Rosaria Lo Russo: la vita terminale, la fine interminabile

Rosaria Lo Russo

Manuel Cohen
Rosaria Lo Russo

LA VITA (super)NOVA.
SCHEGGE DI POESIA ITALIANA.
N. 2

Nel nosocomio

“E uscendo alquanto del proposito presente, voglio
dare a intendere quello che lo suo salutare in me
vertuosamente operava.”

(Dante Alighieri, Vita Nova, capitolo X)

Rosaria Lo Russo: la vita terminale, la fine interminabile

Le recenti uscite editoriali di Rosaria Lo Russo (1964), sortiscono un forte impatto nel lettore, marcando territori che, sebbene ‘a vista’ dei più, o comuni, trovano poco spazio nelle scritture in versi, e nondimeno lasciano un solco preciso nella poesia che si fa. Nel nosocomio (una ascendenza ideale con la Serie ospedaliera di Amelia Rosselli), è una organica suite in cui è detta, descritta e raccontata la vita al capolinea: è una impietosa, irridente rappresentazione del tramonto occidentale; ne è, di fatto, una chiara allegoria: “(…) dal nosocomio veramente / non si uscirà, la parola non salverà un domani che / non c’è, qui si sta bene col climatizzatore, ti vedo / bene. Si ripristineranno gli arti scomposti dalle frat- / ture, ti restituiremo il veicolo (hai l’assicurazione / pagata – o almeno fino alla scadenza)” (p.5) con didascalica puntualità, viene inscenata la degenza della vita agita, il cui soggetto è il deittico pronominale ‘noi’, depotenziato ed eterodiretto, sorta di parvenza vuota d’entità individuale e collettiva (latu sensu: antropologica, sociale e culturale). L’exergo iniziale, tratto da David Foster Wallace, condensa tutto il senso o il nonsenso declinabile: “Di come noi (…) diventammo vacui e apolitici, e anche torpidi, docili, con la mente profondamente e mollemente folle.” Come esistenze all’ultima soglia, i corpi in disfacimento, come le menti, ‘navigano a vista’(p.16), si srotolano e dissolvono tra spot, televendite e imbonitori di turno, per una vita che “non aspettava / niente, passava le notti così / in stato di quieto e rassegnato / allarme muto e terrorizzato / ma al calduccio.” (p.19), così è detto dell’esistenza di un clochard, dalla vita un po’ barbona e un po’ barbina. La scrittura di Lo Russo racconta le cose e gli esseri, così come sono, abietti e confetti, rinunciando (forse per un attimo) alla elocuzione manierista e iper-letteraria che ha contraddistinto le scritture precedenti (Comedia, 1998; Lo Dittatore Amore, 2004). In Crolli, un libro che riordina testi antecedenti a Nosocomio, e posteriori, muta l’ambientazione ma si affina l’affondo iperrealistico e surreale, sulfureo e materico; un de profundis pirico, incivile e apocalittico, in cui la molteplicità dei pretesti o dei realia (le défaillances psicofisiche, la guerra in Iraq, il default economico e i crolli della Borsa, il terremoto dell’Emilia e la scomparsa del paesaggio o la devastazione della fiumara dell’infanzia, fino al tracollo di civiltà nell’abiezione del ventennio berlusconiano) nei prelievi mass-mediali e televisivi in primis, cose e fatti, e uomini deperiti o reperiti tra le cose, come ectoplasmi rimbalzanti dalla cronaca di guerra, di merce e nonsenso, fuoriusciti da schermi televisivi o da notiziari, fanno da parterre ad una mise en scene bruegheliana e grottesca, ad una allegoresi della fine: “mentre in vitro / supponenti confluiamo in guerre molto civili.” Ovunque appare colpita da paresi o annullamento progressivo l’intera, sterminata middle-class: “Sorrisi sardonici, mascelle quadrate, / si specchiano in una demolizione maxillo- / facciale fondente. Lui precaria massaia in carriera, / lui preclaro disoccupato intellettuale, / il terziario avanzato che avanza compatto, / a testuggine bassa nello smarrimento ceto medio.” La scrittura divertita e giocosa (che richiama Palazzeschi), s’agglutina e s’affolla, si invasa e felicemente travasa, sardonica e biliosa, nella accumulazione e nell’entropia: “Dicevo insomma riga dritto il fronte compatto dei dementi / niente di nuovo alletta il fronte occidentale: / le fronti coperte di pelle in polvere corrugano, / diserbando, staccando arbusti, e vane colluttazioni, / a cedimenti di guance smunte, gli ultravioletti / di guerra corruschi annunciano signorine mezzobusto, / con povere alla polvere ceneri nonviolente di dispersi, / pinchi pallini bifidi tra infidi batteri, tu spàrati un / paradiso artificiale e restaci se hai il coraggio” (Per Luigi Nacci, sodale).

R. Lo Russo, Crolli

[La pluri-recensione di Manuel Cohen a: Rosaria Lo Russo, Nel nosocomio, Transeuropa, Massa, 2011; Crolli, con un’opera di M. Ranaldi, Le Lettere, Firenze, 2012, è apparsa su «Punto. Almanacco della poesia italiana», anno III, n. 3, aprile 2013.]

***

2 pensieri riguardo “Rosaria Lo Russo: la vita terminale, la fine interminabile”

  1. Grazie a Francesco Marotta per il post, ai bloggers e a Almerighi per essere passati di qui. Chiederemo a Rosaria Lo Russo la possibilità di postare sulla Dimora qualche suo testo. Si tratta di una delle poetrici più significative degli ultimi 25 anni.

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