Maestri silenziosi (V)

De Chirico, Ritratto di Apollinaire, 1914

Gianmarco Pinciroli

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario

foglio 5: maggio

Maggio verrà com’è venuto Aprile,
Lola: e il futuro veste la tua forma.
Se tanto il ricordarti mi trasforma
sarà tutto il mio vivere gentile.

Adriano Grande

411. Piccole, minute, insignificanti catastrofi. Di cui non s’accorge nessuno. Un gesto, una parola. Gesti e parole accadono, chi ne è responsabile non se ne avvede senz’altro, eppure bastano a travolgere il senso di un’intera giornata, la bontà di un avvenimento, di un incontro. S’impara con gli anni a convivere con questa costante minaccia, si diventa – anche contro il proprio volere – diffidenti nei confronti di tutti, di tutti, ma proprio di tutti. Anche di se stessi; e infatti s’impara ad ascoltarsi, a correggere il proprio comportamento più sciolto e solitamente meno controllato, in tal modo si appare presso l’altro per quello che non si è. E’ una diffidenza che intende tutelare l’altro, proteggerlo contro di noi che non siamo certo migliori di chi così spesso, fuor di volontà forse, ci fa del male. Ma è tutto inutile; il timore rispetto al prossimo viene scambiato per ostilità, la prudenza comportamentale come nostro autocontrollo viene scambiata, da chi è il destinatario custodito in tal modo dalla nostra autocoscienza, per riservatezza egotistica, per egoismo tout court. Non resta che sperare nella buona tenuta dei sistemi nervosi con cui si entra in contatto, non resta che sperare che anche il nostro tenga ferma la propria consapevolezza di quanto sia difficile non fare il male all’altro.

412. Per essere in colpa bisogna essere uomini. Per essere uomini bisogna essere intelligenti, ossia comprendere lo stato delle cose che ci riguarda. Per sentirsi in colpa, dunque, bisogna essere uomini intelligenti. Per questo, per alleggerire la propria coscienza sognando un modo di stare al mondo privo di colpa, molti uomini si circondano di animali (domestici, ma non necessariamente) e di piante (commestibili, ornamentali, ma anche né commestibili né ornamentali, mera vegetazione). Gli animali sono innocenti, fanno quello che fanno ma non sanno perché, lo fanno e basta, più o meno sempre le stesse cose, più o meno sempre nello stesso modo. Le piante sono innocenti, ancora più prevedibile è il loro comportamento, in più è anche silenzioso. Ma anche i sassi sono innocenti, e con loro tutti gli oggetti inanimati, essi ci sono e non sembrano porsi alcun problema in merito al loro esserci, non cercano nemmeno, a differenza di animali e di piante, di mantenersi in vita, ignorano questa tenacia che ci rende ancora tanto vicini al mondo vegetale e a quello animale. E gli oggetti artificiali? Sono anch’essi innocenti? Gli oggetti artificiali li abbiamo fatti noi, e sono innocenti solo se sono molto lontani da noi. Un coltello è innocente solo se un uomo non lo impugna, profilando attraverso un tale impugnare la possibilità di diventare un assassino; però, allora, anche un sasso potrebbe servire a questo stesso scopo, qualora un uomo lo tenesse ben stretto in mano. C’è però questa differenza: il sasso non è stato fatto dall’uomo, il sasso è stato raccolto da terra e la sua dolce insensatezza radicale di sasso testimonia dell’impenetrabile enigma della sua origine, della sua come di tutto il regno dell’inanimato, del vegetale e dell’animale. Il coltello, invece, è stato fatto dall’uomo, il coltello è già da subito carico d’umanità, se la porta dietro dovunque esso sia, che serva a sbucciare una mela come ad uccidere, esso è un utensile alle origini, mentre il sasso è soltanto un utensile occasionale. Allora il coltello è portatore di colpa, è un utensile alle origini e quindi è luogo di colpa: in esso, utensile, e grazie ad esso, come in infiniti altri e grazie ad infiniti altri, la colpa si concretizza in gesti, avvenimenti, situazioni, vittime carnefici, lavoro, esperienza, sopravvivenza, fatica, gloria, sapere, ignoranza, emozioni, valori, giudizi: Storia. L’utensile è il motore della storia universale, è il luogo in cui l’uomo si riconosce uomo, in cui esercita la sua intelligenza, in cui manifesta il suo agire ed il suo patire colpevoli, in cui, talvolta, sommandosi infine tutte queste condizioni, l’uomo si sente in colpa.

