatamente il poeta si è sempre mostrato solerte, collaborativo e disponibile nell’offrire consigli e ausilio. La vena dialettale della poesia di Vaccaro è difficile, se non addirittura impossibile, da rendere in modo felice; ho cercato però di rendereal meglio i giochi di parola e i neologismi e di preservare una traccia di genuinità dialettale, anche in inglese, che ha una tradizione meno florida di versi vernacolari. Mi piace pensare che una traccia dialettale sia sopravvissuta in poesie quali “I bottoni di Peppino”: il topos del giovane migrante è divenuto quasi un luogo comune, e nelle scelte lessicali e sintattiche ho tentato di preservare l’eco di una voce appena arrivata nella metropoli da un piccolo paese di provincia. La riscoperta di un linguaggio locale, del dialetto, è un momento fondamentale del recupero dell’“orgoglio” in tutto ciò che è proprio del poeta, di una lingua che sia in grado di rappresentare l’oggetto linguistico e di esservi semanticamente fedele. In modo simile, Derek Walcott e Seamus Heaney hanno fatto largo uso della loro lingua e cultura locale “come beni storicamente accumulati”, scrivendo in inglese ma “celebrando il loro idioma nativo”[3]; ovviamente, questa fede dialettale viene in una certa misura tradita nel processo traduttorio.
In secondo luogo, occasionalmente ho incontrato difficoltà nel rendere gli aspetti più ludici e sperimentali della poesia di Vaccaro, come ad esempio l’andamento fortemente allitterativo, imperniato sulla ripetizione e sulle corrispondenze foniche, al punto da far assomigliare alcuni versi ad una litania: “Accerchiato da una vita accanita/ che sguarnita e inarresa annusa”. Di tanto in tanto, le ripetizioni foniche sono rette da giochi di parole intraducibili; penso, qui, a parole o rime come “(bi)sogno”, “pomi/ doro”, “Abban/ donati”, “confine: fine”, “infilare: filare” oppure neologismi quali “lievegrevi”. Tradurre una poesia così intricata, eterea e profondamente personale è sempre una sfida; dove non si trovavano soluzioni adeguate in inglese, ho cercato, in ogni caso, di preservare assonanza e rima o di sostituire una figura con l’altra quando non è stato possibile.
Nel tradurre la poesia “Feroci innocenze e oltre” ho trovato un nodo ulteriore da sciogliere,  nello specifico, riguardo la difficile resa dei versi di Ungaretti e Quasimodo: i versi in questione sono pietre miliari della nostra tradizione lirica, parte integrante della formazione poetica di tutti i bambini e informano, in qualche misura, l’idea convenzionalmente diffusa di ciò che la poesia lirica è e fa. Sono tra i versi più conosciuti della poesia italiana, e la scelta del poeta di accostare i due testi ben evidenziala loro posizione canonica, concedendo al lettore uno scorcio lirico attraverso cui intravedere la possibilità di una fugace totalità temporale nell’antonomastica mattina e sera della tradizione lirica italiana. Non sono riuscito a trovare una traduzione inglese soddisfacente delle due poesie: con le sue vocali aperte e la sua intensità gnomica, il lampo epifanico di “M’illumino d’immenso” è intraducibile e la poesia di Quasimodo, con la sua squisita finale sibilante, perde molto in inglese. Mi sembra, tuttavia, che nella poesia di Vaccaro le poesie vengano citate e celebrate nella loro qualità intangibile e rituale, attestando così al potere della poesia che permette di elevare ed emozionare chi è sensibile alla sua forza; ho deciso pertanto di lasciare i versi citati in italiano, ritenendo la meraviglia infantile davanti al rapimento primordiale e alla natura incantatoria dei versi molto più importante, sia per i bambini raffigurati che per il lettore, di quanto lo sia una interpretazione letterale del loro significato elusivo.
In linea di massima, ho scelto di dare maggiore regolarità alla punteggiatura dei versi per ragioni di semplicità e comprensibilità: nel rendere versi così raffinati e articolati, la chiarezza è sempre stata tra le mie priorità. Ho usato gli equivalenti inglesi di alcuni dei nomi, in particolare quelli più comuni e brevi, per accentuare l’universalità delle situazioni e dei personaggi raffigurati. Tuttavia in altri momenti ho conservato i nomi originali, soprattutto gli esempi più insoliti, per preservare l’autenticità dell’originale. Anche in questo caso, spero che il lettore indulgente sappiaperdonare queste incongruenze.
Ho cercato di ricreare i toni colloquiali che affiorano in alcuni componimenti (“Il ragno e le cornacchie”, “Formiche a Esna”). Quanto alla metrica, ho dato ai testi inglesi una certa regolarità, uniformando il metro e usando giambo e pentametro dove possibile. Nel complesso, e con il consenso del poeta, mi sono concesso un discreto grado di libertà nel giocare con i testi dal punto di vista sintattico e grammaticale: i modi verbali sono stati occasionalmente alterati, con i verbi spesso resi al presente per motivi ritmici o per presentare il momento lirico in un presente astorico. La traduzione è necessariamente una interpretazione – nel nostro caso, la primain inglese; e la mia intenzione è stata quella di far germogliare con delicatezza e pazienza queste creature arborescenti di melodia e invenzione.
(Sean Mark)

