Legge di iniziativa popolare per la scuola

provaci ancora lip

Il prossimo 2 ottobre la LIP (Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica) verrà ripresentata pubblicamente, a Roma, alla presenza di parlamentari di diversi schieramenti politici, sindacati, associazioni, movimenti e giornalisti. La LIP nasce dal mondo della scuola, è stata discussa e sottoscritta da oltre 100.000 persone, presentata in Parlamento da un gruppo di senatori di diversi Gruppi come disegno di legge rispettivamente 1583 al Senato e 2630 alla Camera. Quale differenza con la “Buona Scuola” di Matteo Renzi (vedi qui), calata dall’alto, annunciata con un filmato, oggetto di un questionario a risposta chiusa in cui non è possibile esprimere dissenso. Facciamo nostro l’invito di Marina Boscaino “Che i Presidenti della Camera e del Senato intervengano per garantire che la proposta di legge di iniziativa popolare (LIP), formalmente presentata da parlamentari di diversi gruppi politici (PD compreso) sia portata al confronto con la proposta governativa in modo da consentire all’opinione pubblica un corretto e democratico confronto”. […]

(Continua a leggere su “Vivalascuola“, il settimanale curato da Nives Camisa, Giorgio Morale e Roberto Plevano su “La Poesia e lo spirito“. Qui l’archivio di tutti gli articoli pubblicati.)

Quaderni delle Officine (LII)

Quaderni delle Officine
LII. Settembre 2014

quaderno part_ b_n

Gianmarco Pinciroli

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Maestri silenziosi (VI)
(2004, 2014)

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Maestri silenziosi (VI)

Salvador Dalì, Don Chisciotte Gianmarco Pinciroli

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario
(Giugno 2004)

 
 
 
 

Lente giornate. Tutto superato.
E non chiedi se è fine o se principio,
così forse le ore porteranno
te ancora fino a giugno con le rose.

Gottfried Benn

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Ipostasi del ritiro (II)

Hieronymus Bosch, Salita al Calvario (partic.) Antonio Scavone

Foyer

     Ma cos’è ’sta cosa che vediamo stasera? – Non lo so, Linda, ma Gianfabio ne ha parlato molto bene sul giornale – E di chi è? Chi l’ha scritta? – Il nome adesso mi sfugge ma dicono che sia uno in gamba – Se ti sfugge il nome, Marzio, vuol dire che non è nessuno – Nessuno, dici? Cioè uno dei soliti raccomandati, dei soliti sopravvalutati? –  Si capisce! E magari sarà pure uno di sinistra che si è piazzato – Infatti è stato direttore del nostro teatro – Hai visto? Che ti dicevo? – È stato, ora non lo è più – Appunto! – Al di là di tutto, Linda, ci voleva questa serata diversa, ti pare? – Al di là di che, Marzio? Le serate sono sempre uguali, anche questa che ti sembra diversa – Rituali, vuoi dire? – Rituali, convenzionali, insignificanti – Sì, sì, ho capito ma allora perché ci siamo venuti, qui a teatro, dico? – Per vedere le stesse facce, sentire le stesse cose e magari illuderci…

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Ipostasi del ritiro (I)

Edward Hopper People in the sun, 1960
Edward Hopper
People in the sun, 1960

Antonio Scavone

Rinunce, abbandoni, esilii

     L’ultima a dichiarare la “dismissione” dalla sua attività letteraria, poco prima di morire, è stata la scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, Premio Nobel 1991: prima di lei Philip Roth e molti altri scrittori avevano fatto sapere di aver chiuso con la letteratura. Una notizia come questa può sconcertare taluni, incuriosire altri ma di solito passa inosservata.
     Si rinuncia a scrivere per infinite ragioni o per molteplici cause: l’invalidità e la sofferenza provocate da una malattia debilitante o terminale, una sopraggiunta crisi ideativa, quella sensazione di molestia e di estraneità procurata dall’ambiente letterario (povero o impoverito dalla supponenza), dal contesto socio-politico (immobile o involutivo), dalla sfiducia per le controversie stucchevoli e degradanti del costume, del pensiero, persino della joie de vivre. Continua a leggere Ipostasi del ritiro (I)

L’utopia della lingua nell’ultimo Artaud

Artaud_Autoritratto2 Giuseppe Zuccarino

L’utopia della lingua
nell’ultimo Artaud

     Nell’opera di Antonin Artaud, si manifestano con costanza l’insoddisfazione per la lingua standard e la conseguente ricerca di nuovi modi di espressione. Tale ricerca presenta aspetti teorici, visto che si manifesta in specifiche affermazioni (certo non rapportabili alla linguistica scientifica), e aspetti pratici, connessi all’adozione – specie nei quaderni redatti nell’ultimo decennio di vita – di uno stile di scrittura anomalo, con scarso rispetto delle regole di sintassi e punteggiatura, con singolarità a livello di impaginazione (ad esempio i frequentissimi «a capo»), con l’inserimento di disegni e di glossolalie. Ma è in tutta la sua attività di uomo di teatro e scrittore che Artaud ha sognato una lingua con caratteristiche utopiche o contraddittorie, e proprio per questo singolari e affascinanti. Continua a leggere L’utopia della lingua nell’ultimo Artaud