413. Ma la colpa, quando è sentimento della colpa, è sempre sentimento della finitudine. Si vive, e poiché si deve morire, noi chiamiamo questo dover-morire l’effetto di una colpa. Vivere non è una colpa di per sé, lo è vivere da uomini, e l’intelligenza necessaria a sapere che si è intelligenti potrebbe presentarsi come una dannazione, giacché a questo, appunto, approda: al sentimento di una colpa e, quindi, al fatto di dover morire. Ma se noi riuscissimo a staccare questa intelligenza della colpa dall’intelligenza in generale, allora non sapremmo che dobbiamo morire, e saremmo immortali come gli animali, le piante e i sassi. Immortale significa: che non muore mai, ovvero: poiché il morire è un sapere di dover morire, immortale allora significa: che non sa che deve morire. Chi non sa che deve morire non muore mai, ma la sua immortalità non s’identifica con l’eternità, poiché la sua condizione di uomo, anche di uomo che non sa che deve morire, è comunque situata sulla linea del tempo, e sulla linea del tempo non si dà altro che temporalità, essendo l’eternità ciò che sta fuori del tempo. Di ciò che sta fuori del tempo non si può sapere nulla, né possiamo chiamare la condizione di ciò che sta fuori del tempo immortalità, giacché ciò che giace in quelle condizioni non solo non sa che deve morire, come potremmo non saperlo noi a determinate condizioni, ma non è nemmeno dotato della possibilità di un simile sapere, essendo appunto fuori del tempo, fuori cioè dalla linea su cui si situa il sapere tutto umano di dover morire. A quali condizioni noi potremmo non sapere di dover morire, e quindi essere immortali? Se regredissimo, anche solo alla condizione preumana tipica di qualche primate di noi lontano parente sulla linea dell’evoluzione, non sapremmo, ma con questa modalità del non sapere di dover morire perderemmo anche ogni altro sapere, ogni altra intelligenza; la regressione sarebbe una fuoriuscita dall’umano tout court. Non esistono altre possibilità? Certo, la dislocazione estatica, per es. da Plotino in poi, per tacere di tutti i mistici, vede la non-morte di una luce che, nel mondo giacente sulla linea del tempo, è spegnimento progressivo fino al vuoto della materia e alla sua notte completa, dove non c’è tempo nel senso, già visto, dell’inorganico e dell’incoscienza totale. Ma il fatto è che l’esperienza estatica, come si sa, ci fa uscire da noi stessi, cosicché, perdendo l’identità, non possiamo più fare di questa dislocazione radicale un sapere, un’intelligenza rispetto ad alcunché, e ancora una volta non sappiamo di essere immortali se non perdendo ogni altro sapere. Anche la riduzione della temporalità all’attimo impedisce il coglimento di un sapere dell’immortalità, pur consentendoci, nell’attimo che ci illudiamo di cogliere, di immaginare l’assenza della serie, l’assenza della serie d’attimi che costituisce la linea del tempo e che profila fatalmente la finitudine di chi se la vede scorrere addosso attraverso le più ampie porzioni di masse d’attimi che sono il proprio passato. E persino il proprio presente; il presente, infatti, non va identificato all’attimo, poiché l’attimo è una pura ipotesi di lavoro, essendo una sezione non mai quantificabile se non grazie alla convenzione di un linguaggio che scandisce il presunto divenire sulla base di un sentire temporale tutto umano. Poiché l’attimo non è mai davvero coglibile con la mente, il nostro sapere, la nostra intelligenza dell’attimo è troppo convenzionale per cancellare la temporalità di cui siamo fatti e la mortalità cui siamo destinati, cosicché l’immortalità dell’attimo è l’inganno più sciocco che l’uomo possa inventare a proprie spese tanto, per così dire, “per passare il tempo”. Il quale passa comunque, sempre più carico di colpa, dentro di noi sempre meno immortali…

