Kleist

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Ilaria Seclì
Andrea Leone

 

Dirò dunque quel
che ho visto ed è
.

 

Sopravvissuto al mondo, nato a sproposito, imperdonabile. Kleist.

Il Caucaso è il suo destino, votato all’irripetibile eppure costretto dall’appello della nascita a piegarsi, piagarsi, per forza di respiro, ai rituali mortiferi della macchina, alla monotona crocifissione direbbe Artaud, e per di più, su una croce di legno scadente. Il becco d’aquila in dotazione ai giorni, inflitto pane quotidiano, condanna.

Kleist, angelo purissimo tra ottusi funzionari della specie, è il protagonista dell’ultimo romanzo di Andrea Leone, pubblicato da “20090” nella nuova collana Miyagawa.

Kleist è angelo tra i malati mortali che infettano con la loro malattia inguaribile, col loro esercizio di mediocrità, stiletta ossessivo Leone. Lo stesso esercizio imposto dai padri, lo stesso che nutre irrimediabilmente e meccanicamente una servitù malata costretta a senili e patetici tentativi di esistenza, quella dei plebei funzionari della specie, quella dei soldati di stato, gli educatori che fagocitano le nostre vite, ci arruolano nel teatro della follia e della privazione di ogni libertà.

Luogo di martirio è il mondo. Questo mondo, stagnetto per omuncoli orfani di vita, stanca ripetizione e riproduzione imbecille di sì, di pseudovivi cittadini obitoriali deambulanti nel seriale accadimento del niente, nell’accidente che siamo, nella patetica debolezza e evanescenza di una vocina all’interno di altissimi abissali muri che istituzioni d’ogni sorta alzano per proteggerci dalla vita, per salvarci da essa, per farci soggiornare nella lunga vigilia e veglia che precede la morte, unico atto liberartorio, unico squarcio, svelamento.

Il martirio, per Kleist, è essere nati. L’essere costretti a un cognome, a un destino esteso quanto un acquario domestico, una rotatoria urbana, cani alla catena  sperduti in stanzoni di caserme dai muri altissimi.

Il ricamo macabro di ciò che in questo mondo non corrisponde è cucito nel nome di battesimo, nei muri delle case e delle aule. Ciò che non corrisponde sono i maledetti e i puri, esseri rosicchiati dal mondo, consumati dalla distanza col mondo. Nessuno scaffale per merce simile, ovunque tu vada, in qualsiasi supermercato della terra, nessuna etichetta li identifica. L’inchiostro della loro esistenza serve solo a condannarli all’ordine alfabetico dei registri, delle carceri legalizzate, uffici dell’anagrafe, all’eredità genealogica e tirannica della cornice dentro cui dalla nascita veniamo depositati e deposti, argomento e traccia, argine, contenitore. Dati e fissati per sempre. Dadi.

Andrea Leone ci porta ancora nel grande freddo, nell’atroce astinenza, nei perimetri asfittici senza finestre né luce delle camere mortuarie della società, della famiglia, della fabbrica indottrinante,  dell’imbecille e inetto capostipite. In questi recinti si muovono umani defunti a se stessi e alla vita, servi obbedientissimi, solerti obliteratori di tappe sociali, inseriscono e memorizzano egregiamente il PIN del loro sporco esercizio di potere. Scannatoio della vita. Remotissime connessioni umane.

Leone a ogni passo ricorda l’ignifero e feroce Artaud, tenerissima e crudele creatura immolata sull’altare marcio e misero del mondo: “Ondata dal fondo, che viene avanti con la sua orribile dentatura d’esseri, fatti per ingoiare tutti gli esseri, ma che non sanno mai dove sono”.

Come Artaud diffida di ogni porta da cui passare e nessuna gli appare sicura poiché sa che apre solo su prigioni: “Ah, se ogni camera fosse stata illuminata come al tempo in cui dai versanti delle montagne, aprendo davanti a me la porta dell’immensità, vedevo l’infinito senza serratura e senza chiave!”.

Andrea Leone continua la sua battaglia contro la legge di necessità. La sua silenziosa e nobile eleganza non glielo fa dire, ma la battaglia coinvolge tutti noi, eredi, ab origine, del cosmo, di ben altre ineffabili leggi e fulgidissimi destini. Diventati poi, per qualche decreto ministeriale, affittuari di matrioskine, feti in barattolini di  formaldeide. Non è possibile rimediare, scrive, ma almeno è possibile vendicarsi. Leone diventa anche per noi un più tremendo gigante che si oppone al gigante. Vincere o perdere è un fatto del mondo, non lo riguarda.

 

Ilaria Seclì
Recensione a “Kleist” di Andrea Leone
Milano, Ventizeronovanta, 2014

2 pensieri su “Kleist”

  1. Grazie per questa a dir poco splendida recensione: riconosco in essa lo stesso ritmo e gli stessi scatti immaginifici della poesia di Ilaria Seclì. E il “Kleist” di Andrea Leone si profila come un libro di spicco nel marasma del pubblicato.

  2. Leone insiste e affascina ancora. Sottoscrivo la recensione di Seclì, ma vi aggiungo la “pietas” per i personaggi che personalmente scorgo. Non so se e quanto voluta dall’autore

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