La riconoscenza?

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Da circa un anno ho avuto la possibilità e l’onore di collaborare con la Dimora, grazie alla gentilezza e all’altruismo di Francesco Marotta, e lo ho fatto in modo sporadico, secondo quelle che sono le mie possibilità; non mi sono mai permesso, però, di inserire un articolo senza il benestare di Francesco, perché penso che questa Dimora, che è casa di tutti, sia prima di tutto la sua. Lo faccio oggi per queste riflessioni che probabilmente sono banali e che mi sono suggerite dall’incertezza, che Francesco stesso ha già molte volte lasciato intravvedere, sul futuro del sito.

Tralascio tutto quello che ci sarebbe da dire sulla realtà dei blog di poesia e letteratura, che forse sono giunti alla fine di un ciclo. Ma credo che la Dimora in quest’ottica costituisca una parziale eccezione. Tralascio anche quelli che possono essere i problemi personali di Francesco e le sue motivazioni. Non è questo il punto.

Francesco stesso già in passato su queste pagine aveva espresso in modo chiaro la propria amarezza per un ambiente – quello letterario o pseudoletterario – in cui tutti sono disposti a chiedere, ma ben pochi a dare, in cui non è importante essere bravi ma più-bravi-di, in cui fondamentale non è sempre la dignità del proprio percorso ma la sua visibilità. Però credo che i frequentatori della Dimora non siano dei bambini, e dunque sappiamo tutti qual è il valore della riconoscenza nella vita reale, e non solo nel piccolo mondo della scrittura. Non è nemmeno questo il punto.

Quello che mi chiedo è invece altro. Io scrivo, noi scriviamo, tu leggi, noi leggiamo. Facciamo parte del carrozzone, a vario titolo e con diverse attitudini, ma ne facciamo parte, e non a caso non me ne tiro fuori, parlo al plurale che è prima di tutto singolare. Insomma, siamo dalla parte di chi vorrebbe – tenterebbe, aspirerebbe a – esprimere il lato migliore e più profondo della nostra umanità, individuale o collettivo che sia. Eppure siamo i primi che non solo accettano, ma danno vita da protagonisti ad un teatrino basato molto più spesso sull’egoismo e sull’affermazione del sé. Con quale coraggio, poi, speriamo che la nostra voce possa diventare comune? Con quale dignità?

E resto dell’idea che per chi scrive – e lo dico a me stesso che provo a farlo – la dote più importante non sia saper scrivere, ma l’umiltà. (ft)

 

***

50 pensieri su “La riconoscenza?”

  1. Leggere umiltà” è cosa rara; trovarne qualche briciola è difficile, anche gli angoli ne sono sprovvisti.
    Sono d’accordo e ringrazio questa “Dimora”, preziosa perla che, sarebbe un peccato non risplendesse più.

    Un saluto di buone cose
    Tiziana

  2. Giusto intervento. Spesso non ci rendiamo conto che chi ci mette in mano uno strumento come questo, lo fa nella gratuità più completa, aspettandosi che lo scambio tra i singoli che intervengono produca i frutti e la soddisfazione tipiche di un confronto sano e genuino. A volte può capitare di incaponirsi su qualcosa, qualche polemicuccia l’ho fatta anch’io, ma ciò che apprezzo più di tutto è la possibilità di conoscenza che questo luogo offre. Su queste pagine ho conosciuto autori e opere che, probabilmente non avrei mai incontrato, e di questo sono profondamente grato a Marotta anzitutto, e ovviamente al resto dello staff. Da frequentatore abituale che apprezza invito a tenere duro, le soddisfazioni di aver cura di un crocevia così importante ci sono,.ci sono state e ci saranno in una logica di scambio, riconoscenza, confronto. Un caro saluto.

  3. “Io canto perché – sono un cantore. E io vi ‘sfrutto’, perché ho ‘bisogno’ di – qualcuno che mi ascolti” (Max Stirner)

    sul valore di ‘umiltà’ bisogna vedere da quale posizione la si intende.

    grazie a Francesco e alla Dimora.

    un abbraccio

  4. L’umiltà,cwerto che di solito, si accompagna proprio a chi sa scrivere sul serio,che fa della scrittura il proprio percorso esistenziale, la ricerca della propria identità. La prosopopea è davvero più facile riscontrarla negli ignoranti. In questa dimora,per fortuna ( e sappiamo a chi dire GRAZIE), non ce ne sono.

