Marzia Spinelli: stanza madre

Marzia Spinelli Manuel Cohen
Marzia Spinelli

REPERTORIO DELLE VOCI
NUOVA SERIE, N.9 (XXXVI)

Marzia Spinelli: stanza madre.

Tu sei la sola al mondo
che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre,
prima d’ogni altro amore.

(Pier Paolo Pasolini,
Supplica alla madre)

… Tu sei di tua madre
lo specchio ed ella in te
rivive il dolce aprile
del fior dei suoi anni …

(William Shakespeare)

Nella collana ‘Le gemme’, curata da Cinzia Marulli, vede la luce il secondo, notevole e maturo libro edito di Marzia Spinelli, già autrice di Fare e disfare (LietoColle 2009), tra le fondatrici di «Linfera», e redattrice di «Fiori del male»: due riviste tra le più attive in area romana. Nelle tue stanze è una plaquette poematica, a tematica epico-domestica, e di levigata, elegante scrittura contraddistinta da una forte allusività analogica (nel dominio della metafora e dei tropi di tradizione), in cui due istanze, una emotiva e ricognitiva, l’altra razionale e cognitiva, appaiono perfettamente in equilibrio, e in equipollenza. Così annota Alberto Toni nell’introduzione: “si assiste a un continuo assedio di un unico ricordo, che si stempera e si riverbera in una compostezza che evoca figure, luoghi, nel tentativo di ridare un nome a ciò che è stato e si è vissuto.” La suite si articola in 24 stanze o movimenti, preceduti da un breve testo proemiale e da uno finale. Occasione del libro è la perdita della madre, un motivo emblema, tanto ancestrale e tanto vitale, e un motivo guida che induce l’autrice a ricercare nessi e ragioni intime, regioni e luoghi dell’origine, a instaurare poi un dialogo a distanza, a intessere una relazione filiale e sentimentale, tra passato e presente, vita e morte, biologia e destino. Ecco allora il ritorno contrassegnato da una dimensione di interiorità notturna, di paesaggio interiore e di paesaggio introiettato: “Notte, eri voce del Metauro / a traversare la pietra rifatta / a cancellare / d‘ogni paese la pena. / Era notte l‘inverno e portava ombre“; di notte del cuore, di una oscurità degli anni e dei giorni a seguire, tra le stanze disabitate, un tempo abitate da madre e figlia; ecco la regressione a I paesi del Metauro, alla terra marchigiana di provenienza, alludendo al fiume di civiltà rurale e millenaria: “Nel buio la valle aveva la sua luce, / una piena silente di trincea: / fu sempre specchio, filo / d’Arianna, fune ogni oltre dove“. Di stanza in stanza, come in un classicissimo canzoniere scritto in absentia, il poemetto si fa regesto e cronaca, evocazione di esistenza segnata da abitudini feriali, stigma di dolente affettività: “le stanze da te abitate, / le mura solide aprivi al giorno / e firmavi il tuo sigillo alla notte, / ma seduta ti trovavo, / tra le carte disordinate di casa, / i panni stesi al frastuono di fuori, / eri fanciulla con un balzo d’atleta / per dissetare e nutrire il mio passaggio”. Si fa memoria ridotta all’osso, scarno ossario di diario terminale: “L’ultima stanza è l’ultimo giorno, / il più lungo, poi ti portano via.” Ma il dolore per la perdita materna, la riflessione sulla morte o fine (con un portato di simbologia rurale e parimenti evangelica: i chiodi, la sete, la vendemmia, la semina: “Ora so che è semina il Tempo, / porta tutto a vendemmia, anche le stelle.”) si fa chiave d’accesso a un heideggeriano Essere e Tempo, a un sentimento, un presentimento potremmo dirlo o sia pure una preveggenza, di dolore ad ampio spettro, di perdita, di ‘umana gettatezza’ che si sperde nel buio della notte siderale, “nel gelo del Tempo”; un tempo storico e metastorico, interiore e cosmico: “il Tempo ci passa sopra”, che sovrasta le vicende e le storie. Tempo perduto e ritrovato nell’esemplarità di alcune immagini dai tratti segnatamente ‘di genere’, dal DNA femminile, come questa, dalla postura classica, di una attualissima Niobe: “Siede il Novecento / su la tua schiena curva di superstite // air bag di bombe e di rese // era cibo la Storia nel guscio / chiaro dei più limpidi ricordi / la guerra, il matrimonio, la mia nascita / il diario comune di ragazza // nell’infinito sbando dei venti / e le tempeste / l’arco minuscolo, la parabola, / il perimetro del mio secolo”.