Teneri acerbi

Teneri acerbi - Copertina

Un tenero esserci
(Recensione di Marco Furia)

Con “Teneri acerbi”, Giorgio Bonacini presenta una raccolta di poesie giovanili che, sottoposte negli anni ad alcune modifiche, sono state pubblicate nel corso del 2014.
Si legge a pagina 27

“Ancora quei muti chiarori
le luci, i sottili vapori che io
se mi scopro a ridosso di un lento

sfiorire ora sento ‒”

Continua a leggere Teneri acerbi

“Preferisco sparire” di Marco Ercolani

Robert Walser Antonio Devicienti
Marco Ercolani

Se il testo è anche uno spazio da esplorare, allora potrebbero essere necessarie delle chiavi per potervi accedere: in questo caso almeno due. L’una è il piacere puro e semplice, l’abbandonarsi, intendo dire, al piacere di leggere e di meravigliarsi; l’altra potrebbe essere già rintracciabile in una precedente opera di Marco Ercolani, La terra mi è di peso / scritture apocrife

(https://rebstein.files.wordpress.com/2009/09/marco-ercolani-la-terra-mi-e-di-peso1.pdf):

Apòkriphòs, cioè segreto. Posseduto dal demone dell’analogia, lo scrittore apocrifo tenta di trovare il segreto di sé nell’anima di un altro. È simultaneamente vampiro e vampirizzato, voyeur dell’atto creativo altrui e insieme testimone estremo di quanto l’altro poteva dire ma non ha detto ed era impensabile ma necessario che dicesse.  E sùbito dopo: Scrivere testi la cui scrittura è impossibile e affermarne l’esistenza con un atto di fantasia postuma. L’apocrifo non è allora una banale ricreazione stilistica quanto uno specchio paradossale, proiettato in tempi altri – uno specchio che riflette vertigini presenti, inattuali e assolute.

[Leggi l’intero saggio su “Quaderni delle Officine]

Lo sciancato e Caterina

Assiri Alessandro Assiri
Enzo Campi

In una delle più perfette ed esaustive «riconciliazioni dei contrari» che la letteratura contemporanea ha espresso negli ultimi anni (“Caterina si prende l’odore con le mani, l’allunga con le labbra in un dire lungo e magro che consegna quel che porta, nel niente in cui si è rimpinzata e che l’ha fatta dimagrire”), Assiri declina la sua idea di poetica giustapponendo e amalgamando il pieno e il vuoto, ciò che è destinato ad essere trattenuto e ciò che deve, per forza di cose, tracimare.

Ritenzione e risonanza: è forse questo il leit motiv dell’opera?

Continua a leggere Lo sciancato e Caterina

Holocaust

Charles Reznikoff Charles Reznikoff

We are the civilized –
Aryans;
and do not always kill those condemned
to death]
merely because they are Jews
as the less civilized might:
we use them to benefit science
like rats or mice;
to find out the limits of human endurance
at the highest altitudes
for the good of the German air force;
force them to stay in tanks of ice water
or naked outdoors for hours and hours
at temperatures below freezing […]

 

Charles Reznikoff Noi siamo i civilizzati –
gli Ariani;
e non sempre uccidiamo i condannati a morte]
solo perché sono ebrei
come altri, meno civilizzati di noi, farebbero:]
noi li usiamo per il beneficio della scienza
come topi o cavie:
per scoprire i limiti della resistenza umana
alle massime altezze
per il bene dell’aviazione tedesca,
costringerli a stare in bidoni di acqua ghiacciata
o nudi all’esterno per ore e ore
a temperature sotto lo zero […]

Ο Τειρεσίας (και άλλα κείμενα)

Giuliano Mesa

σε αφήνω εδώ
με αυτά τα σύννεφα φορτωμένα βροχή
αυλακωμένα από μια αχτίδα
που θα σε ξυπνήσει, αύριο κιόλας,
όταν θα ’χεις πια αναμνήσεις
να σκεφτείς.

πηγαίνω
στην παρασκιά που απομένει,
εκεί που επιστρέφω, τώρα,
τώρα που μπορεί να ξαναρχίσω,
που θα μπορούσα,
τώρα υπάρχει μόνο μια αποθυμιά:
ν’ αφήσω, ν’ αφήσω ανέγγιχτη
αυτή τη στιγμή πριν απ’ τη θλίψη
όταν η θλίψη
έγινε μοιρολόι παρηγοριάς
και μετά σιωπή
αυτή η σιωπή που ακούμε μαζί,
τώρα – είναι τώρα που ξέρουμε,
σε αυτή τη στιγμή που διαιρεί

σε αφήνω εδώ

 

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Evanghelìa Polìmou traduce in greco alcuni testi di Giuliano Mesa per la rivista “Poiein“. Continua a leggere qui
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Mandel’štam

Osip Mandelstam

В Петрополе прозрачном мы умрем,
Где властвует над нами Прозерпина.
Мы в каждом вздохе смертный воздух пьем,
И каждый час нам смертная година.