__________________________
Note

[1] Guido Almansi, Bruce Merry, Eugenio Montale, Edinburgh University Press, Edinburgo, 1977, p. X.

[2] L’espressione è di Robert Lowell, tratta da Richard Fein, Robert Lowell, Twayne Publishers, New York, 1970, p. 96 [traduzione mia].

[3] The Sunday Times, 26/7/98 [traduzione mia].
__________________________

 

Adam Vaccaro
Seeds/Semi
Cura e traduzione di Sean Mark
Ed. bilingue con testo a fronte
New York, Chelsea Editions, 2014

 

Testi

 

Nei biancoscuri antefatti

bianche lenzuola stese al sole
così tanto accecanti da farsi
ali di un’anima che cerca
se stessa e nuova linfa di vita

ali lievi su cardi e rovi secchi
che resteranno quadri bianchi
pagine da riempire tra suoni
di voci perse ruscelli e uccelli

un candore che si farà misura
di ogni nero che accerchierà
il cuore – irto custode di equi
libri sempre persi e ritrovati

lenzuola bianche avvolgenti
il (bi)sogno di donare al presente
il passato – per farne latte e
alimento d’ignoto futuro

poi quelle estati abbagliate
vennero assalite e sorprese da
un altro sole – un sole spietato che
incalzava e faceva andare oltre

mille andate e pochi ritorni
da una stazione che gelava
la fronte il ventre e il cuore e
sulla bocca sorrisi schivi di chissà

mille ulisse peppino e nicola
come gocce e rivoli portati via
da quel punto diventato nulla su
un treno che spalancava il mondo

e che scorrendo tumtava nel petto
di ulisse tonfi tranquilli – ali
alzava dondolante e fumi
su rami di memorie e canzoni

 

Black White Backstory

White sheets hung in the sun
so blinding they become
wings of a soul seeking
itself and new lifeblood

light wings on crisp thistles
eternal paintings of white
pages to fill amid the sounds
of lost voices, brooks and rooks

a candour with which to compare
shades of black about the heart –
the rugged guardian of books
always lost and found and fair

white sheets that wrap the need
to gift the past to the present –
to turn it into milk and feed
of a future still unknown yet,

then come summers in a daze
assailed, amazed by another sun –
a merciless one that hurries
along and further beyond

countless journeys with few returns
from a station that glazes brows,
bellies and hearts in ice and on
lips perhaps the bashful smiles

of a thousand Ulysses, Joes and Nicks
like drops and trickles swept aside
by the point that turns to dust
on a train that opens wide the world

and rolls along thudding
calmly in Ulysses’ chest –
lifting its swaying wings and fog
on branches of memory and song.

 

*

 

Come una guerra

Come una guerra che frantuma il ventre
si attarda negli occhi e sui volti
un liquore che sa di sale mentre
le transenne alle case quasi mute
e la chiesa piena di ferite e calcinacci
vibrano al vento come pezzi di cuore e
i capelli si drizzano come serpenti
impazziti mentre tremano ancora
i vetri con voci di anime tornate
tra pareti che vorrebbero
quasi scoppiare senza un grido

mentre l’aria sbrivida ancora
e la piazza si riempie come a festa
tra clacson da dopopartita
mentre marialuigia dice no
chiude porte e finestre e piano urla
allo specchio: voglio morire qui da sola
in braccio a Dio e contro
tutte le coliche del mondo
dentro casa mia

 

Like a war

Like a war that bursts stomachs and lingers
on faces, in eyes, like salty liquor
the barricades round semi-silent houses
and the church full of hurt and rubble
quiver in the wind like pieces of heart
hairs stand straight like crazed snakes and
windows still shake with the voices of souls
flocked back between walls they would almost
wordlessly love to explode

while the air still shudders
and the streets are as packed
as a holiday, horns as loud
as after a match –
Marylou shakes her head
shuts windows and doors
and cries gently at the mirror:
I want to die here – alone
spared all this world’s colics
in God’s arms, in my home.

