Mario Bertasa: la variazione continua

Mario Bertasa

Manuel Cohen
Mario Bertasa

LA VITA (super)NOVA.
SCHEGGE DI POESIA ITALIANA.
N. 3

Mario Bertasa

“E uscendo alquanto del proposito presente, voglio
dare a intendere quello che lo suo salutare in me
vertuosamente operava.”

(Dante Alighieri, Vita Nova, capitolo X)

 

Mario Bertasa: la variazione continua

Nel Novecento è accaduto frequentemente che gli esordi in volume abbiano coinciso con l’avvento dell’età matura degli autori: così è stato, ad esempio, per Lello Baldini, per Franco Scataglini e per Giampiero Neri e Franco Loi, per citarne alcuni tra i più notevoli, con opere prime che per quiddità di stile si rivelano compiute e mature. Mario Bertasa, nato nel 1967, giunge al primo, interessante libro dopo un lungo apprentissage attestato da apparizioni su riviste cartacee e nel web: anche per questo, forse, più che di un esordio, si potrebbe dire di una conferma o accasamento del precipitato cartaceo di Tiro con l’arco nella interessante collana diretta da Valentino Ronchi. Ma accasarsi dove? In quale lingua? Secondo quale procedimento? Il suo accasarsi porta in sè i germi e gli stigmi della riscrittura continua, dello straniamento e della deterritorializzazione semantica e culturale, una istanza di ricerca mai appagata che valica il gioco linguistico, tra hapax e neologismi (compufonini, tacinotturno, autunnatico, grettitudini), allitterante e assillabante, che ingenera spesso ironie e bisticci verbali e de-verbali: «uno strappo negli stracci dei sensi stressati», o nel climax amplificato dall’allitterazione: «la città e il fumo/ che esala, che esalta/ che esulta nella bella luce delle alogene/ rovesciata sull’asfalto divelto». Un processo di espansione linguistica e di ‘dislocazione’ fonica e semantica della parola (e per interposta voce, dell’io repertuale, inquietamente illirico) che avviene per contrasto, per iperbole o per paradosso a forte valenza aforismatica: «espandersi provoca ristrettezze»; o si pensi alla venatura sarcastica «Mi peso spesso/ ma non ingrasso (sono 2 quinari assonanti)» che accompagna la rilettura di testi (uno su tutti: Montale) o la rivisitazione dei topos e motivi di tradizione letteraria e l’annesso frasario e vocabolario più trito: «qui/ centellinare il miele del mattino / raccogliere conchiglie /stare sulla panchina di una stazione / versi gesti omaggi faremo un Gran Finale al poetese unto e bisunto al più / scapicollato versificare occasionale pulsionale sciamannato». E’ questo un primo tratto distintivo, ma anche ricognitivo per un autore che, di fatto, appartiene alla ‘generazione perduta’ (secondo una formula pronunciata da David Leavitt e presa poi in prestito da Elio Pecora), o semplicemente che sta emergendo alla distanza, di quegli autori nati negli anni ‘sessanta. La scrittura di Bertasa è da intendersi come infinito spaesamento che ha valenze di una Stimmung, e come ricerca continua di variazioni linguistiche e tonali, in direzione del superamento dei limiti strutturali, ossia ermeneutici, euristici e formali ereditati dal millennio che volge alle nostre spalle, ovvero, in decisa virata anticanonica. Una ricerca, va da sé, non fine a se stessa, bensì tesa vieppiù a rimodulare su nuovi ritmi e accordi tonali le movenze ritmico-prosodiche, e a risemantizzare la sintassi della lingua piuttosto che la parola singola, in sé e per sé. Come in una complessa narrazione continua non immemore e non immune della complexité, o nella infinita possibilitè de dire provocatoriamente combinatoria, il verso della poesia si espande e si apre a complesse e articolate strutture strofiche e morfologie in cui la sintassi è messa a dura prova di elastico: tesa ad arco, allargata e amplificata. Parimenti vengono accolti elementi ritmico-prosodici attinti a codici altri dalla poesia, come e in genere, a quelli musicali. D’altro canto, è lo stesso Bertasa a suggerire nelle note ai testi, l’ascendenza e la cultura musicale, persino e già a partire dall’exergo ancillare e enunciato-spia: “continue to search”. Un monito, quasi, da intendersi questa frase di John Cage, il grande compositore sperimentale che teorizzò l’Indeterminismo, attraverso cui mise in discussione i principi composizionali di tradizione melodica: a queste teorie guarda il nostro autore, anch’egli avviato a intraprendere un percorso di parola sperimentale in cui l’istanza percussiva e sonora preceda e sia anteposta al significato. Anche di questo attesta la strutturazione del libro intesa come una partitura musicale plurima o ‘teorema senza soluzioni’, e molto libera, informale, tra variazioni, divertimenti, adagi e allegretti, come una lunga riflessione tra musica, retorica e pensiero.

 

[La recensione di Manuel Cohen a Mario Bertasa, Tiro con l’arco, Lampi di stampa, Milano 2011, è apparsa su «Punto. Almanacco della poesia italiana», anno II, n. 2, marzo 2012, pp. 17-18.]

 

***

6 pensieri riguardo “Mario Bertasa: la variazione continua”

  1. mi unisco al grazie e all’abbraccio all’immenso Francesco e rinnovo il grazie all’immenso Manuel che già a suo tempo mi aveva assai stimolato con la sua recensione su “Punto”.

    Per le cronache musicali, con rimando alla chiusa della recensione di Manuel, ricordo che da qualche mese “Tiro con l’arco” sta girando assieme ad una bella band di musicisti, la Banda Putiferio di Daniele Manini, Roberto Barbini & C. (www.putiferio.it), con un recital, “Affinità insettive”, nato proprio dall’incontro con la poetica del “cant’attore” Daniele “Putiferio” Manini. 11 canzoni e 11 pagine del libro (e un paio di bis…) si affiancano evidenziando un sotterraneo immaginario comune che noi stessi non immaginavamo così vasto quando venne l’idea di lavorarci.
    Nel recital fanno capolino anche due pezzi di Fabiano Alborghetti (“Portiere scrivente”) e Stefano Guglielmin (“Il campanile di Curon”) che Daniele e Roberto avevano a suo tempo musicato, quasi a suggerire che il progetto non nasce da un dialogo monologante, ma da un territorio relazionale di scritture e suggestioni di cui ciascuno si fa risonanza, al di là dell’impronta autorale che ricerca, con fatica e perseveranza (e nel mio caso, aggiungo, sfiancante lentezza) individuali contrassegni e marcature.

    Un caro saluto a chi legge
    Mario

  2. colgo l’occasione di ricambiare, con gioia, un vecchio saluto di e a Mario. E mi scuso per azzardare pure qualche altra parola. La poesia di Mario Bertasa mi ha sempre dato un poco il capogiro (con i suoi scarti, per il continuo inatteso) ma spero che lui voglia prendere questo succinto commento per quello che è: un complimento molto sentito.

    Un saluto anche a Francesco, a cui devo scrivere da troppo tempo.

  3. la gioia è reciproca, Federico! Un caro abbraccio e un grazie per il complimento: inizierò a mettere da parte qualche buon rimedio naturale contro le vertigini…ah, ah, ah! Intanto possono sempre andar bene i suggerimenti del mio maestro di arrampicata: “Prendi fiato, respira, pensa con le gambe”

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