  5. Mi fa sempre trasalire e m’intristisce non poco l’ipotesi, che ogni tanto si riaffaccia, che la Dimora possa chiudere o che si possa considerare esaurita la sua ragion d’essere. Questo non deve assolutamente accadere e le ragioni per cui la Dimora del Tempo sospeso deve continuare mi sembrano sempre più forti e valide: Francesco Marotta ha saputo costruire uno spazio di altissima cultura ed umanità (e potrei invertire il binomio, perché i due aspetti non vanno scissi e dire: uno spazio di altissima umanità e cultura). Mi sento davvero felice nel leggere e nell’imparare dagli articoli pubblicati nella Dimora, essi sono per me gradito appuntamento quotidiano. Ringrazio Francesco Tomada per la sua riflessione e per la sua franchezza: è questo un atteggiamento che contribuisce non poco ad innalzare ulteriormente il livello di questo spazio, in barba agli egoismi, narcisismi ed esibizionismi che, è purtroppo vero, insozzano il mondo letterario (e non solo quello). Un caro saluto ed un enorme grazie a tutti coloro che hanno collaborato e collaboreranno con la Dimora. A Francesco, ovviamente, un grazie speciale.

  6. Da estraneo ai teatrini del proprio sé mi auguro, essendo stato ospite della Dimora in tante occasioni, che la Dimora viva ancora, nelle forme in cui potrà vivere. Con affetto e grande riconoscenza, sempre. Marco E.

  7. L’anno scorso, di questi tempi, non conoscevo nessun blog letterario. È stato grazie a Massimiliano Damaggio che ho conosciuto la Dimora e Francesco Marotta.
    Non potrò mai dimenticare l’iniziale “carteggio” avuto con lui. Una persona che considero un maestro.
    La Dimora, grazie al taglio datogli da Francesco, coniuga letteratura e umanità.
    Un territorio anti istituzionale che fa da controcanto alla poesia di corte.

    Grazie Francesco per questo post e per il valore che hai messo in gioco: l’umiltà.

  8. Hai ragione da vendere, Francesco. L’umiltà sì, prima di tutto, quella che nasce da un leale e disponibile incontro/confronto, non dalle “gare” e le competizioni, dal “vincere” qualcosa, sgomitando e gridando. Perchè siamo tutti piccoli e abbiamo bisogno di rapporti sinceri e veri con chi, come noi, scrive o cerca di farlo. Per crescere e migliorare, come scrittori e,soprattutto, come persone.
    Io non posso che ringraziare di cuore I due Franceschi per la disponibilità e la generosità con cui hanno accolto qui, più volte, alcune mie cose, dando loro visibilità. Ve ne sono profondamente grato e non lo dimentico. un carissimo saluto ad entrambi.

  9. Francesco ti ringrazio tanto per queste tue osservazioni, per questo tuo invito a riflettere. La Dimora è un luogo speciale. L’ho sentita subito anche io questa umanità, quando un po’ di tempo fa Francesco Marotta, con grande generosità, ha ospitato qui alcune mie cose. E poi ho continuato a sentirla, questa profondità, in chi qui opera, scrive, interviene. Io sono grato a tutti Voi. Chi può salvi questo luogo. Paolo. P.

  10. Comprendo profondamente l’amarezza di Francesco Marotta riportata da Francesco Tomada, perchè anch’io, nelle mia minima (al confronto con questa immensa Dimora) rubrica di Poesia Condivisa che curo nel portale Poesia2punto 0, pensata fin dalla nascita come rubrica non autoreferenziale, ho spesso riscontrato supponenza e superficialità(ah l’umiltà di cui dici, Francesco!). Non mi aspetto mai riconoscenza, ma almeno un filo comunicativo da tessere insieme in anche larvata continuità, che rispecchi quella voglia di cerchio umano in cui mi ostino ancora a credere. Forse il virtuale non permette questa sincerità, questa esposizione umile del sè, questa voglia di condivisione e le ragioni possono essere -siamo indulgenti- le più varie: stanchezza, mancanza di tempo, incapacità di approfondire per interloquire un minimo, etc., ma voglio credere che la riconoscenza a questo blog e a chi vi dedica passione ed energie, come Francesco e i suoi collaboratori , ci sia e sia davvero tanta, anche se a volte sottaciuta. Da parte mia posso dire che oggi, se sono un po’ più ricca dentro, lo devo agli apporti, alle tante riflessioni e approfondimenti stimolati da questa Dimora e per questo ancora una volta dichiaro la mia riconoscenza, sperando fortemente nella sopravvivenza di un luogo necessario a diradare la miseria del nostro tempo. Un caro saluto a tutti coloro che collaborano e seguono il blog e un augurio speciale a Francesco,
    annamaria ferramosca

