Cartografie neodialettali

Maria Lenti Maria Lenti

Introduzione
di Gualtiero De Santi

La storia delle idee e della poesia sembra essere per molti segni la ricerca dei contrasti e degli accordi fra istanze innovatrici (anche nel senso di una conoscenza della realtà) e attitudini invece commisurate a mantenere posizioni di rendita, a configurare spazi anacronistici, o peggio ancora a restaurare un antico spirito della letteratura che ormai dovrebbe aver fatto il suo tempo ma che, a partire dalla fine degli anni ’80, è stato capace di reclutare accoliti anche tra quanti ostentavano una qualche esigenza di novità.
E’, questa, l’eterna nostra questione della cortigianeria degli intellettuali. Così ci si potrebbe interrogare sulle ragioni per le quali le ambivalenze ma insieme anche le potenzialità positive
della attuale letteratura (lirica poetica critica teatrale) abbiano deliberatamente messo in disparte ogni sfida epocale per reiterare giulebbosi adagi e insieme confermare tutti i tipi di oppressione, anche di segno estetico.
Quella ricerca di conflitti e di contraddizioni ricordata all’inizio ha battuto negli ultimi due secoli le strade della modernità, tematizzandone i numerosi snodi e ripensando criticamente il passato. Il fatto è che letteratura e poesia saprebbero ben istituire un banco di prova in grado di mostrare ciò che sociologie, scienze politiche e garbugli economici descrivono o fanno capire sino a un certo punto. Ma – e questo è il dato – ancor più una tale funzione compete alla letteratura dialettale o, per usare un aggettivo ormai invalso e accettato, neo-volgare; e tanto più rilevanti appaiono in tal senso le esperienze compiute dai linguaggi poetici dialettali in quanto ricerche linguistiche intimamente intrecciate con la poesia, esperienze in bilico tra passato presente e futuro, tra oralità e segno, tra una memoria condivisa e le capacità evocative del singolo.
Nell’intersezione tra Moderne e post-moderno, la poesia neo-volgare sembrerebbe dunque in grado di giocare tutte le carte a propria disposizione mettendo a frutto quella immanenza nella realtà che deriva dall’attitudine umana al parlare. Così l’antico raccontatore delle zirudelle e di versi popolari, legato ovviamente alla psicologia elementare della propria gente, a metà del Novecento si è trasformato in un autore a tutti gli effetti, e nel superare le identità gergali ha trovato il modo di coniugare il contingente con la sperimentazione, convertendosi alla fine – adottiamo l’immagine benjaminiana – in un flaneur che si volge elitariamente a una verginità espressiva e linguistica tramite il rigetto di una letteratura e una poesia ormai di consumo. Ma un atteggiamento altrettanto coinvolto e engagé (nel senso etimologico del termine) e persino blasé, è quello dello studioso o del critico che non scelga di abitare il conformismo.
Questo saldo e articolato libro di Maria Lenti è da considerare alla stregua di un preciso, e anche dettagliato e alquanto minuzioso (visto il metodo d’analisi adottato dall’autrice) contributo alla storia della poesia neo-volgare e, anzi, si potrebbe dire, della poesia tout court. Nondimeno basta soltanto scorrere l’indice dei saggi e delle note brevi, per avvedersi che non si è in presenza di una costruzione astratta discendente da teorie programmate alla volta di un qualche approdo o di una pur aperta conclusione. Al di là del dato strutturale, non c’è traccia di teleologismo, e questo è positivo.
Intanto l’esposizione pur nella forma circolare non si pone un problema di periodizzazione o meglio di rappresentazione esaustiva; se di storia si può parlare, è questione di lacerti e frammenti di scritture e immagini, di annotazioni critiche e figure. Quando affrontate direttamente (come e nel caso di Tonino Guerra, la cui conoscenza e presenza in questo libro procede sugli accordi di una intervista, genere se così si può dire in cui Maria Lenti si è da sempre distinta). Quando invece formatesi su un mannello di saggi e di recensioni che, pur nella concisione e rapidità, ci si presentano sotto specie di concreti contributi critici.
Infine, se la struttura soprattutto nel rinvio al fondamento degli argomenti affrontati, non intende vantare di per sé alcun concetto preventivamente unitario, è la determinazione concettuale e critica di quelle stesse problematiche a fissarne le polarità di sintesi. Un qualcosa che interviene sempre, o quasi sempre, con i saggisti e certo ancor più nel caso dei poeti. Ora Maria Lenti è in questi testi nelle vesti di interprete delle opere altrui, ma la sua autocostruzione autoriale, essendo lei a propria volta scrittrice, non viene cancellata né dunque può in nessun modo venire ignorata da chi s’inoltri nella lettura. Va insomma tenuto presente che è lei stessa poetessa e narratrice.
