Eros e polis

Claudia Zironi, Eros e polis

Selezione di testi tratti da:

Claudia Zironi
Eros e polis
Terra d’ulivi Edizioni, 2014

ti chiamerò Xióng*

Una sillaba, basterebbe
una sillaba – si diceva stanotte.
In bilico sul bordo tu, Xióng
con i tuoi tagli sul torace e lenti
spesse ad occultare lampi
fai un passo indietro
nel sonno, ti neghi il sogno
mentre cadiamo e ancora
non si scorge il fondo.
Cerchiamo appigli
cui aggrappare l’arte, Xióng
invano. Se non conosciamo
la sillaba per prolungare
questa nostra notte.

________________________
*trascrizione pīnyīn del carattere monosillabico che è radice del nome “orso”

*

ti potrei parlare della vita

Ti potrei parlare della vita, di quella volta
che sono stata Dio nella mia pancia, ti potrei dire
di come sia facile confondere
ragnatele con amore e di come fa paura
solo ciò che non si conosce. Sulla morte
ho scritto un libro, forse lo leggerai,
ma non è un tema importante. Potrei anche
valutare qualcosa di artistico
o di formale: che tempo fa da te, oggi? Poi,
potrei mandarti una canzone
di Cohen, con dentro tutto quello
che una donna desidera sentire.
Se conoscessi la risposta, potrei spiegarti
perché corro, della fretta che ho
di arrivare in fondo. O potrei anche
smettere di parlare e rimanere a lungo
in ascolto della tua voce, senza respirare.

*

la goccia

Cercando il contatto sul proprio terreno si smarrì nell’ego di lui,
la battaglia era persa, forse la guerra. Era finita?
Volarono alte le gru sulle torri portando sudari.
Il vuoto
colmo della luce bianca di Dicembre era
invitante
punto di separazione degli sguardi. E dei corpi.
Soprattutto dei corpi,
ché quello era il dilemma: recidere
i lacci
delle pelli accarezzate, dei ventri sfiorati, delle cosce battute,
delle lingue abbattute, degli orgasmi irrisolti, degli occhi ridenti e dei denti
raschianti.
La goccia.
La pioggia simulò una lacrima.
Si insinuò dove la lingua si era insinuata molte volte,
troppo poche
ancora.
Si sciolse in sapore di ammoniaca dolce, la stordì.
La accecò. E in cecità, e in sapore seppe.

*

inchiostro e carne

Ci avvinghiamo
a un’illusione d’eternità, ci appendiamo
a un trasporto, a una sponda d’alba,
a una passione di tramonto, cerchiamo
l’ispirazione per danzare,
la tensione per tenere
inchiostro e carne insieme
in questa farsa
d’esistenza. Con finta noncuranza
mentre ci disfaciamo discutiamo
di cremazione,
di disperdere ceneri di carta
al vento. Con finta attenzione
ci dedichiamo
ad opere di riproduzione,
impotenti seguiamo
la corrente. Ci rintaniamo
sotto ai primi scogli.
Ci ha partorito il mare: siamo
seppie, e delle seppie gli ossi.

*

Selezione di testi inediti

Fra mille anni, prometto
quando io sarò uomo e tu donna, o
io albero di kiwi e tu cavallo, o nuvola
tu e io campi, oppure semplicemente
due cellule uguali della stessa unghia
o fossimo anche due potenti guerrieri
o due monache di clausura, o esploratori
dello spazio diretti io su Marte e tu su Urano,
bambini gemelli, madre e figlio, sposi,
ti prometto che mi ricorderò di questa vita
dei tuoi baci e del dolore che da noi è nato.

*

Eri la parola, eri il futuro, avevi preso
il posto del tramonto. Ora, uomo
che sei dolore fisico nel vuoto,
non bastano unghie come chiodi
conficcati dentro un palmo
se il tuo nome viene
inavvertitamente pronunciato.
Se il tuo nome è nel pane, nei luoghi,
nei pensieri, in due lucertole
che si amano correndo, nel sorriso
sotto a seicento ulivi nel solstizio,
nella parola di vino annegata.
A scrivere la favola di Cristo
fu di certo una donna abbandonata.