  11. c’è forse un uso estremo nelle piume
    se c’è la migliore cosa è portarlo via indossarlo
    essere spericolati spericolati e decisi e ricambiare

    la gratitudine

    (Paola Febbraro, rielaborando Getrude Stein)

  12. C’è in questo intervento di Francesco Tomada, che ringrazio, un passaggio che mi preme sottolineare: è quello che mette in opposizione la dignità e la ricerca di visibilità. Sull’affannosa ricerca di visibilità, brama vorace e sorda, non di rado insensata, altri prima e meglio di me hanno scritto; ma imbattermi qui nel valore “dignità” mi commuove e conferma la riconoscenza che nutro da lungo tempo per Francesco Marotta e per questa Dimora, luogo nel quale si sono moltiplicati gli incontri con la dignità della scrittura. . Non posso non affiancarla alla “grazia”, così come fece Schiller nel suo “Über Anmut und Würde” e coltivare, insieme a queste, una testarda speranza, insieme al mio desiderio che la Dimora prosegua la sua opera paziente e preziosa.

  13. sono stata ospitata dalla dimora sempre con un calore e un affetto che non dimentico. non sono, credo, mai stata a caccia di visibilità: altrimenti qui non sarei mai entrata. come molti, seguo un po’ più da lontano i blog letterari, che non in passato: credo questo indichi che essi sono uno strumento divenuto meno attraente: ma non manco di leggere, senza intervenire, molti preziosi articoli della dimora, che deve continuare a esistere, anche solo per il fatto che è in assoluto l’unico luogo in cui non ho mai visto avvenire scontri, ma incontri, non antagonismi, non passerelle. il tempo sospeso è quel tempo che lascia fuori “gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede”. un abbraccio corale e uno speciale a francesco marotta. se serve aiuto, ora dispongo di un po’ più di tempo che non in passato.
    sono qui.
    lucy

  14. Credo che l’eccessivo carico riposto in queste faccende di versi sia infine stancante. C’e’ un non detto fra lo spazio pubblico e quello privato, considerarlo un ammortizzatore sociale e trattarlo come tale aiuterebbe forse a sentirne meno il peso?

  15. Mi sento estranea a qualunque ambiente poetico ma in questa dimora che ho conosciuto grazie a Massimiliano Damaggio sono stata ospitata con calore e disponibilità. Francesco, nonostante sia una persona di grande spessore poetico e letterario è generoso e gentile, aperto a tutti. Io non posso che ringraziare per aver avuto l’opportunità e l’onore di essere ospitata qui. Marilena

  16. …arrivo sempre in fondo, sono lenta ma trattengo a lungo, anzi, non perdo nulla e non mi sento di parlare al passato per questo sito che, come nome, è INDICATIVO: La dimora del TEMPO SOSPESO. E questo ha più di una valenza, credo. Se si considera poi che il tempo non esiste, la di-mora è il costume e l’usanza alla lettura attenta e partecipata a tutte quelle metafore e meta-morfosi con cui noi, umani, crediamo di salvarci da un percorso per trovarla, una dimora,una casa che sia tutti quelli che si incontrano per strada.Questo è Rebstein, per me e continua ad esserlo, volesse anche stare fermo, è già avanti, oltre la misura del tempo e dentro ciascuno di quelli che lo leggono e vi si trovano raccolti e siamo noi che dobbiamo rincorrerlo. In qualsiasi caso, ripeto, uso l’indicativo e al PRESENTE, come E’ sempre, la presa di posizione di Francesco Marotta…anche restando in silenzio…ferni

  17. domani porterò uno dei miei gatti dal veterinario perchè gli faccia una puntura anestetizzante perchè poi possa galoppare in verdi pascoli insieme a Manitù. Poi leggo sulla Dimora che mercoledì è morta la signora Risset. Poi queste lamentazioni (sacrosante) sull’umiltà e vventilate voci di chiusura della suddetta. L’avrete capito non sono un letterato o aspirante tale, spero vivamente di poter continuare ad emozionarmi di fronte al potere della parola scritta o declamata. ciao peppo

  18. Capisco, mi sono scontrato anch’io con la mancanza di quell’umanità che mi aspettavo da uomini e donne di cultura. E mi riconosco nel passaggio che contrappone la ricerca della dignità a quella della visibilità. Personalmente, ho risolto il problema rinunciando quasi del tutto alla visibilità.