La composizione del libro, l’abbiamo detto, è come a nuclei contigui ed ha forma di costellazione. Volta a volta, molto incentrandosi sui singoli autori (numerose le pagine su Tolmino Baldassari e anche su Cesare Ruffato), ma insieme selezionando determinati spazi culturali e linguistici. Il che – va rilevato di passaggio – potrebbe anche implicare un resoconto dei problemi e degli autori in chiave persino geografica (e tale avrebbe anche potuto essere lo schema di assemblamento dei materiali). Ma come in questo libro e nel libero disporsi delle sue tessere non si hanno richiami almeno dichiarati a schemi geo-critici (per dirla con un più moderno riferimento), in ugual modo non si riesce a pensare a una posizione estetico-metodologica prefissata, in un senso tale da orientare la materia proposta e indagata e i ragionamenti connessi.
E tuttavia non si potrebbe neppure immaginare una qualunque determinazione concettuale del lavoro critico ove lo si privasse del fondamento gnoseologico ed estetico, l’uno implicante l’altro. Il fatto che la critica sia anche un procedimento verso la conoscenza, e che essa non si dia nel vuoto, in una asettica bottiglia di vetro sospesa in aria, ma stia invece in un campo semantico attraversato da tensioni storiche, da contraddizioni di genere (particolarmente care alla prassi della nostra saggista) e di potere, richiama per necessità quei dati formativi che per Lenti sono nella loro valenza libertaria Gramsci e Rosa Luxemburg; ma poi rinvia anche all’arco dei successivi contributi teorico-letterari (in primis quelli del femminismo e della psicanalisi) avutisi in Europa e negli Usa, ma anche in America Latina, dagli anni Settanta del secolo passato sino ai nostri giorni.
Tutti questi rilievi pur concisamente accennati e che vanno anche presi con le molle, hanno indirizzato il lavoro culturale di Maria Lenti ma non lo hanno chiuso, non lo hanno soffocato o esaurito. I diversi momenti analitici, arricchiti da quei procedimenti legati al respiro creativo dell’autrice (una sorta di Atemwende, di svolta del respiro poetico dei versi, che si ritrova nei suoi procedimenti critici) e al suo pensiero, sono sistematicamente rilevabili in sé. Intuiti dall’interprete e per questo indagati, approfonditi. Il desiderio dell’esegeta letterario non è insomma garantito da alcun apriori. Né nulla viene a dirci alcunché prima che lo si possa percepire attraverso il testo critico e più ancora lo si possa stringere in un senso possibile.
La vita della scrittura è infine il rischio di quella scrittura stessa, non ricavabile dai concetti che la precedano e presuppongano. La sua avventurata tensione, anche nel campo critico, è infine muoversi in filo con l’altra scrittura con cui sceglie di confrontarsi e sulla quale prende a misurare i propri snodi. Dunque, piuttosto che l’eloquenza cosi dei simboli come dei concetti, vale nell’esempio di Lenti ciò che in via rapida potrebbe definirsi la verità dell’indagine. Che è ricercare appunto la verità di una scrittura, poetica nel nostro caso, e del suo autore, come però altrettanto dell’interprete, dell’esegeta.
Facendolo tuttavia con l’attraversamento di uno spazio che appartiene al dominio del segnico ma insieme a qualcosa che evochi l’inespresso, l’impensato: qualcosa che si dia oltre le figure degli autori o i loro intendimenti. Qualcosa infine che si sottrae ad ogni nostra persuasione e che la scrittura critica ha per compito di portare alla luce ma altresì di immettere in un movimento più ampio.
Evidentemente, considerate la sua formazione e la cultura acquisita, si ha pur sempre negli orientamenti di Maria Lenti, non soltanto critici, un forte legame tra segno e designato. E questo che è della sua scrittura poetica pur nella sua complessità e non linearità, lo è simigliantemente della pagina critica. Ma come s’è appena qui sopra affermato, anche nel saggio e nel testo di recensione si gioca la partita tra l’ombra e la luce, tra il percepito e l’esplicazione.
Quel processo di chiarificazione che pure sembra necessario al critico, cede il passo a una pratica di interrogazione e tallonamento, di decostruzione delle parole e di una loro reintegrazione in successivi tessuti, che come abbiamo detto vale anche quale personale interpellarsi. «E il senso?», scrive la saggista affrontando il “sillabario rotolante” di Tommaso Pignatelli. «Esiste? E’ da cercare?».