*

La pioggia non chiede
quando si prende cura dei campi
non è delusa se cade
su di una distesa sabbiosa
che drena e non si feconda
su una palude che la rende immonda
in un fiume che non le dà attenzione
nel mare
dove subito scompare.
Maledetta!
me che non sono nata pioggia

*

Le menti sono limitate ben oltre la fisica da un corpo liquido e da pareti di carne.

Certe non sono predisposte alla comprensione, altre ne fanno un’ossessione: spezzettano fatti, frasi, parole, sillabe, consonanti e vocali, perfino gli atomi scompongono, perdendo di vista i grandi di-segni. E più scrutano l’abisso dei microcosmi infiniti – che è come non scrutare – più accolgono i demoni del pregiudizio e ne svelano i dolori.

La loro diversità le spaventa, ciò che non possono comprendere le spaventa. E preferiscono l’orrido della solitudine al terrore.
(E’ per istintivo terrore che l’orso è libero, feroce e solo. Pesca solo, dorme solo, torna al miele da solo, si accoppia e figlia restando comunque solo)

“Le tue pareti diventano le mie sbarre, il solo fatto di potermi amare ti rende odiosa ed esecrabile ai miei occhi, il solo fatto di poterti amare mi rende pazza e repellente ai tuoi occhi: ché è insano amare una prigione.”

Il disegno che le vuole affluente e fiume si annienta nella singolarità d’un atomo di carne (e amore), nel silenzio di singhiozzi di terrore nel vuoto.

E mentre qualcuna muore, qualcuna odia.
Noi tendiamo le mani, invano, a entrambe. Impotenti di fronte alla fine dei giorni e alla follia dei tempi.

“E noi siamo come te che muori e come te che odi, perché morte e odio reclamano un contrappeso sul piatto che non è né di vita né di amore.
Lasceremo dunque per voi spoglie di corpi e lacrime.
Risorgeremo infine, per distruggerci, ancora.”

__________________________
Nota di Narda Fattori

Claudia, forse con un pizzico di civetterìa, va dicendo che non scrive, smentendosi poi con la stampa di questa o di altra opera. Gli esiti della sua fatica letteraria sono felici, quindi dimostra di padroneggiare materia e stilemi, e sa piegare il verso al suo volere.
La sua ultima opera ha un titolo intrigante che invita il lettore a porsi ad un’immediata lettura con l’intento di cogliere come siano stati coniugati i due lessemi, così ricchi di mito e di polisemie.
Subito la mente corre ad Eros, dio dell’amore, contrapposto a Thanatos, dio della morte; Eros rappresenta la pulsione vitale, incontenibile, che esplica il suo fine nel rapporto amoroso-sessuale.
Figura positiva, beneaugurante, Eros viene vissuto come dono divino. Polis è parola greca ma già era diffusa con il significato di comunità prima ancora di città; è termine che lungo il corso del tempo è scaduto nella significanza; la comunità con i suoi valori condivisi e comunque aperti ai mutamenti del volere dei cittadini, è diventata espressione delle nostre nude città, spesso ricche e opulente che celano abissi di lordure e di misfatti. La nostre polis sono un groviglio di cemento, sono solitudine e gracchiante, ininterrotto ciarlare, rumori offensivi, nessuna attenzione all’altro, scarsa convivialità, silenzio che si spalanca all’interno delle persone. Dunque Eros, si contrappone a polis, ma Eros all’interno della moderna polis quali fattezze assume, quali aspetti è limitato a mostrare? Di lui rimane l’aspetto sessuale, muscoloso e affrettato; un sesso praticato con violenza o con silenzio, perfino con svogliatezza. E’ scarnificato, dà corpo a fantasie, inganna e ruba affetti. L’aspetto amoroso è fragile, si spezza senza una ragione consistente, fugge lasciando l’amante alla mercé della polis.
Chi pensa di trovare versi erotici rimarrà deluso; vi sono poche poesie autenticamente erotiche perché la poesia di Claudia è poesia di un amore concluso con un addio. La poetessa usa sempre la prima persona, si fa protagonista di empito e di un vuoto; lei è la perdente, a lei sono rimasti i ricordi. Ma sappiamo che i ricordi dell’amore perduto sanno di salso per le lacrime versate. Eros, penso, dica più di Amore; comprendendolo nella pulsione vitale; quando è allontanato indebolisce quello stesso slancio fino a far desiderare il suo opposto.
Si legga la poesia di pagina 54, drammatica e credo autentica; inizia con “Accoltellami squarciami fammi a brandelli / appendimi a piedi in giù come si fa con i maiali /………………./ Finiscimi perché non sopporto / questo tuo amore blando/ che sfinisce di menzogne.”
Non ci è difficile immaginare la distanza in cui si collocano Eros e Polis: vita e menzogna. Aspra sia l’una che l’altra. Fra di loro non può durare l’incontro e quanto di forte e generoso, di oblativo c’è nell’amore, viene in quest’opera dalla donna, lanciata nella danza sentimentale pur conoscendone la deriva, disposta a darsi quanto è sopportabile di sofferenza. Alla fine abbiamo letto un libro dolente, quasi casto, dell’amore finito, e il verso accompagna il ritmo come scaturisse spontaneamente da una sorgente non ancora esaurita.
Perché Eros comunque vince e quasi sempre riesce a salvaguardare i suoi eletti.
__________________________