  19. La mancanza di coincidenza tra la statura artistica (quando sussiste) e quella etica è cifra ricorrente nella storia dell’umanità e non me ne preoccuperei più di tanto. Chi fa per un ideale, fa; si cura poco dell’eventuale ingratitudine. Infine, ma questa è una mia discutibile convinzione, la persona davvero umile nemmeno si pubblica e pubblica (in un blog, sulla carta, ovunque) e così direi che di umili, in giro, ce n’è attualmente pochi, apparteniamo tutti – chi più, chi meno – al girone (o alla cornice) dei superbi.

    Questo di Francesco Marotta è un luogo splendido. Chiuderlo, credo non competerebbe nemmeno più al suo creatore.

  20. Ogni tanto sbircio anche le proposte di questo blog e il mio giudizio è positivo. Ma cosa un blog anche ben fatto e ospitale non riesce ad ottenere? (Come non lo riescono ad ottenere anche i tentativi ancora persistenti di riviste, cenacoli, cricoli culturali). A me pare che sia sempre più difficile il salto dalla “passerella” degli ospiti alla cooperazione attorno ad un progetto ( per me necessario e non limitabile al “poetico”).
    Se ci si pensa bene, i numerosi blog svolgono un’opera di “supplenza” in assenza di un discorso critico sulla poesia capace davvero di attirare su di sé le migliori energie, che oggi sono disperse e costrette o al lavoro “in solitaria” (indispensabile) o, non essendo i poeti degli eremiti, ad accontentarsi – appunto – di quel tanto di “visibilità” e scambio di opinioni che questo o quel blog dà.
    Abbozzi di questo discorso critico mancante li si trova un po’ qua un po’ là sul Web o in molte città. Ma sono singoli ‘io’ che li elaborano ed espongono ottenendo un alone di consenso in fin dei conto amicale. Altre cerchie (altri blog o siti) non vengono coinvolti e adottano strategie repulsive. Così si assiste ad uno strano “nomadismo”, che a me (vecchio) ha fatto sempre sorridere amaramente: singoli ‘io’ (poetici o critici o ibridi) compaiono – appunto soltanto come ospiti o commentatori! – ora su questo ora su un altro blog o sito: dicono la loro, si beccano i loro cinque minuti di “visibilità” (o di bacchettate) e poi vanno a “sfarfallare” su altri siti o blog.
    Quasi mai accade che un ospite *scelga* (oh, che parolone!) un blog perché convinto del “progetto” che ha in mente il suo organizzatore e da ospite diventa collaboratore.
    Troppa “responsabilità”! Troppa fatica organizzare e selezionare criticamente e assieme la produzione di poesia e paraposia oggi torrentizia e lutulenta.
    Insomma, non si riesce più a fare il salto – dico io (e forse penso in modo antiquato) – dall’ ‘io-io’ quantomeno ad un ‘io-noi’ (lascio da parte lo spauracchio del veramente problematico ‘noi -noi’ che tante delusioni e danni ha procurato in passato).
    Non si riesce, cioè, a unire in un “luogo” (che sia virtuale e reale al tempo stesso) un bel po’ d’intelligenze critiche e poetiche; e farle confrontare, scontrare con ogni probabilità, gestirne la conflittualità (e competitività) in modi non distruttivi; e, infine, verificare se davvero non è più l’epoca del “fare gruppo” (nel senso più alto e responsabile del termine, non in quello pessimo di sette avanguardistiche o piccole lobby per accedere ai residui fasti accademici o editoriali) o se se ne ha soltanto paura e si preferisce esorcizzare un rischio ( e una fatica). Tanto,dopotutto, sfarfallare “gratifica” (come si dice). In quest’ottica l’apologia dell'”umiltà” mi pare ambigua ed evasiva. Un saluto.

  21. ringrazio Francesco Marotta che mi ha ospitato nella sua Dimora e gli auguro di saper passare oltre questo momento di amarezza per continuare un lavoro generoso e una proposta che fa della poesia, la casa di tutti.