La critica è perciò anche costruzione – pur sempre in rapporto al testo – di un sapere che non si voglia standardizzare e normalizzare, focalizzato sì ma non unilaterale, per certi versi rizomatico in una netta prospettiva di gender che però anche interroghi l’altro e ne accetti la verità. In questo senso, e in questo libro, l’altro può essere il poeta di sesso maschile (che si tratti di Franco Loi o di Salvo Basso, oppure di Gianni Fucci) anche se non mancano esemplificazioni femminili. Ma è anche il poeta che scrive non in lingua ma piuttosto in neo-volgare. In una lingua, cioè, che è popolare ed aristocratica al contempo (valga il caso di Baldassari), giacché bilanciata in un laboratorio e sopra parametri eminentemente letterari e poetici.
Una lingua oramai coltivata e sottile, tutt’affatto elaborata: «Dialetto, lingua culta: non lingua relegata nella comunicatività immediata, istintiva e, ancora una volta, alleata in poche valenze. Lingua culta: cercata, ritrovata, reintroiettata, rivissuta, quindi scritta».
A quali approdi pervenga Lenti con questi suoi scritti è arduo e facile a dirsi nello stesso tempo. Operando, come le avviene di fare, su uno spazio aperto e mobile, dietro raccolte che le arrivano dagli autori e che lei gratifica e approfondisce con recensioni, oppure accordando la sua partecipazione a monografie e a seminari e convegni, la studiosa urbinate elabora una sua scrittura critica procedente su una mobilità contratta in improvvisi e contrappunti, in dissolvenze e rimesse a fuoco delle immagini. In un respiro (riusiamo il termine) quasi a sistole e diastole.
In questo senso le figure che tratteggia dagli sfagli della memoria e dalle fenditure testuali, sono immagini che, per un tratto ferme e sospese in silenzi, vanno poi a scorrere in un alveo in cui siano infine riconoscibili le relazioni, letterarie e sociali. Ciò in un lavoro attentissimo, svolto con la mente ma mosso dalla percezione, anche ovviamente da pulsioni corporee; guidato dagli intendimenti letterari ma anche dalle intuizioni della sensibilità. E che ingenera l’atto traspositivo di testi che più finiscono col gravitare in equilibri ogni volta diversi, più riannodano in un disegno maggiormente unitario quelle differenze.
C’è infine in Maria Lenti una dimensione a canone sospeso, aperto, che delinea un caleidoscopio altrettanto libero del processo espressivo neo-dialettale, e non si stringe in nessuna griglia.
Quando, recensendo una antologia curata da Achille Serrao, la scrittrice urbinate si chiede cosa possa restare allo spegnersi del secolo di tutto quel fervore di lingue e dialetti, la risposta individua primariamente la vita. Che potrebbe ben essere la ragione essenziale, e anche linguistica, della lirica neo-volgare.
Anzi, si annota nel testo in questione, essa è qualcosa di più: «Dialetto, lingua del futuro come corpo di un dialogo, profondo, con quanto nella vita si vive e si interiorizza, in quelle linee che ne contraddistinguono il cammino al di là degli accadimenti troppo giornalieri e quotidiani. Che, anzi, il valore del dialetto come lingua poetica – recuperata non solo dalle radici matrie ma anche da quelle culturali, tanto più nel Novecento visibili anche in un bacino critico – consiste in quella sua capacità di attingere soglie sottili ed ambiti universali dell’agire e dell’esistenza dell’uomo».