Nota biobibliografica

Claudia Zironi è nata a Bologna, dove vive, nel 1964.
Ha pubblicato il libro di poesie “Il tempo dell’esistenza” con Marco Saya Edizioni nel 2012 e nel 2014 è uscito “Eros e polis” con Terra d’ulivi ed.
Sue poesie sono apparse su riviste, siti Internet e antologie.
E’ fondatrice, attiva nella direzione e nella redazione assieme a Emanuela Rambaldi e Paolo Polvani, della fanzine on-line Versante Ripido.

***

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23 pensieri riguardo “Eros e polis”

  1. Saluto La Dimora che mi ospita, onorata dalle parole di Narda Fattori a cui esprimo la mia gratitudine. Narda Fattori ha grande capacita’ di entrare con precisione nei testi cogliendone in pieno il messaggio e l’essenzialita’ di certe sfumature. Anche in questo mio caso lo ha fatto con maestria, descrivendo correttamente cosa implica il binomio “eros e polis”.

  2. Mettere insieme inchiostro e carne è una bella sfida, e qui mi pare che sia una sfida vinta grazie al linguaggio mai auto consolatorio, anzi fin troppo a volte spietato e crudo. Una poesia senza assoluzioni, senza compiacimento. Brava Claudia!

    1. Caro Paolo, grazie.
      Si’ e’ una bella sfida e ci vuole ben altro per vincerla, tanto lavoro ancora.
      Non sono incline all’assoluzione e soprattutto all’auto-assoluzione, l’unico linguaggio che ritengo appropriato per certi temi e’ quello crudo e spietato, per non scivolare nella banalita’ ma anche
      “Perché l’amore non è faccenda
      per gente sana, t’insinua l’illusione
      della felicità da bere a sorsi
      ma poi ti atterra, ti divora a morsi.”
      (cit. Paolo Polvani)

  3. Ho trovato questa raccolta di Claudia davvero molto bella, molto vera, forte, decisa. Una poesia che cattura, che dice le cose senza mezzi termini e senza timori o, peggio, lambiccamenti formali o tematici. E le parola di Daniele Barbieri, Giorgio Linguaglossa, qui Narda Fattori e altri, chiariscono benissimo il senso del suo discorso poetico che affascina, credo, proprio in quell’intreccio di vita e amore, di eventi quotidiani, ricordi, incontri e rapporto – così spesso teso, aspro, difficile. come davvero è – con la persona amata, richiamata nella sua fisicità, nei gesti degli amanti, tanto intimi quanto facili a perdersi nel nulla, in vaghi ricordi, in un’assenza che si fa nebbia, abitudine, sfocato rimpianto. Se erotismo c’è (e bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa significhi questa parola) è, a mio avviso, soprattutto il segno di un passaggio, una presenza-assenza che ci ha toccato il corpo e l’anima e spesso, ha ragione Narda, ci ha lasciati dolenti e feriti. Una poesia, proprio per questo, profondamente umana, intensa e lucidissima, versi che fluiscono in una discorsività mai puramente raziocinante, anzi, emozionata e ancora tremante, senza alcuna concessione a facili “giochetti”, allusioni e pruriti (purtroppo frequenti in tanta lirica cosiddetta erotica), Una poesia precisa, diritta nel dire e nello svelare debolezze e turbamenti, nel denudare la propria verità, come solo la vera e buona poesia sa fare. un carissimo saluto e complimenti davvero, Claudia!

