Stazioni

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Alfredo Panetta
Francesco Sassetto

Versi duri, che non concedono nulla a ricercatezze stilistiche, quelli di F. Sassetto nella raccolta Background pubblicata dalla casa editrice Le Voci della Luna. E non potrebbe essere altrimenti vista la materia delle sue liriche: paesaggi e personaggi di un Nord Est sempre più alienato, quasi dilaniato. Sassetto non giudica ma osserva, scruta, denuncia. Nelle fabbriche come a scuola, nelle sale d’aspetto delle stazioni o tra i vicoli delle città, la gente comune pare abbia perso la serenità e il senso del vivere. La crisi economica causata in parte dalla globalizzazione sbriciola la stabilità individuale e collettiva delle persone. E i nuovi immigrati sono un’ulteriore conferma del lento ma inesorabile disfacimento del nostro modello occidentale. Anche chi ha una professione, come Katia, è costretta a vendere il suo corpo per sopravvivere (Si avvicina e mi dice piano che fa l’amore/ a denaro in una casa di Mestre, ogni tanto,/ per arrotondare…). E chi in passato poteva contare sulla certezza del posto fisso, oggi deve combattere con le nuove regole del mercato globale che talvolta riserva drammatiche sorprese come nel caso degli esuberi di Trenitalia Notte (Ancora non ci crede, ripete quel biglietto…due righe d’orrore, esubero/ di personale, ristrutturazione, licenziamento….A NATALE SIAMO TUTTI MORTI).

Sassetto sembra prediligere l’ambiente ferroviario, non-luogo per eccellenza, come emblema del grigiore dei tempi. Neanche gli operai arrampicati su una torre per difendere il posto di lavoro riescono ad innescare tra i passeggeri quel sentimento di solidarietà tanto diffuso in un passato che sembra irrimediabilmente lontano (Nel vagone adesso la gente s’alza a scatti, occhiate/ rabbiose dai finestrini, il treno è fermo da mezz’ora/ e noi cosa c’entriamo…). Unica preoccupazione di un’umanità allo sbando sembra essere, oppio del nuovo millennio, la cura del corpo. In parte indice di un ritorno all’edonismo reganiano degli anni Ottanta, in parte reazione al malessere moral-economico dei tempi (Oggi bisogna stare bene, curare il tono muscolare…). E a chi non si adegua alla nuova filosofia delle multinazionali (E noi che non siamo stati mai di moda, noi/ sempre a sbagliare il passo della danza…) non resta che interrogare leopardianamente la natura e constatare il fallimento individuale e collettivo (Noi qui/ adesso/ che ci stiamo a fare?).

Ed è difficile spiegare la modernità soprattutto ai nostri ragazzi, vittime di una società che li considera solo in quanto usufruitori di prodotti di consumo. Ecco che Sassetto, insegnante di professione, non sa (non riesce a) spiegare ai suoi allievi un sonetto di Foscolo forse per paura del disinteresse di fronte a una classicità ai loro occhi futile e “perdente”. Come possono i nostri adolescenti “impegnarsi” a capire la bellezza della poesia quando sono costantemente e passivamente occupati a giocare alla Playstation, a collegarsi a Facebook, a usare il Tablet e via dicendo? A cosa serve sapere cos’è il “nulla eterno” o la “fatal quiete”? E anche nei testi in dialetto veneziano il tono della raccolta non muta segno, né in senso nostalgico, né in chiave di un ipotetico riscatto ( E ndemo vanti a taconar, a giustar/ stropar busi e sfese, impegnirle de malta…Qua dentro tuto se crepa, se desfa/ se sfregola ogni giorno che passa…E andiamo avanti a rappezzare, ad aggiustare/ a chiudere buchi e fessure, riempirle di malta…Qui dentro tutto si crepa, si disfa/ si sbriciola ogni giorno che passa…).

Non c’è salvezza, non c’è redenzione nella poesia-testimonianza di Sassetto. Certo la sua voce è indispensabile come ogni vera voce di poesia. C’è bisogno di tutte le nostre forze (ancestrali e culturali), sembra suggerirci l’autore, per riuscire ad orientarsi nel magma fragile e frantumato della modernità.

Alfredo Panetta
Recensione a “Background” di Francesco Sassetto
Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012

Alcuni testi tratti dal libro qui

 

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6 pensieri riguardo “Stazioni”

  1. Posso dire solo che sono commosso, profondamente toccato per la generosità, l’attenzione, la vicinanza di tanti amici e poeti. Grazie di cuore a tutti, davvero. Grazie ad Alfredo per la sua intensa, paartecipata lettura, grazie a Francesco Tomada per la grande amicizia, grazie a Francesco marotta per l’ospitalità. Ed a tutti quelli che mi hanno aiutato, sostenuto, consigliato nel costruire questo libro. Il loro aiuto e la loro presenza sono stati e sono per me preziosi.

  2. Complimenti per questi versi che, pur non rinunciando alla plasticità di un verso armonico, anzi sfruttandone l’incisività melodica, tagliano uno squarcio profondo, un urlo etico, imperioso e lucidamente analitico, di un Nord Est diffuso, nazionale se non continetale, che rappresenta il crollo delle idee, delle speranze. Ma se questa voce isolata e desolata puo’ qualcosa, sarà il richiamo ad un vivere solidale, di donne e uomini che non chinano le teste, che si cementano in muraglia e che potranno per questo schiudere gli occhi su un loro domani.

  3. Grazie Marco per la tua nota appassionata e lucidissima su queste mie poesie. E’ vero, è un nord-est “diffuso, nazionale se non continentale”, ed è sempre più ampio, forte, raggelante. Mi sembra che in molti ormai si cerchi solo di sopravvivere, tirare avanti (chiudendo occhi e bocche), senza nemmeno intravvedere un domani respirabile, spero tu abbia ragione, spero anch’io si possa costruire una nuova solidarietà, la “muraglia” di un nuovo umanesimo. Grazie per le tue parole di speranza.

  4. C’è davvero Francesco e la sua poesia in questa nota critica. La nota in più è la malinconia dello sguardo puro e vero , che vorrebbe ma non riesce ad appassionarsi alla nostra civiltà quotidiana, quella carica di sovrastrutture inutili e alienanti. La sua poesia ci “cambia pelle e sguardo”, ricordandoci che la vita è da scoprire oltre. Bravo\bravi.

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