Anno dopo anno e anche evidentemente nel ruolo di saggista (accanto a quello di poetessa e narratrice), Maria Lenti ha dunque ritrovato la condizione mimetica di una resistenza alle contraffazioni della post-modernità. Lo ha fatto lavorando criticamente sulla poesia in italiano e insieme su quella dialettale, involta quest’ultima in un rapporto drammatico con la realtà ma sempre vicina all’origine, alle radici. Del resto, come ha osservato Pietro Civitareale, quel sostrato di materialità e dunque di verità presente nella lingua lo percepiamo maggiormente nel dialetto e ancor più nella poesia dialettale.
Scrivere dunque su questi autori, sui poeti che continuano tuttora a inseguire un orizzonte di libertà naturale, vuol dire combattere i punti morti della modernità. Sempre che questo non avvenga da un’angolazione pacificata e che quanto torna alla luce, mi si passi l’espressione, sia scavato e disterrato in grazia di un libero e “franco parlare”.
In ragione anche di ciò il metodo di lettura, pur filologicamente fondato e aderente alla materia analizzata, va a fissare distinzioni e puntualizzazioni. Mai articolandosi in modo definitivo e però allargando spazi, illuminando zone buie e quelle faglie, quei punti di criticità che una sensibilità femminile riesce a cogliere più intensamente. “Fitto e intricato è il ricamo delle circostanze”, ha scritto a suo tempo Wisława Szymborska in una sua lirica. “Si da il caso che io sia qui e guardi”.
Infine l’atto interpretativo, anche se applicato alla poesia dialettale che potrebbe apparire maggiormente espansa e prensile al senso di un lettore, è un esercizio di ricerca in cui il gesto appunto dell’indagare sta sempre in tensione rispetto al rinvenimento di qualcosa o qualcuno. “Sopra di me una farfalla bianca sbatte nell’aria / ali che sono solamente sue, / e sulle mani mi vola un’ombra, / non un’altra, non d’un altro, ma solo sua. / A tale vista mi abbandona sempre la certezza / che ciò che è importante / sia più importante di ciò che non lo è”. Cosi chiudeva sempre Szymborska la lirica su accennata, Może być bez tytułu (“Non occorre titolo”). Non essendo la poesia unicamente enunciazione, non c’è nicchia che essa riconosca per inattaccabile, né esistono di fronte a lei verità inattingibili. In tale ottica anche l’esercizio critico che problematizzi la materia rivela pienamente la propria pregnanza e la propria necessità.

Maria Lenti, Cartografie neodialettali
Poeti di Romagna e d’altri luoghi

Introduzione di Gualtiero De Santi
Villa Verucchio (RN), Pazzini Editore, 2014

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5 pensieri riguardo “Cartografie neodialettali”

  1. Di sicuro un saggio fondamentale per fare chiarezza, in questa temperie nebulosa che attraversa la ricerca sulla poesia contemporanea, che assiste nell’indagine chi volesse fare luce non solo sulla poesia neo volgare, ma anche sulla globalità delle scritture poetiche.L’ introduzione così analitica di De Santi invoglia fortemente a leggere queste attente riflessioni della poetessa-saggista Lenti.

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