    1. Carissimo Francesco, e’ davvero prezioso questo tuo: in ogni cosa che scrivi, sia una poesia, un saggio o un commento, metti sempre tutta la gentilezza e la profondita’ umana che ti sono proprie.
      Ti ringrazio e ti saluto con la citazione di versi che conservo fra i grandi insegnamenti di buona poesia erotica (erotismo come tu lo intendi e lo espliciti sopra: segno di passaggio, presenza-assenza che tocca corpo e anima).
      “E colava lento, a sorsi misurati, quell’aroma scuro
      dentro la tua bocca e parlavi di te e di me, della vita
      di adesso e dei giorni andati,
      delle canzoni di Fossati e di De Andrè.
      E s’arrestava qualche goccia alle tue labbra, si
      posava lieve e là sostava un poco,
      poi con la punta della lingua la portavi nell’oscurità
      della tua bocca.
      Altro sorso nero calava ancora, ancora fuoco.
      E schioccavano tra i denti i pasticcini, briciole
      giocavano sopra le tue labbra mentre sbiadiva il
      velo del rossetto annegato nelle gocce del caffè.
      Erano per me le tue belle labbra di carne e
      cioccolato,
      ridevano al tuo grande sorriso che brillava.”
      (cit. Francesco Sassetto)

  4. Tra le varie definizioni della poesia in cui mi imbatto spesso una mi è rimasta impressa a fuoco, ed è quella di Giancarlo Sissa: “L’inarresa disponibilità a vivere il linguaggio e la lingua in modo totale, frontale e senza menzogna con l’intenzione di re
    stituire al mondo, almeno in parte, la vita che ci ha attraversati”. E trovo che si adatti in tutto e per tutto ai versi di Claudia Zironi, di cui avevo già molto amato “Il tempo dell’esistenza”. La vita che l’ha attraversata è qui resa in modo così potente che ci si sente a propria volta attraversati da parte a parte, trafitti al punto di sanguinare. Le sue poesie lasciano il segno nella mente (i versi non si dimenticano ma continuano a orbitare nel ricordo) e nella carne. Amo la mancanza di filtri con cui Claudia ha il coraggio di guardarsi e di restituirsi sulla pagina, perché è andando a fondo, veramente a fondo dentro di sé che si trova quella materia umana che tutti ci accomuna e che rende il nostro dire universale.

    1. Cara Francesca, grazie. Le tue parole e l’accostamento del mio modo di scrivere a questo grande pensiero di Sissa mi emozionano. Quando parli di assenza di filtri e segni nella carne, di venire trafitti, mi richiami alla mente una poesia di Baudelaire (in tua ottima traduzione) che cito:

      Epigrafe per un libro condannato

      Lettore dabbene e innocente
      e bucolico getta via
      il libro orgiastico e dolente
      e pieno di malinconia.
      Se Satana, astuto docente,
      non ti insegnò la poesia,
      gettalo! non capirai niente
      credendomi in preda a isteria.
      Se, senza lasciarti incantare,
      l’occhio tuo al baratro offri
      leggimi, e mi saprai amare,
      spirito curioso che soffri
      e cerchi il tuo cielo perfetto,
      compiangimi… o sii maledetto!

      Un caro saluto.

  5. La scrittura di Claudia Zironi mi fa sempre un effetto particolare: ha fretta e ha fame. E’ come incontrare un’amica che s’incontra una volta all’anno. Ti senti travolto e abbracciato da una cascata caleidoscopica di immagini che hanno aspettato a lungo per scaturire, sonorità distese che alla fine ti sorridono e ti fanno sentire, fra punte acuminate che non ti aspetteresti e simboli taglienti, accolto in loro. Abbracciato maternamente come dopo una tempesta.

    1. Un commento molto poetico Stefano… l’entusiasmo e’ reciproco e il percorso che stiamo facendo insieme nel Gruppo 77 ci sta arricchendo come poeti ma anche come persone: gli abbracci che ci scambiamo sono importanti e veri. Grazie, con tanto affetto e stima.

  6. C’è vita in questa bella raccolta di Claudia Zironi, poesia che scorre dentro come la sequenza di immagini di un film che ci cattura. Così mi sono sentita alla lettura, catturata da un momento di vita intenso.