  22. Caro Francesco, indirizzo a te questo commento, come fosse una cartolina scritta da un dove qualunque. Leggo solo stamani il presente post, mi chiedo se sia meglio contribuire o tacere, scarto subito (nonostante il mio congenito pessimismo) la seconda strada.
    Sappiamo bene che la riconoscenza è cosa non umana, ma ci sono eccezioni. Io tra questi. Ti sono riconoscente e non solo per avermi ospitato ma per il modo in cui lo hai fatto: poche parole, gentilezza, serietà.
    Detto questo, per come la penso io, se deciderai di chiudere, vorrà dire che avrai i tuoi buoni motivi. Forse delle parole non resta nulla. Forse dei blog non resta nulla. Nulla di noi “poeti/poetanti/lettori e bla bla bla”, ma la signorilità si fiuta a distanza. E tu sei signorile, lo dimostra già la titubanza sul destino del sito.
    Non so cos’altro dire.
    Un caro saluto
    Giuseppe samperi

  23. Ringrazio anch’io Francesco Tomada per queste parole.
    Così, emotivamente, intervengo:

    Non amo espormi, e credo che un po’ tutto il mio profilo personale possa attestare questa affermazione, quasi banale e ovvia, o di circostanza (o gratuita, come i “sarò breve” con cui affabulatori e tritatutto doc partono in quarta ammorbando con digressioni e dettagli, infarcendo il tutto di citazioni irrelate e pretestuose).

    Comunque sia, appena letto il post di Francesco Tomada (che non ho mai incontrato di persona e che considero un amico, come non ho ancora avuto occasione di incontrare Francesco Marotta e che considero un amico: due Francesco accomunati da una rara generosità; così li immagino, belli e onesti, come nel commento di Guglielmin), appena letto il post dunque, ho ripensato a questa Dimora.

    Grazie a Marotta, a partire dal luglio 2009, miei testi critici e miei versi sono stati ospitati sempre con cura, attenzione, e con una dedizione encomiabili: sono a tutt’oggi 56 i post che mi riguardano, mentre credo di aver lasciato vari commenti in almeno 100 post altrui. Questa è la generosità di Francesco: è grazie alle sue richieste che mi sono avventurato nel Web, è lui che ha vinto la mia ritrosia non di facciata: prima infatti nulla di me vi era mai apparso: fossilizzato come ero in una visione e in una cultura tutta cartacea.

    Non so se esista una comunità di scriventi, non so neppure se esista una qualche comunità: vedo in giro associazioni e ghetti impenetrabili da cui mi tengo a debita distanza.

    So che nella DIMORA ho incontrato nuovi amici e ne ho ritrovati alcuni di vecchia data. Si può dire che quasi tutti i miei materiali usciti sul web siano qui (o qui siano apparsi in anteprima, o qui siano stati riversati testi usciti in cartaceo).

    CREDO NELLA DIMORA come occasione di incontro e di confronto,
    non credo alle vetrine, ne alle riviste patinate (ne ho lette tante, troppe, senza cavarne poi molto, senza ravvisarvi quel minimo tratto di umanità e di solidarietà che invece qui ritrovo sempre.

    CREDO NELL’UMANESIMO SENSIBILE E NEL ROVELLO DI CURIOSITA’ che rendono la DIMORA E FRANCESCO una couche di pluralismo, una sponda e una finestra non magniloquente e non vaga sulle cose.

    AMO LA DIMORA E FRANCESCO per quella totale disistima dei valori dell’establishment: a riprova di ciò, faccio notare che questa è l’unica casa che ha accolto alcuni miei versi molto polemici nei confronti della grande editoria e dei suoi portaborse (chi vuole, può rileggervi il testo per ALDO BUSI): versi che non hanno trovato ospitalità neppure in riviste tradizionalmente ‘di opposizione’….

    quei portaborse che hanno tanto grasso sugli occhi e troppi prosecchi nelle orecchie per accorgersi della forza assoluta di un autore come FABIO FRANZIN (ecco un altro nome, un esempio tra i molti, che la DIMORA ha sempre sostenuto e valorizzato: un autore che in tempi non sospetti avremmo con molta probabilità trovato presso Einaudi o Garzanti, quando ancora gli editor avevano antenne lunghe e presenza sul territorio, quando ancora si era lontani dal dilavante cascame di io minimi e pulviscolari, ablativi e ornamentali).

    AMO LA DIMORA PER IL VALORE ASSOLUTO DI ALCUNI INTERVENTI, IN PARTICOLARE, per il valore di certe traduzioni e di certi traduttori: un nome per tutti: ADRIANO MARCHETTI.

    CREDO NELLA DIMORA come luogo della possibilità: svolge il ruolo che un tempo era delle riviste letterarie migliori, più attente alle novità, e più inclini al dialogo, meno ideologiche e schierate, e, tuttavia, attenti alla qualità dei testi.

    Dico pubblicamente grazie a Francesco MAROTTA per tutto il suo lavoro, e a Francesco Tomada per la franchezza condivisa.

