Cantico di stasi (II)

Antonio Berté, Il sole perduto

Marina Pizzi

 

Testi tratti da
Cantico di stasi
(2011-2014)

 

37.
invia il sale all’unità degli occhi
dài soccorso alle lapidi bambine
dove s’intromette il sorso del diavolo
o il cannibale volo della cornacchia
rumorosa. abbi pietà di me che salgo
lungo navate viscide di brina
e conseguente il lamento quotidiano.
nonostante l’avallo dei ciottoli per correre
resta la fiaccola di non capirci niente
né sotto ruota né in apice di gemma.
il mare che azzera le pignatte
non sa fare la polenta della nonna
né la cometa azzurra delle fate
lamentevoli qualora le si lasci spente.
io piango l’avventura della roccia
la scialba calamita del bello fiore
la baraonda dei casi di diamante.
inverno toccherà la ronda dei fantasmi
il mito caro di dirsi fuoriusciti
dalla vendemmia di vendetta. non ci sarò
pertanto per additarmi vinta.

 

39.
invecchia la primavera in un arancione di gambi
la briciola del passero avvera la pietà
se da domani scricchiola l’inverno
e il paese doma la cicala
patriottica e ribelle.
di già palese l’eredità tombale
quando chiunque tace sulle sevizie
subìte in età solare. la massima mansione
è sanatorio d’astio quando qualora qualcuno
sorride d’ilarità finale. gaudio da scoglio
somigliare l’angelo traguardo nel dado fido.
il tutto il mio saluto arriverà premura d’angelo
finalmente la gerla di una mole di fiori
dove qualcuno riderà ragazzo
ed io simile sarò. scherni d’innesti non saranno
i fratelli trascurati dalla baia del porto
dove si foggiano gli orfani. tamburi di norme
le direttive del cielo o la barzelletta blasfema.

 

41.
sarà così che andrà via l’umano
dal sangue prolisso dell’invano,
la gloria scalcinata dell’infanzia
quando mia madre m’incise il cuore
per una manciata di cipressi plurimi
dove nessuno osa ridere la nenia
di guardarli. in pugno all’osso di mio padre
morto questa cometa resa permuta di sé.
la giuria della foce è il disinganno
protervo quando una rupe in fretta
canuta. la tuta della neve è un pupazzo
che fa cadavere sulla panchina
patente noia della vita china.
il feretro del sole non sa promettere
che regalie di ceneri. il ghetto del sopracciglio
non mi fa vedere che ombre nel breve viale
che sperpera la rosa e la inuma.

 

44.
elemosina stellare il coro del lutto
dove si trovano gli elenchi delle stasi
e le vermiglie monadi del sale
dove gareggia la miglior giovinezza
e s’inquina l’ufficio giornaliero
tra venuzze di strade senza fine
per l’elegia di nozze senza senso
dove troneggia estate la superba.
venuzze d’altro mondo fare la guida
verso paesi dotti di ossigeno
mangimi per gerundi stare allerta
quando prevale l’enigma di tanto male
tra lo squallore del legno e le formiche
che schedano l’alloro della gioia
in un divario di denaro per assassini
in un urlo di silenzio per l’avaria
del tetto senza amore. incudine di satana
vederti morire da sotto le squame del serpente
per addii di gruppo dove si muore
in assoluto candore. viltà del sale
il peso del romanzo giallo su nel viale
che sale alle panchine. italiano il chiodo
sulla fronte dove si appende amore
e la condotta anemica del dubbio. inediti
viali di leccornìe le fate.

 

46.
dica di me l’orazione funebre
la squallida via della stazione in sé
dove s’incalza la darsena in rovina
e la sentinella del bacio non sa danzare
la rotta verso il secolo senile.
uncinata la pelle si dà al rantolo
al peso marmo della scalea in aiuto
tanto per non flettere la vita.
qui intorno al letto stiamo senza dare
la mano della tonica fortuna
né la dacia per tornare in corsa.
già qui si abbatte l’eremo del sale
la terra vuota senza emozioni
né vezzi per le rondini girandola.
in pace con l’acido del diavolo
velo nel docile sudario
il volto magro del tuo rigido dormire.
invece morta gronda la tua sfinge
figliolanza del gelo per rottamare
chi fosti stimolata dalla gioia.
muore marina la resina del fatuo
tuo addobbo di madre giovane
in fato con la gloria di non essere.