    1. Si’ Rita, sono momenti di vita, di tante vite: le mie e quelle di altri, passate e da venire forse. Lezioni forse. Piccole morti anche. Ti ringrazio per il tuo intervento che tengo in grande stima.

  7. Quello che da subito mi ha colpito di te, Claudia, è la grande e spontanea inconsapevolezza del tuo valore e della tua bravura, e, contemporaneamente ,il desiderio di metterti in gioco e confrontarti con gli altri, senza sforzo , bensì con naturalezza e gioia. Sono le stesse sensazioni che mi trasmette anche la tua poesia: versi veri,sentiti e coerenti con la persona che li scrive e li legge. Non capita sempre ed è questo che me li fa amare: tu e la tua poesia siete un tutt’uno. Scusami se non scrivo da “addetta ai lavori “, quale infatti non sono, ma semplice “fan” ; ci tenevo ugualmente a fartelo sapere.

  8. Beh, direi che se la Zironi afferma di non scrivere non posso darle torto, infatti non scrive ma intaglia gioielli autentici di poesia. Scrivere è una cosa, comporre buona poesia, come in questo caso è un’altra. Tra l’altro aggiungerei il taglio moderno e non rinchiuso nei recinti della poesia nostrana di buona parte dei lavori inclusi in Eros e Polis (… insomma sex and the city), ne lascio uno che mi ha colpito particolarmente e non incluso in questa selezione. Testo che non colpisce per pruderia maschile, ma pochi versi che schematizzano e potrebbero generare forte dibattito sullo stato dell’arte nei contatti tra le due parti del cielo. D’altra parte se Alfredo De Palchi, uno dei pochissimi poeti italiani di livello internazionale, ha lodato la poesia contenuta in questo libro, un motivo c’è, e io sono d’accordo con lui. Cercherò di non mancare alla presentazione del 26 settembre al Navile di Bologna.

    la burla degli anni ’70

    Nel millenovecentoottantatre sulla maiolica
    di un bagno d’ospedale
    mi spiegasti
    che quando una donna apre le gambe
    l’anima le sfugge

    una particolare nota sulla china utilizzata come immagine di copertina che mi ha ricordato con piacere i lavori del grande Magnus

    1. Questo tuo parere positivo Flavio, sapendoti esigente e non incline a compromessi, mi fornisce una grande motivazione a proseguire nel cammino di ricerca e produzione che sto attualmente percorrendo, mi rassicura che non sia un vicolo cieco ma una lunga strada alla fine della quale forse trovero’ il mio santo Graal del grande verso. Ti ringrazio per il tuo interesse e spero tanto che tu riesca a venire alla presentazione cosi’ ci conosceremo personalmente. Un caro saluto.

  9. Autrice che non conoscevo, mia ignoranza. Ma cercherò di rimediare quanto prima perché è una poesia splendida e vivissima.

    Francesco t.

  10. Pingback: Claudia Zironi
  11. Commento alle poesie di Claudia Zironi

    Da “ti chiamerò Xiong”:

    “(…)ti neghi il sogno
    mentre cadiamo e ancora
    non si scorge il fondo.
    Cerchiamo appigli
    cui aggrappare l’arte, Xióng
    invano. Se non conosciamo
    la sillaba per prolungare
    questa nostra notte.

    Che sia l’arte di scrivere o l’arte di amare, ma anche quella di amarsi e di essere amati, in ogni caso occorre scrutare, non solo con gli occhi, ma con tutti i sensi, nella profondità. Profondità che non è spazio fisico ma viaggio nell’essere che ci fa percepire la grandezza – ma pur sempre minata dalle fragilità – del sentimento. Perché se esso ha un apice nel sogno, ha anche un fondo, e quindi una caduta che trascina tutta la bellezza verso il nulla; e allora “cerchiamo appigli” nell’oscurità. E magari si riuscisse a trovare quello giusto per risalire, sondare, vivere anche l’incognita che solo l’arte può svelarci.

    Da “ti potrei parlare della vita”

    “Ti potrei parlare della vita, di quella volta
    che sono stata Dio nella mia pancia, ti potrei dire
    di come sia facile confondere
    ragnatele con amore e di come fa paura
    solo ciò che non si conosce
    (…)
    O potrei anche
    smettere di parlare e rimanere a lungo
    in ascolto della tua voce, senza respirare”.