    E alla DIMORA, reale e non virtuale luogo di crescita e confronto, dico GRAZIE DI ESISTERE, grazie al consistente CONSISTERE di voci e proposte, all’utilità operativa di un grande archivio disponibile e ospitale (mi scuso per il tono enfatico)

    ciao a tutti.
    m.

  24. Non credo ci sia bisogno anche di un mio intervento, qui, in questa dimora della dimora, in questo varco che si è aperto non lateralmente o di sbieco, ma proprio nel bel mezzo del portone principale ovvero di quella soglia, anche sapienziale se vogliamo, che noi tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo varcato da ospiti. Perché siamo, innanzitutto, ospiti. Tutti, nessuno escluso. Lo stesso Marotta, da un certo punto di vista, andrebbe considerato come un ospite: un ospite della scrittura. Delle scritture di cui si è fatto tramite e portatore e che, nel corso degli anni, hanno dato luce e aria a questo “dimorare”.
    L’ospite, quello “ospitato”, per quanto provenga da un “fuori”, non sempre è uno straniero, ma (Derrida docet) può talvolta imporre le proprie leggi all’ospitante, o quantomeno pretendere che l’ospitante, in quanto tale, debba aprirgli le porte in maniera incondizionata. Contravvenendo Derrida, si potrebbe dire che si dà dono solo se c’è dono di ritorno, o almeno se c’è quel sentimento di “riconoscenza” cui accenna Tomada. Certo, non sempre accade. Ma questo fa parte dell’ampia sfera dell’ospitalità, ovvero di quella questione, sempre aporetica, tra il dare e il ricevere che tanto condiziona il lavoro di quei “portatori sani” di letteratura che, come Marotta, hanno aperto spiragli e fomentato innumerevoli punti di fuga dall’attuale marasma letterario con una scelta mirata e consapevole.
    Quando ho posto la differenza tra ospiti e stranieri mi riferivo a me stesso, a Francesco Tomada e Natalia Castaldi perché apparteniamo ad una categoria, per così dire, privilegiata di ospiti, in quanto dotati della licenza di pubblicare, ma questo non incide più di tanto. Il debito che noi abbiamo nei confronti di Marotta è inquantificabile, perché qui, nella dimora, “accade” la scrittura. E non è cosa da poco. In un mondo tutto votato alla visibilità della quantità da esibire qui vige la necessità e l’urgenza della qualità. In poche parole: se altrove si scrive qui, molto semplicemente, si fa letteratura. E tutto questo grazie a Francesco, e solo in secondo luogo grazie a quella manciata di ospiti con licenza di pubblicare, e grazie anche e soprattutto a quegli autori/amici, cosiddetti storici, che sono qui da sempre come incastonati idealmente nelle pareti della dimora, in particolare: Giuseppe Zuccarino, Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Manuel Cohen, Antonio Scavone. Naturalmente, l’elenco degli ospiti potrebbe estendersi con una serie di altri nomi, ma credo che più che il nome qui vada evidenziata l’importanza che si dà alla scrittura e al pensiero.

  25. mio caro Francesco, non passa giorno che io non mi affacci anche solo una volta su ciò che proponi, su ciò che riguarda la poesia a tutto campo, e ciò nutre sempre il mio sguardo e il mio intelletto, e te ne sono grata perchè si tratta di luce, di sapienza generosa che ci offri.
    spero tanto tu decida di restare
    a illuminarci ancora.

    tanti baci sulla barba benedetta

    1. E allora paghiamo!
      Non vi nascondo che nelle pieghe dell’ intervento pensavo si avanzasse
      una sana e solidale richiesta di aiuto, anche economico.
      Ma può darsi che mi sbaglio, certo gli “umili” diminuirebbero.
      E allora quant’è?(non scherzo)
      W La Dimora.

  26. Racconto la mia esperienza… per lo stimato Marotta, e allargo l’ambito. Scusate la lunghezza.

    La prima cosa che ho notato entrando due anni e mezzo fa nel mondo poetico – provenendo da una real life fatta da un lavoro nel marketing che nulla ha a che vedere con il mondo letterario, famiglia, letture di classici e diari poetici segreti – e’ stata l’autoreferenzialita’ e la spocchia ovvero l’atteggiamento elitario ed egotico dei “poeti”.
    Io sono entrata in questo mondo da lettrice e da hobbista e un’altra cosa che ho notato e’ stata che c’erano tanti come me, che scrivevano senza pretese e al contempo leggevano, ma non c’erano lettori “puri”. Poi c’era il teatrino delle parti in cui i “poeti” stessi ricoprivano ora il ruolo di poeta, ora quello di lettore, ora quello di critico, ora quello di attore e performer, ora quello di editore, ora quello di impresario teatrale, ora quello di organizzatore di eventi… e chi piu’ ne ha piu’ ne metta.

