Brush up your Shakespeare

Kiss me Kate, 1953

Antonio Scavone

“Brush up your Shakespeare”
(Sindrome del “di… da…”)

     Gli sgherri di una bisca clandestina, Lippy (Keenan Wynn) e Slug (James Whitmore), provano a recuperare dall’incolpevole regista Fred Graham (Howard Keel) un debito di gioco che un ballerino della compagnia ha contratto falsificando in un pagherò la firma del suo capocomico-regista.
     Lilli Vanessi (Katryn Grayson), ex-moglie di Fred e protagonista della commedia, minaccia di abbandonare la compagnia e di vanificare così l’incasso dello spettacolo. Con le “buone maniere” Lippy e Slug costringono la bizzosa Lilli a continuare la recita ma quando percepiscono, al di là del filo del telefono, che il loro capobanda è stato eliminato, ritengono ormai superato il debito di Fred Graham e, congedandosi, perché ormai anche loro senza lavoro, consolano l’afflitto Fred a riprendersi dalla delusione e dall’amarezza consigliandogli di rispolverare per l’occasione il buon vecchio e sempre valido Shakespeare in una rinnovata rilettura delle opere del Bardo di Stratford-on-Avon.
     Brush up your Shakespeare (rinfresca, ripassa il tuo Shakespare) è il formidabile duetto cantato e ballato da Lippy e Slug, davanti a un rinfrancato Fred, nel film “Baciami, Kate!” di George Sidney del 1953, con la partitura di Cole Porter e le coreografie di Hermes Pan, per una famosa edizione musicale de “La bisbetica domata” (The Taming Of The Shrew).