    Anche qui è l’ignoto, l’incognita, il mistero a generare paure, e ciò fa un deciso contrasto con l’identificarsi in Dio a livello emozionale, quasi fisico: un Dio intuito come libro aperto in cui è scritto il codice della vita e che nulla ha a che fare con la ragione ma che si svela alle pulsioni del proprio io più intimo in un sovrapporsi e confondersi di io-Lui…
    Tutta la poesia si snoda sul condizionale “Potrei…” che suona come un vagheggiare, accarezzare i pensieri, sospenderli, ritrovarli, rincorrerli, sfiorarli ancora come si sfiorano i desideri, fino a delineare i desiderio più profondo: quello di ascoltare in silenzio la voce amata, avvertirne il tono, il timbro, le scansioni “senza respirare” per goderne a pieno ogni sfumatura.

    Trovo poi tutta l’umana fragilità nel testo intitolato “inchiostro e carne”, e, al tempo stesso, la tensione verso una dimensione che ci trascende e di cui siamo solo piccoli frammenti, inconsistenti esistenze ridotte all’osso, figli del mare e in esso naufraghi:

    “Ci avvinghiamo
    a un’illusione d’eternità,
    (…) a una sponda d’alba,
    a una passione di tramonto, cerchiamo
    (…) la tensione per tenere
    inchiostro e carne insieme
    in questa farsa
    d’esistenza. (…) discutiamo di cremazione,
    di disperdere ceneri di carta
    al vento.
    (…)impotenti seguiamo
    la corrente. Ci rintaniamo
    sotto ai primi scogli.
    Ci ha partorito il mare: siamo
    seppie, e delle seppie gli ossi”.

    Sono moto belle queste poesie di Claudia; mi sono lasciata trascinare e abbandonata completamente in un trasporto totale alla lettura di questa lirica:

    “Fra mille anni, prometto
    quando io sarò uomo e tu donna, o
    io albero di kiwi e tu cavallo, o nuvola
    tu e io campi, oppure semplicemente
    due cellule uguali della stessa unghia
    o fossimo anche due potenti guerrieri
    o due monache di clausura, o esploratori
    dello spazio diretti io su Marte e tu su Urano,
    bambini gemelli, madre e figlio, sposi,
    ti prometto che mi ricorderò di questa vita
    dei tuoi baci e del dolore che da noi è nato”.

    Ed è bellissima anche quella che segue, di cui riporto questo passaggio:

    “Se il tuo nome è nel pane, nei luoghi,
    nei pensieri, in due lucertole
    che si amano correndo, nel sorriso
    sotto a seicento ulivi nel solstizio,
    nella parola di vino annegata.
    A scrivere la favola di Cristo
    fu di certo una donna abbandonata”.

    E certamente scuote le coscienze richiamando alla consapevolezza della limitatezza della mente qualora l’uomo, volendo scomporre, frammentare, sottilizzare, sottoporre il frammento a una lente d’ingrandimento per vedere il particolare, perde la visione del tutto, del grande disegno, insomma si lascia sfuggire l’essenza della vita, della nascita e della morte, del motivo stesso per cui viviamo, disperdendoci sempre più tra i microcosmi, e così perdendo il senso macroscopico dell’infinito.
    E così il dolore si rivela essere figlio del pregiudizio, trappola di solitudine; ci si ritrova orsi (liberi, o schiavi del terrore?):
    “E’ per istintivo terrore che l’orso è libero, feroce e solo. Pesca solo, dorme solo, torna al miele da solo, si accoppia e figlia restando comunque solo”
    Si avverte un senso di claustrofobia, di prigionia, ma anche di terrore del vuoto, “Impotenti di fronte alla fine dei giorni e alla follia dei tempi”. E il nostro divenire è un risorgere, ma per distruggerci ancora.
    Come dire che l’uomo neanche dalla sofferenza impara la lezione, che sarebbe quella di andare oltre la nostra limitatezza, l’uscita dalla prigione dell’io per amare veramente, come solo Dio sa fare, e ce lo suggerisce comunque attraverso l’arte che è umana e divina.

    Complimenti vivissimi a Claudia Zironi per queste bellissime poesie, per la profondità dei temi, ed anche per la modestia e la semplicità con cui si pone, ne sono rimasta colpita.

    Grazie.

    Rosanna Spina

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