 

Testi

 

I
I paesi del Metauro

Notte, eri voce del Metauro
a traversare la pietra rifatta
a cancellare
d’ogni paese la pena.
Era notte l’inverno e portava ombre,
schizzi neri a segnare i campi e la terra,
ma bianca restava la neve
sopra i tetti vinti dal campanile,
dall’aura bigotta che solo il fiume
arginava. Notte dietro mani giunte al domani.
Nel buio la valle aveva la sua luce,
una piena silente di trincea:
fu sempre specchio, filo
d’Arianna, fune ogni oltre dove.

 

V
se è il giorno o la notte fa lo stesso
l’ autunno di adesso m’ha fermata
alla tua ultima estate
fisso a quel nulla il tuo orologio
continua a chiedermi che ora è …
dormivi poggiata su un meccanico mistero
una terra bianca
di cui progettavi, raccomandavi
cenere di verità.

 

VII
le stanze da te abitate,
le mura solide aprivi al giorno
e firmavi il tuo sigillo alla notte,
ma seduta ti trovavo,
tra le carte disordinate di casa,
i panni stesi al frastuono di fuori,
eri fanciulla con un balzo d’atleta
per dissetare e nutrire il mio passaggio,
allineavi vetri d’acqua, vino e liquori,
fino a casa durava
l’odore del cibo
traslocava e consumava
una fatica storica d’amore,
era un amore sbriciolato
il giorno dopo,
buono per un altro pasto,
spariva d’improvviso, si buttava
la carta, l’involucro, il nastro
troppo stretto il nodo bisognava tagliarlo.

 

VIII
a dimenticare la voce
ci vogliono anni, mi dicono.
Parlano come sapessero
tutto dei morti. Hanno pena sincera di me,
straniera approdata.
Stesso dolore, stesso cuore pesto,
abisso che si tace, se ne parla da soli
come colloquiano i matti.

 

XVI
Sogno acqua, tormenta di gente
che vaga da buio a buio,
corpi, mondezza, e un’infinita pioggia
di rami, di edere mozze.
Tuona dolce la voce di mio padre:
svegliati figlia,
tengo il tuo respiro nell’incavo della mano.

 

XVIII
la sete di questi versi è il tuo ricordo
bevo gocce di vitamina
come la spremuta che offrivi
rossa di semi e minuscoli fili
e premo come te
a pigiare l’essenza dolce
d’una cura, mi rinasceva ogni volta …
ora distillo parole
per un afono destino
solo viatico del cuore
chiuso nel silenzio
dove frastuona la memoria.

 

XX
Siede il Novecento
su la tua schiena curva
di superstite
air bag di bombe e di rese
era cibo la Storia nel guscio
chiaro dei più limpidi ricordi
la guerra, il matrimonio, la mia nascita
il diario comune di ragazza
nell’infinito sbando dei venti
e le tempeste
l’arco minuscolo, la parabola,
il perimetro del mio secolo.

 

[La recensione di Manuel Cohen al libro di Marzia Spinelli, Nelle tue stanze (introduzione di A. Toni, Edizioni Progetto Cultura, Roma 2013) è apparsa su «Punto. Almanacco della poesia italiana», anno 4, n. 4, aprile 2014.]

 

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