Богиня моря, грозная Афина,
Сними могучий каменный шелом.
В Петрополе прозрачном мы умрем, –
Здесь царствуешь не ты, а Прозерпина.

1916

Nella diafana Petropolis noi moriremo,
Dove Proserpina regna su di noi.
L’aria della morte in ogni alito beviamo,
E ogni ora è per noi il tempo della morte.

O terribile Atena, o dea del mare,
Togli il possente elmo di pietra.
Nella diafana Petropolis noi moriremo, –
Qui non sei tu, ma è Proserpina a regnare.

Osip Ėmil'evič Mandel'štam
Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Cesare Ruffato. Cuorema di memoria

Cesare Ruffato Maria Lenti

Cesare Ruffato, Scribendi licentia

[AA.VV., Cesare Ruffato: la poesia in dialetto e in lingua, Atti del Seminario di Studi – Padova, 11 marzo 1999 -, a c. di B. Bartolomeo e S. Chemotti, Intr. di C. De Michelis, Biblioteca di «Studi Novecenteschi», n. 3, Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2001]

Cesare Ruffato. Cuorema di memoria

     Pressoché assente nelle raccolte in lingua il tempo passato si innerva invece nel dialetto di Cesare Ruffato e lo connota, ma non trascina mai il ricordo né lo incurva nell’adorazione dello spazio perduto della totalità solare, vissuta, o sentita tale per rimozione, o solo supposta per pigrizia intellettuale e conformismo culturale(1), lì fermandolo come il massimo di inappartenenza al presente.
Appare – questo tempo passato – presenza certa nella consapevolezza, tuttavia, del suo essere perduto e nella domanda, nemmeno sotterranea, se e dove abbia depositato il valore dei legami, la valenza delle esperienze e delle loro epifanie, dei lasciti che marcano appunto l’essere vivi e l’agire, o il senso etico della modalità di essere e agire.

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In memoria di Jacqueline Risset

Jacqueline Risset Mercoledì scorso si è spenta a Roma, all’età di settantotto anni, Jacqueline Risset, insigne studiosa, saggista, poeta e traduttrice che aveva scelto l’Italia, e la cultura italiana, come patria d’elezione – e Dante Alighieri, in particolare, come termine di confronto e compagno di viaggio della sua avventura umana e intellettuale. Tutta la sua opera, dagli esordi neo-avanguardistici degli anni Sessanta alle ultime produzioni, è attraversata da un filo rosso che ne costituisce, a ragione, uno dei lasciti maggiori: l’idea che la cultura, per guardare e parlare al futuro, deve valicare gli ambiti nazionali e aprirsi al confronto costante con l’infinità di volti, statuti e prospettive che la definiscono, in un interscambio vivificante che travalica l’angustia degli steccati, dei generi, delle poetiche, delle gabbie stilistiche o semplicemente temporali.
La ricordiamo, con affetto e riconoscenza, ripubblicando un articolo comparso sulla “Dimora” nel (l’ormai) lontano febbraio 2008. (ff)

Traducendo Dante

Leggere Dante nel testo originale vuol dire fare l’esperienza di una sorpresa continua e stratificata, legata alla ricchezza costantemente imprevedibile del tessuto poetico, alla forza della sua formulazione: si ha l’impressione di circolare in un insieme di iscrizioni, simili ai messaggi misteriosi che il visitatore dei tre regni di quando in quando decifra sulle pareti, lapidarie, essenziali, portatrici dell’evidenza delle parole ascoltate in sogno; ma con un elemento che sfugge al sogno, un elemento che ne è fuori in modo radicale: la continuità attiva e affascinante, effetto della terza rima e della sua poderosa orditura, che lega il discorso e lo sospinge in avanti.

(Continua a leggere qui…)

La riconoscenza?

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Da circa un anno ho avuto la possibilità e l’onore di collaborare con la Dimora, grazie alla gentilezza e all’altruismo di Francesco Marotta, e lo ho fatto in modo sporadico, secondo quelle che sono le mie possibilità; non mi sono mai permesso, però, di inserire un articolo senza il benestare di Francesco, perché penso che questa Dimora, che è casa di tutti, sia prima di tutto la sua. Lo faccio oggi per queste riflessioni che probabilmente sono banali e che mi sono suggerite dall’incertezza, che Francesco stesso ha già molte volte lasciato intravvedere, sul futuro del sito.

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