     Molti autori teatrali – in tempi e situazioni diverse – hanno ripassato o rinfrescato un loro Shakespeare personale riscrivendo, rigenerando o attualizzando commedie e tragedie del drammaturgo inglese. In alcuni casi si è trattato di “aggiunte”, come si faceva nel Cinquecento (additions), in altri casi è stata una vera e propria riscrittura tematica o stilistica dell’opera presa di mira. Lo hanno fatto autori e registi, neofiti e professionisti: questo “ripasso” o, come si dice in gergo “questa lavata di faccia”, dipende e discende ovviamente dalla struttura drammaturgica delle storie scespiriane (innovative opere aperte), dalla ricchezza delle metafore, dal fascino delle situazioni – storiche o no – che si rappresentavano sulla scena evocando o additando, secondo i casi, realtà della cronaca tra il Cinque e il Seicento.
     Riscrivere o rimodulare una commedia famosa è nell’ordine delle cose a teatro: si è sempre scritto sugli altri utilizzando una trama già abilmente composta e personaggi magnificamente definiti. Lo facevano gli autori latini rispolverando quelli greci e l’hanno fatto sensa sosta gli autori dei secoli successivi rinfrescando le opere dei secoli passati e lo si fa tuttora teatralizzando un film campione d’incassi o riesumando, magari con musiche, una commedia sentimentale degli inizi del Novecento.
     Si ripassa, si rinfresca, si rimodella, si attualizza, in pratica si ricopia un percorso, un’idea, un messaggio. Con Shakespeare o con Pirandello, autori di dominio pubblico, non sussiste il pericolo di plagio ma per rispetto o per pudore – esiti superstiti di un’elitaria condiscendenza – si ricorre ad un ridondante artificio: la sindrome del “di… da…”, laddove la paternità originaria di un “Macbeth” resta di Shakespeare ma la paternità originale, elettiva e fondante, è del Pinco Pallo che ha rivisitato il drammone di Macbeth, della sua Lady, di Banquo, Macduff e le streghe.
     Come ogni sindrome, anche questa presenta dei sintomi, richiede un’anamnesi, stimola un’eziologia ma non prospetta necessariamente una terapia, è una sindrome senza dolore, che si cura tutt’al più con un placebo o un placet. La diagnosi sembra evidente di per sé: si riscrive Shakespeare perché si vuole o si vorrebbe essere compatibilmente scespiriano oppure misurare il proprio stile o il proprio messaggio con quelli di un drammaturgo così prolifico. Non a caso, si può parlare di prolificità: l’autore che rinfresca il suo autore preferito (Shakespeare, Pirandello, Ibsen) vuole stabilire una sorta di affiliazione, un transfert ma non già – come si sarebbe portati a credere – con l’autore originario quanto, per il tramite di un fantasma, con l’autore originale, cioè con se stesso.
     A questo punto la sindrome ha a che fare con la psicopatologia, con la psicoanalisi, con la definizione di quel Sé Letterario – o semplicemente del Sé Esistenziale – che sfugge, che è tormentato, che si opacizza nei meandri della significazione e dell’autoconsapevolezza per stimolare, a sua volta, un significato e una coscienza. L’autore che ripassa, rinfresca o riscrive un altro autore in realtà ripassa, rinfresca e riscrive se stesso in auto-analisi e la sindrome del “di-da” configura una speciosa malattia letteraria che provoca assuefazione, induce e illumina il talento del nuovo amanuense orchestrando un paradigma affabulatorio sempre più contestuale ad una nuova estetica letteraria e sempre più personalizzato ad una nuova auto-gratificazione. Tanto per restare in ambito psicologico, più che una malattia si tratta forse di una somatizzazione, una singolarissima inclinazione ad una riscoperta continua di se stessi, contrappuntata da tic (appoggi di battute), da smanie immaginifiche (un Amleto homeless), dall’alternanza di codici di senso (i “cattivi” passati per eroi alla Tarantino).
     È raro, addirittura inconsueto, vedere uno Shakespeare che non sia stato mutilato, riconvertito o aggiornato. In fondo, è una questione di costi, di apparati tecnici (scene, costumi, luci), di interpreti che sappiano e vogliano cimentarsi con le grandi edizioni del passato. Tutto si accenna e si allude e basta solo tener viva e praticabile la traccia originaria di una qualsiasi “grande” commedia. D’altra parte, scrivere una grande commedia oggi (di tragedie o drammi non se ne parla proprio, è fuori luogo) comporta una notevolissima serie di difficoltà e impedimenti: difficoltà di reperire produzioni o co-produzioni affidabili, sponsor munifici, tournée e teatri prestigiosi, manodopera qualificata, firme di richiamo (scenografi, costumisti), ufficio-stampa accurato e invadente. Può mai bastare un Pirandello o un Brecht a reggere tutto questo? A qualificare un’offerta teatrale che sia possibilmente di facile captazione e di gradimento per un pubblico abituato ai programmi televisivi? No, non basta e allora autori e registi provvedono, con maestrìa e mestiere, a rimasticare un testo, a proporre una versione “moderna” di un testo classico, ottimizzando le loro necessità espressive (o finanziarie) sovvertendo critica e tradizione, avanguardia e oscurantismo.
     Si assapora pertanto una libertà (il più delle volte effimera e autoreferenziale) che assicura tuttavia, nella stesura di una rivisitazione, tanto l’ebbrezza di e per un lavoro originale, tanto per la sorprendente abilità di ritrovare o spulciare significati obliqui e nascosti. La sindrome del “di-da”, somatizzando, diventa un habitus per l’autore che rinfresca, ne contempla compiutamente la pregnanza e la profondità di drammaturgo-regista. Allontanandosi da un testo originario e rigenerandolo in un nuovo excursus, la sindrome si stabilizza, si evolve, perde il carattere controverso e malandrino che aveva all’inizio e si eleva ad una drammaturgia di sintesi “confessata e comunicata”.
     Nel film “Baciami, Kate!”, Lippy e Slug invitano il capocomico Fred Graham a rispolverare il proprio Shakespeare quando la realtà dell’esistenza non è in grado di far volare la realtà del teatro, come a dire che, in caso di necessità e in mancanza di soluzioni convincenti, il teatro degli altri può risollevare le aspirazioni di un teatro o di un’esistenza di basso profilo e, in tempi di omologazione e di appiattimento, il basso profilo è una risorsa, una scelta di campo, una sopravvivenza.
     And so brush up yourself!

 

***

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1 commento su “Brush up your Shakespeare”

  1. Shakespeare lo faceva di continuo, migliorando però le trame prese in prestito…la difficoltà sta proprio nel combinare con armonia questi moduli narrativi ricorrenti; il musical è un genere che non ammette mezze misure, o si ama, o si odia, anche il severo Kenneth Branagh, autore e regista di molte opere shakespeariane, si è cimentato nella trasposizione cinematografica di Love’s Labour’s Lost in versione musical anni ’30, sfidando il basso profilo, cantando a squarciagola in biblioteca…ecco lì, si riapprezzano i classici.

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