    Non ho avuto la fortuna di conoscere Marotta e neppure subito La Dimora: sono passata per altre esperienze, a volte positive, a volte molto negative dal punto di vista artistico e umano. Ma sono “cresciuta” in fretta, grazie soprattutto alle esperienze positive, e ho preso in breve la decisione di spendermi in prima persona per far cambiare le cose. Ho fondato Versante Ripido per dare visibilita’ ai poeti che apprezzo come lettrice e per richiamare i lettori all’amore per la poesia (sono un’ambiziosa!  ). Con i miei compagni di viaggio abbiamo scelto la difficilissima strada di darci la struttura di rivista on line a uscita mensile. Il lavoro che cio’ comporta e’ immenso, e non retribuito ovviamente: sono quasi due anni che leggo solo poesia (non scherzo: non ho piu’ aperto un romanzo, un saggio che non sia sulla poesia, un quotidiano o un fumetto da allora! Mi sono giusto concessa un libro in prosa questo agosto mentre ero in ferie  ). La mia produzione / evoluzione artistica procede, ma molto a rilento rispetto alla sua potenzialita’ perche’ sono troppo occupata nell’attivita’ di diffusione.

    Ancora ho molto entusiasmo ma inizio a capire come si senta Marotta e quali siano i suoi dubbi. Io mi rispondo di solito che quello che faccio lo faccio per la poesia e non per me o per i poeti, dunque non posso e non voglio aspettarmi nulla in cambio. In realta’ in cambio sto ricevendo molto e sono certa che anche Marotta ha ricevuto lo stesso: belle amicizie e contatti con persone interessanti, stimoli e ispirazione artistica, apertura mentale, la soddisfazione di ricevere riscontro positivo dai lettori, la soddisfazione che ogni tanto qualche “addetto ai lavori” raccogliendo il messaggio esca dal proprio orticello e abbia voglia di collaborare a un “sistema”.

    Un artista che ho in grande stima un giorno mi ha detto: “in arte, necessita non credere in se stessi 1 a 1, ma 1 a 10. Logico che da un lato devi venire riconosciuto come artista da altri artisti (veri), ma, dall’altro, devi riconoscerti tu nell’Opera e quale portatore di Opera. L’arte e’ religione, quindi parte del divino, e per esserne sacerdoti bisogna credere fermamente nel suo valore assoluto e, contemporaneamente, riconoscersi quali possibili suoi strumenti. Operazione Egotica come questa non ce n’è. Resta il fatto che di fronte a tale “divinità” non si può essere che umili, meno lo si deve essere nei confronti degli altri uomini i quali vanno rispettati, ma in sé’ necessita sempre sapere che comunque noi si è sacerdoti, loro no…”

    Un altro artista da me stimatissimo invece afferma che non bisogna curare la poesia civile ma la civilta’ dei poeti e della poesia.

    Parole di entrambi a mio avviso sacrosante! Sulle quali tutti i poeti dovrebbero riflettere e dibattere: riservino l’egotismo all’affermazione della propria arte, portando al contempo rispetto per le altre persone. Non e’ tirando palate di me… addosso agli altri artisti che si diventa migliori. Non e’ scrivendo accoratamente del tema che propone il TG di oggi che si acquisisce credibilita’ e visibilita’. Non e’ curando solo il proprio orticello che si fa il bene della poesia. Non e’ sfruttando i siti come La Dimora che si diventa ricchi e famosi; della fama e dei soldi per i poeti non e’ rimasto – ahime! – nulla al giorno d’oggi, quindi che facciamo? Ci litighiamo un cartone sotto a un ponte in un giorno di pioggia?

    A Marotta auguro di superare i dubbi e lo sconforto e di continuare con questa bella attivita’ de La Dimora.

    Invito invece Tomada, se la cosa lo interessa, a organizzare insieme, partendo dai commenti a questo suo post, un dibattito sul futuro della poesia e sull’atteggiamento dei poeti che potrebbe portare nella direzione della “voce comune” che lui auspica.

    Cari saluti.