424. Il ritorno incessante sul testo è sintomo della genuinità di quel testo? Io potrei, in fin dei conti, riprendere continuamente a leggere quelle pagine semplicemente perché non ne comprendo il senso, cosicché la mancata comprensione del senso diventerebbe in realtà il seguente problema, ovvero: tale incomprensione equivarrebbe, o non equivarrebbe per nulla, alla genuinità di un testo? E l’immediata comprensione di un testo, parimenti e per converso, s’identificherebbe con la sua inautenticità? In questo caso s’imposterebbe la doppia equivalenza: difficile uguale autentico, facile uguale inautentico. Ma questa doppia equazione ne potrebbe camuffare un’altra: difficile per me uguale autentico, facile per me uguale inautentico, dove la responsabilità dell’attribuzione della patente d’autenticità o del suo contrario sarebbe tutta mia, sarebbe tutta del soggetto, non più o non solo dell’oggetto. Il ritorno incessante sopra un testo estetico, inoltre, presenta caratteristiche assai differenti da quello implicato da un testo non estetico, un testo filosofico per esempio. La comprensione di un testo a valenza estetica è altra cosa, poiché ha a che fare, secondo tradizione, col Bello, mentre la comprensione di un testo filosofico avrebbe a che fare, almeno in prima istanza e sempre secondo tradizione, piuttosto col Vero. Non sembrano esserci garanzie inoppugnabili rispetto alla genuinità in assoluto di un testo, eppure non c’è lettore che non difenda con cura e con zelo l’autenticità delle proprie scelte, alle quali dedica la parte migliore della sua giornata; forse, è proprio questa dedizione che rende tanto preziosa la scelta, tanto necessaria la validità di ciò che occupa una così gran porzione del nostro tempo, tanto indiscutibile il nostro gusto nel giudicare: infatti, in questi testi noi abbiamo investito la parte migliore di noi stessi, in essi ne va del nostro Sé più intimo, forse più “vero”, in essi celiamo e custodiamo da occhi indiscreti la camera più privata della nostra mente e del nostro cuore, abitata quindi da certi testi piuttosto che da altri, e solo noi sappiamo perché. E poi: dato tutto il tempo che quei testi richiedono per essere letti come si deve, chi li legge deve poter dire a se stesso che non ha perso tempo. Il tempo della nostra vita è prezioso, è l’unica cosa di valore che ci possa realmente essere portata via.

427. Non credo che la filosofia possa assumersi sulle spalle il carico del male. Quando l’ha fatto, l’ha risolto, come fosse un problema, dimostrandone l’inconsistenza ontologica, oppure allontanandone l’effettualità con la giustificazione ultrarazionale che il male che accade appartiene ad aspetti empirici dell’esperienza di nessuna rilevanza riflessiva, poiché ciò che conta è soltanto l’intenzione, la buona intenzione, pazienza se poi le nostre azioni reali abortiscono effetti che quelle buone intenzioni per nessun motivo lasciavano prevedere. Ma è giusto così; per filosofare bisogna essere in buona salute, soprattutto mentale, e chi sta male la buona salute mentale non ce l’ha di certo. Per filosofare, bisogna prendere le distanze dalla vita, bisogna poterla vedere, non viverla, bensì vederla vivere. Tutti i tentativi esistenzialistici di mescolare vita maligna e pensiero sul male hanno prodotto cattiva letteratura e banalità filosofiche. Il male, lasciamolo ai poeti. Ne scrivono, e ne muoiono.

428. Ma il rischio è che i poeti, ad un certo punto, tacciano, e che dunque il male resti senza parole. Infatti, è questo il male: restare senza parole. La parola dei poeti è una parola che non parla, che parla il non di ciò di cui parla. La parola dei filosofi, invece, il non lo assume come oggetto d’indagine scientifica; anche il filosofo più disponibile ad alludere, ad accennare, a scendere a patti con una parola che riesca ad incorporare il non senza tradirlo in positività, anche costui deve argomentare. Ma il male non sopporta argomentazioni; tu lo puoi sistemare in un ordine, il male te lo scardinerà ogni volta, puoi renderne ragione, ma la sua presenza implicita dentro ogni esperienza di vita esorbita ogni volta da ogni discorso sull’esserci, puoi denunciarne la natura noumenica ma ogni tua chiarificazione fenomenica sarà invasa dal suo possibile, dalla sua ombra, dall’esercizio del dubbio, l’unico esercizio logico nel quale il male sia imbattibile, giacché in tutti gli altri esercizi di pensiero, tesi semplicemente ad affermare o a negare, non intende certo misurarsi. Il male non nega il mondo, la gioia o la bontà, non si spreca in inutili diatribe oppositive all’insegna di una logica bandiera principiale, tipo ‘principio di non contraddizione’, no, il male si limita a sollevare una lieve cortina di dubbi, un fumo sottile e penetrante, una nebbia che non impedisce di vedere attraverso, si limita a confondere un poco i tratti, i confini, le trasparenze eccessive, la prepotenza della luce meridiana. Forse il male, a ben vedere, è proprio il filosofare che si nasconde tra le migliori righe delle migliori pagine dei filosofi, e dunque – a parziale correzione del frammento precedente – il male non lasciamolo né ai poeti, che poi per lo più o tacciono o cantano di tutt’altro, né alla frontalità della parola dei filosofi, bensì andiamo a cercarlo nei versi che i poeti non hanno scritto, e nei palinsesti che stanno malignamente celati dentro le tronfie pagine dichiarative dei filosofi. Ma soprattutto: le non-parole sul male, andiamole a cercare, perché non sono mai così evidenti, appunto: sono non-parole, esse non-sono, e non-essendo ci parlano, e parlandoci dal loro non-essere, ah somma trasgressione!, esse non ci fanno del male!