 

*

 

Quale bellezza

Abbagliato imberbe e senza parole
rimase dalla bellezza trafitto e
reso palloncino panico e afflitto

gonfio solo della tonda domanda
se la bellezza era questa sconfitta
che taglia alla gola le solite parole.

Poi imparò dai più grandi – Dante etc. – che
ogni scuro squallore e viso sfigurato da
dolori e orrori più atroci ti sfidano

ad accendere segni che come amante
rovescia in luce la fragile clessidra
della bellezza che ti apre al mondo

E si volse alla bellezza che toglie
parole a chi ne ha paura e si chiude
o ama chiudere nel suo sacco il mondo

scegliendo tra potere e bellezza il polo
che insiste non si arrende e resiste
tra la morte e la vita che continua

 

Just As Beauty

Callow, dumb and dazzled,
beauty pierced him, ran him through:
a panic-stricken balloon

buoyed only by the rounded doubt:
Is beauty the defeat that slits the throat
of all those words we use the most?

He later learned from the masters – Dante etc. –
that every dark squalor and face deranged
by unspeakable horror and pain urges

us to light up the signs – like a lover
might – spilling into light beauty’s frail
hourglass that paves our way to life.

Then he turned to the beauty that subtracts
words from those who fear them, who close their souls
or prefer to hide the world in their bags

and choosing between power and beauty
take the side that insists, won’t give in and
resists amid death and life limping on.

 

*

 

L’ultima nave

Ancora cantano in noi i vittoriosi sul tempo
che presero in pugno i primi dèi fioriti e
ne fecero semi che di millennio in millennio
vennero lanciati tanto in alto che venne persa
l’origine di terra cosmo e sangue

S’incarnarono in quell’alba il sole e il cielo
tra queste acque chiamate Nilo
e queste terre di fango e granito rosa
fecero dèi di Falchi e Arieti
tra folte chiome di palme e papiri

Poi piramidi e misteri divennero così grandi
che non bastò un olimpo specchiante e
s’illuminò l’illusione di un dio unico e
supremo che potesse condurci fino a
questi fondi di decadenza quasi fosse questa
l’ultima nave di ulisse

 

The Last Trip

They sing within us, the victors of time
who grabbed fistfuls of first bloomer gods and
made of them seeds, for millennia tossed
so high that the origins were lost of
the world and cosmos and blood itself

Sun and sky were embodied that dawn
between the waters we call Nile
and this land of mud and pink granite
that made gods of Hawks and Rams amid
the thick fuzz of palm trees and papyrus

Then pyramids and mysteries grew so high
that a shining Olympus would no longer do
and the illusion took hold that a sole supreme god
would lead us down to the pits of decline,
as if we’d set sail on Ulysses’ last trip.

 

*

 

Nello splendore del supplizio

Qui è ormai tutto bianco
come una perfetta notte
di Natale mentre una fitta
si conficca nel costato
di questa impotenza
che può solo pensare
al rosso che cola
tra i muri massacrati
di Gaza

*
e voi qui ancora al caldo della favola di lana
della stella supernova del pensiero unico dominante
e anche voi re della parola, poeti di lumini accesi
che beati nuotate nel mare di cose

appesi alle code dei saldi – bambini dietro
aquiloni d’affari d’oro – non siate troppo turbati
da bambini sventrati ammutoliti di terrore
sulla striscia di Gaza

 

The spectacle of the scaffold

All lies steeped in white here
like a flawless Christmas night,
while a short sharp
pain fixes in the ribs
of a powerlessness
that only knows
the red that drips
off battered Gaza walls

*
And all you snug here in the woollen myth
the single-ideology supernova
and you too, word kings, candle-lit poets
who float contented in a sea of things

and cling to sales queues – children chase
gilded bargains as if they were kites –
don’t be too cut up by ravaged kids
mute with fear on the Gaza strip.