 

50.
offendere l’alba è la rinfusa del dolore
dolorarsi in sacchi di iuta
patemi di angeli offesi
da sotto l’alba che non aiuta luce
né la chimera di badarsi nati
sotto germogli che non si aprono
né incidono la terra con la gioia
di qualche petalo schiuso
per il luccichio della fiaba.
il prezzo del cipresso non scarseggia mai
anzi di avvita girandola di occaso
mare scalzo di nebbie cattive.
autunno di mormorio le foglie morte
dove si cresima il modo di morire
sisma il singulto un altro dovere
quale resina di addobbo per cipressi.
qualora affretti l’ilarità del vento
nulla sarà manciata di quest’enigma
malevolo al tatto e alla meraviglia.
ingludimi in te gioia di pantano
perché io possa studiare la meraviglia
di ergere un diario esplosivo
oltre la rondine priva di cimasa.
non patema di Augusto la ventilata soglia
anzi si oppone la terra allo stormire
di un arcobaleno di bonaccia senza la madre.

 

54.
pietà ritorna in fase di collasso
era l’inverno che mi salassava
il ventre e la nomea del sale
a far verdetto. nel sale che fa rantolo
la nebbia si adotta la scodella del viandante,
fosse cortese il panico la pallida aureola
del mio sconforto partorito dal torto di restare
residuo di vita traballante straccio.
in braccio alla maniglia della rondine
apro il mio risucchio la povertà guardinga
di sfatare chissà quale maestria d’orizzonte.
oggi si piange per sempre sul sereno
sul labiale di chiedere il chiaro
per una bastevole entità di nicchia.
in pietà di chiodo arrivi santo
il traliccio che insinua malinconia
la trebbia di starsene morenti
sotto la reggia della gioventù sfinita.

 

56.
mi va di piangere col sole nero addosso
lo sgombero opaco di qualsiasi favola
la merenda che ingombra le tasche
da piccoli. la spazzatura degli orti blasfemi
la chiamo origine, genio di pettine per far
felice una donna durante l’età infelice quella
a verdetto di vecchiaia nonostante le poche rughe
e il sorriso smagliante. da poche anfore ho fatto
sorgere una vestale per angelo custode: bufala
di fede.

 

63.
soglia di cometa starti a guardare
amore di soccorso sorso buono
la demoniaca del rantolo blasfemo
dove si mura l’età del canto.
in un eremo che certifica la rotta
la rosa spampanata fa da pianto
questo ridosso che non aiuta a niente.
l’infuso per la febbre mi aiuta a campare
la terra desolata delle tempie
il bilico del panico irruento.
non andartene da me nell’ora stramba
ma badami di coriandoli arcobaleni
la soglia di non andarmene braccata.
in rotta con la cantica del dubbio
c’è la spina del rigagnolo di sangue
la brutalità dello scempio di guardare
imputati innocenti verso le celle.
dio dell’abaco mi costringe al giro
di genuflettere l’aurora con l’occaso
per sparpagliare le norme salva tutti.

 

68.
Ammanca sotto i cristalli degli angeli
questa sommetta nuda elemosina
sposina con la resina della morta
aurora. il letto della rondine è la gioia,
la rovina del fato essere vivi
sotto roghi di lacrime e belletti.
ormai si arriva a cresimare il diavolo
questi marciumi misurati di denaro
per gli avanzi di sempre ogni dittatore.
qui si palesi la fronte delle rondini
infantili per sempre sotto le crepe.
indugia sopra il ponte perfino il ladro
incredulo di passare l’altra sponda.
di me sarò l’altra sponda tra poco
quando lo sposalizio mi vorrà uccidere
finalmente saziare di buio.

 

70.
vorrei azzerarmi in un cantico di stasi
fare da zattera a una manciata d’ombre
che cantino fraterne l’armistizio
come in casa d’altri la gentilezza
per far sì la figura dell’orto
senza parassiti. il cielo è d’acrobati
pronti solerti libellule anche se alcune
lesinano.

 

***

3 pensieri riguardo “Cantico di stasi (II)”

  1. Desidero esprimere la mia ammirazione per la poesia di Marina Pizzi e dire che questi versi sono ben dentro quel che succede in questi giorni (o dovrei dire ben dentro a quel che da sempre nella storia succede di violento?)

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