438. Quando chi scrive smette di scrivere, nella sua vita non succede proprio nulla. Smette di scrivere, tutto qui. Fa altro; che cosa fa? Non importa che cosa fa, naturalmente. Potrebbe aver a che fare con le parole, e non potrebbe: poco importa. Non saranno parole scritte, comunque, e se saranno fatti e non parole, saranno fatti che non troveranno parole (scritte) per rimanere a disposizione. Infatti, le parole scritte, ed i fatti di cui esse si occupano, restano a disposizione. E’ la loro caratteristica principale: scripta manent, ed il loro restare non è un restare qualsiasi, non è il rimanere di un ciottolo; il restare della parola scritta è un restare a disposizione, ovvero, un restare in attesa di una qualche adibizione a produrre senso per qualcuno in vista di qualche fine. Se così stessero sempre le cose, verrebbe voglia di tacere e di gridare, ma in silenzio naturalmente, viva il silenzio!, e poi fare altro, appunto. Ma le cose, quanto alla parola scritta, non stanno sempre così, anzi, il più delle volte, le parole scritte sono enigmi quanto alla loro origine, enigmi quanto al loro senso fuori da quell’adibizione cui sono state sottoposte, enigmi quanto alla loro sorte, quella di restare invece di svanire nell’aria come le loro sorelle, le parole dette. Le parole scritte sono, allora, molto più simili alle loro sorelle in penombra, le parole non dette e non scritte. E’ un paradosso inaccettabile, considerare somiglianti le parole non dette e non scritte con quelle scritte? No, se le si sgancia, queste ultime, dal senso cui sono state asservite; esse, così slegate, stanno lì, prima di ogni adibizione, monumenti paurosi e dalla grande ombra, che nel loro non-significare nulla ci ricordano il lavoro di senso che spetta a noi uomini in ogni attimo, la vanità di questo lavoro rispetto al riposo di una qualche assolutezza di valore, il vuoto essenziale di cui queste parole scritte e immobili, impietrite nel loro enigma opaco, rappresentano il monito incomprensibile.

439. Scrivere sulla scrittura degli altri, la cui scrittura ha conquistato, con la morte dello scrivente, una qualche gloria duratura: ecco una possibilità infinita. Dedicare la vita alla scrittura di Platone, di Dante, di Proust: l’immenso che nessuna ermeneutica assorbirà mai in nessun libro, che nessun libro assorbirà mai grazie a nessuna ermeneutica, che nessuna serie di libri scritti nel tempo assorbirà mai in nessuna biblioteca. Bisogna scegliere, forse, ad un certo punto della nostra vita di scriventi: o questa scrittura che conferma il limite del proprio approccio all’infinito del testo, o quell’altra scrittura che, pur consapevole del limite del proprio farsi giorno dopo giorno, fonda, per il tempo a venire e per lettori che ora non ci sono ancora, l’infinito cui quella scrittura, diventata forse un giorno “testo” a sua volta, metterà fatalmente capo per altri operai della parola. Ogni operaio della parola, al servizio della scrittura d’altri diventata “testo”, sogna, malgrado quel lavoro servile, di diventare anche lui il padrone di una casa, magari proprio di quella che sta costruendo coi mattoni degli altri…

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Il quinto dei “13 fogli di calendario” che compongono questo “inattuale” diario-zibaldone di Gianmarco Pinciroli (testi 411 – 456) sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, L, Settembre 2014.
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3 pensieri su “Maestri silenziosi (V)”

  1. I paragrafi 427 e 428 mi sembrano -oggettivamente – condivisibili . Pochi poeti sono in grado di “veder vivere”la vita , quel quid che li salva dagli epicedi luttuosi di negatività e di autoreferenzialità mediati dal famoso “male di vivere”. Pochi poeti posseggono il gusto , la consentaneità col senso del paradosso , forse l’unico contraccettivo al dolore e dintorni , che non risarcisce e non salva nessuno ma che resta un non peregrino atto di opposizione alla umbratilità personale e alla miseria dei tempi .
    Grazie a Pinciroli e a Marotta
    leopoldo attolico –

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