 

*

 

Memorie del futuro

La cenere dei fumi di Auschwitz
così bianca e viola infine rossa
batte batte dentro al cuore come
blatta che non volerà rimarrà

a rodere tra questi ruderi nutrirà
il nostro sangue nero sconfinato
insaziabile non si fermerà vorrà
sfamarsi di ogni sangue e vittima

diventata cenere deporla
nelle mani di Cerere a farne
messi di una Terra non più
prona a poteri e follie di ieri e

di oggi che sappia pesare
sulla stessa bilancia ogni
grammo di carne umana
rossa poi viola infine bianca

offerta al dio di tutti
i popoli di tutte le terre
ricche povere e senza
privilegi né figli prediletti

di una Terra non più
crocifissa da confini e
tavole imbandite da eletti
assediate da cumuli di blatte

affamate impazzite –
se questo è un uomo

 

Memories of the Future

The ashes of Auschwitz’s smoke
so white at first, and then purple and red
beat hard in the heart like a roach
that will never fly, destined instead

to gnaw amid these wrecks
feeding insatiably, and without rest
on our boundless black blood,
guzzling all blood and every victim

turned to ash and placed in the hands
of Ceres, bearing testimony
to an Earth no longer prone to powers
and insanities present and bygone

an Earth that knows how to weigh
every pound of human flesh, first
red, then purple and white,
on the very same scale

offered up to the god of all
people and worlds, rich
and poor, knowing no
privilege or sons chosen

by an Earth that has ceased to be
crucified by borders and banquets
lavishly decked out by the elect
and besieged by heaps of roaches,
starved and insane –

If this is a man.

 

Due recensioni

Sean Mark ha fatto davvero un lavoro encomiabile per le poesie di Adam Vaccaro. Innanzi tutto ha scelto, ponderato, cercato le affinità e poi è entrato nel mondo del poeta evitando di mutilarlo, anzi spesso dandogli qualcosa di suo, com’è inevitabile in tutte le opere tradotte.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: limpido, essenziale, capace di dare ai lettori americani e inglesi un’idea congrua di questa poesia così densa di umori e di problematiche, così ricca di fulgori sinestetici.
Vaccaro è un poeta sanguigno e tuttavia non si è mai abbandonato al dettato interiore senza prima averlo vagliato attraverso le consonanze filosofiche che coltiva da sempre. Egli sembra volerci dire che non può esistere poesia se non corroborata dal pensiero, ovviamente senza funestarlo di teoremi o di ossessioni teoriche.
Nella versione inglese Vaccaro guadagna in sintesi, e dimostra che il suo mondo può raggiungere anche emisferi lontani, perché non è mai disgiunto da una carica umana davvero calda e convincente.
Sarà l’effetto di quello che lui chiama adiacenze? Sarà quel che vi pare, ma in questo libro possiamo sentire un’ampiezza di dettato e di respiro rari nella poesia italiana odierna troppo spesso legata all’assurdità degli enunciati tout court.
Ma sia chiaro, egli non è per nulla lontano dalle consuetudini della quotidianità, soltanto che dopo l’incipit sale verso sfere diverse e cerca approdi nuovi. E ciò, è evidente, lo porta a considerazioni che hanno accensioni inaspettate.
Egli viaggia dentro se stesso e fuori di sé senza fare distinzione e così l’io e l’universo si scambiano il fiato, si accapigliano, giocano perfino, per trovare un punto d’arrivo.
Naturalmente questi affondi sono possibili perché egli possiede in sommo grado la facoltà dell’intuito, una larga cultura ben digerita e la necessità del canto.
(Dante Maffia)

 

*

 

Un importante evento culturale di quest’inizio del 2014, è dato dalla pubblicazione negli Stati Uniti, in edizione bilingue, del volume di poesia di Adam Vaccaro “Seeds. Semi. Selected Poems 1978-2006”, Traduzione e Introduzione di Sean Mark. Il libro, in elegante veste grafica, è pubblicato da Chelsea Editions (New York, 2014), la prestigiosa casa editrice diretta da Alfredo De Palchi.
La poesia di Adam Vaccaro è da intendere innanzitutto come continua esplorazione e ricerca, accortamente provocatoria nella misura in cui non si pone limitazioni di alcun genere, né sul piano politico-ideologico né in senso strettamente letterario-culturale, nella consapevolezza del controverso ruolo del poeta sul palcoscenico della vita: da un lato “auctor” lucidamente condizionato e marginale rispetto ai mutamenti epocali, dall’altro “artifex” in/consapevolmente calato nel proprio tempo. Si ripropone, dunque, l’inevitabile sdoppiamento di personalità – proprio d’ogni vero artista -, che è possibile curare e rinsaldare riscoprendo la classica funzione del poeta “medium”. Vaccaro rielabora in maniera originale quest’antichissimo archetipo, attraverso il concetto di “adiacenza” (dal latino “ad-jacere”). Scrive Sean Mark nella brillante Nota “Accendere segni. Sulla poesia di Adam Vaccaro”: “Rinunciando alla pretesa di un’adesione stringente alla Cosa (evento, esperienza od oggetto d’indagine filosofica che sia), la parola poetica può solo aspirare a collocarsi nella sua prossimità, e da questa ne può raccogliere le sensazioni, percezioni ed immagini che, insieme, costituiscono la nostra esperienza di mondo.”
La Prima Parte, “Seeds I”, esordisce con un’istantanea dichiarazione di poetica che suona come un infiammato (ed infiammabile) fendente: “Che sia questo un piccolo graal / simile a un seme che può forse / aprirsi e vendicarsi della morte”. L’immagine del “graal” sta a simboleggiare il misterioso oggetto del desiderio e della fede, ma anche l’unico “seme” della conoscenza per il quale varrebbe la pena redimersi o dannarsi. Il poeta non opera alcuna trasfigurazione metafisica delle cose, rimanendo  ancorato a ciò che egli percepisce come modelli e parvenze d’una realtà comunque ineffabile. La sua vuole essere semplicemente una “delegittimazione” (così s’intitola una delle sezioni del volume) sia “dell’infimo” che “dell’immenso”. Si realizza, con armonica e sincronica consonanza verbale e concettuale, la sconsacrazione dell’astratta e visionaria contemplazione dell’arcano, insieme con la sottile irrisione d’ogni laica (e laida) certezza materiale e tangibile. Adam Vaccaro è ben risoluto in questo suo esecrare vanità e contraddizioni di astruse ontologie dell’essere, del non-essere e del divenire: “a nulla può servire conoscenza e sapienza / del viaggio nel mondo a chi è immerso / chiuso dio assoluto in sassi chiusi”. Ancor più stridente diviene, nel prolungato stemperarsi di considerazioni frammentate, sibilline o esplicite, il contrasto tra l’“ardente placido mare d’eternità” e lo “sterco onnipotente” di “delinquenti seduti in parlamento”.
La Seconda Parte, “Seeds II”, prende l’avvio da un’ulteriore metafora, che si pone come la diretta proiezione, continuazione ed esplicazione di quella d’esordio: il graal si fa “amore / unico coltello necessario / a fare dell’orrore un ventre aperto”. Il poeta si riallaccia all’immagine del “seme” – nell’incipit della Prima Parte -, sottolineando come esso, per poter concepire e dare frutto nel ventre della donna, utilizzi le vie (le “armi”) del sangue, talvolta quelle della violenza: perché la vita si rinnova seguendo le leggi brutali della sopravvivenza. Inutile ricordare che, secondo una certa simbologia religiosa, il “graal” non sarebbe altro che la raffigurazione allegorica dell’utero di Maria Maddalena (e della donna in generale).
“Seeds II” si sviluppa all’insegna dell’arte e della bellezza, intese come pallidi riflessi dell’Amore. Vaccaro si chiede quale sia l’autentico concetto di “bellezza” da seguire ed imitare. Negli eloquenti versi della lirica intitolata, appunto, “Quale bellezza”, l’autore prende posizione contro l’edonistica concezione d’una bellezza fine a se stessa. Leggiamone alcuni passaggi: “ogni scuro squallore e viso sfigurato / (…) ti sfidano / ad accendere segni che come amante / rovescia in luce la fragile clessidra / della bellezza che ti apre al mondo / (…) scegliendo tra potere e bellezza (…) / tra la morte e la vita che continua”. Insomma, l’arte, la poesia e la letteratura non devono inseguire la futile lussuria del piacere immediato ed egoistico, bensì dare il loro contributo affinché la Terra non sia più “prona / a poteri e follie”, non sia più orrendamente “crocifissa da confini e tavole imbandite”.
Di origine molisana, Adam Vaccaro è nato a Bonefro (Campobasso) nel 1940. Vive a Milano da oltre mezzo secolo, dove ha fondato la prestigiosa e benemerita Associazione Culturale “Milanocosa”.
(Francesco De Napoli)

 

***

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