  27. Vorrei fare un ultimo commento al post di Tomada, alla luce di ciò che è stato detto e di alcune mie riflessioni, nella speranza di contribuire a un dibattito che mi pare interessante.
    Ribadendo ancora la mia riconoscenza a Francesco e alla Dimora (così come ad altri “padroni di casa” di altre dimore), mi chiedo (e vi chiedo, pregandovi di rispondermi): come si fa a dimostrare riconoscenza?
    Sull’egotismo dei poeti credo sia stato detto tutto. Evidente è anche la “rivoluzione” dei blog, riviste online e gratuite a disposizione di tutti. Forse (mi auguro) futura memoria di questi n ostri tempi (si farà un database da tramandare?).
    Un quadretto: un poeta pubblica un libretto di versi, per strapparlo all’oblio (o averne l’illusione) cerca di farlo conoscere tramite blog del settore. Chiede di essere ospitato e riceve ospitalità. Sa che chi lo ospita farà un lavoro per lui, spenderà per lui un po’ del suo tempo. Dunque sa di essergli grato.
    Come sdebitarsi? Chiedere se c’è qualcosa da pagare? Potrebbe essere un’offesa. Ricambiare con la stessa moneta? E se non ha capacità critiche?
    Insomma, come dimostrare la propria gratitudine?
    E l’umiltà? Ma in cuor proprio, anche il più egocentrico dei poeti, oltre alla momentanea panacea/ubriacatura, non sa già di possedere una sventura? Non solo scrive in-utili versi, deve pure sgomitare e, a volte, sentirsi in imbarazzo, per farli conoscere.
    Mi scuso.
    Un abbraccio
    g.s.

    1. A mio avviso il punto è proprio questo. Non l’ha ordinato il medico, al poeta, di sgomitare per farsi riconoscere. Questa smania del riconoscimento è proprio ciò che impedisce a molti poeti di volare. Va bene che il mercato editoriale e il Paese non favoriscono la poesia, va bene tutto, ma ci vuole anche il desiderio dei poeti di migliorare. Metter davanti la dignità di un percorso piuttosto che la visibilità significa cercare di fare altro e farlo meglio, invece di cercare subito di farsi pubblicità. Senza questo desiderio di migliorarsi (la famosa “umiltà”) la poesia muore. Tutto l’agire umano muore.

      1. Gentile Galli, sono pienamente d’accordo. Per non essere frainteso: a volte, anche rare volte, ( e credo di parlare anche a nomi di altri) non è “smania di riconoscimento” ma semplicemente dare un senso al fatto di pubblicare. Chi pubblica cerca lettori, ovviamente. Che senso ha pubblicare se poi nessuno sa che esiste quella pubblicazione (come accadeva spessissimo prima dell’era d’internet)? Tanto vale, allora, scrivere e strappare, bruciare …
        Il percorso di cui dici, credo debba essere motore principale …
        Spero aver chiarito

  28. P.S.: qualcuno mi risponda cortesemente: come si fa a dimostrare la propria riconoscenza?
    Chi detiene un blog e spende gran parte del suo tempo per gestirlo ha un suo ‘rientro’?
    Siamo adulti (come si diceva sopra), dunque siamo sinceri e chiari. C’è necessità di conoscere le regole del gioco.

    1. Caro Giesse, non so se ci sia un modo per dimostrare “riconoscenza”.
      Credo che la più grande riconoscenza la deve ciascuno di noi a se stesso, facendo sempre e SOLO ciò in cui crede e che lo gratifica al di là di ogni “rientro”.
      Poi, alla fine dei conti, credo che la memoria sia la più alta forma di riconoscenza, quella che si tramanda e che è, o dovrebbe essere, primo e unico fine di questo tipo di condivisione di conoscenza, storia, lettere del proprio tempo.
      un caro saluto alla Dimora e ai suoi ospiti.
      natàlia castaldi

  29. Ringrazio chi è intervenuto, lasciando una traccia o uno dei molti validi spunti di riflessione, anche se critici con quanto avevo scritto io, e va benissimo così: molti li trovo più che giustificati. Il limite tra cosa è “giusto” e cosa no non è scritto da nessuna parte, e chi scrive – io per primo, lo sottolineo – sente il bisogno anche di una gratificazione personale. Ma a volte in tutto questo sgomitare mi sembra che si perda la misura delle cose, tutto qui, delle cose e di alcuni valori che forse dovrebbero essere tenuti maggiormente in considerazione. “Un altro artista da me stimatissimo invece afferma che non bisogna curare la poesia civile ma la civilta’ dei poeti e della poesia.” Ecco, come scrive Claudia Zironi certamente meglio di me, è tutto qui. Non intendevo e non intendo minimamente dare a nessuno lezioni che io per primo non sono in grado di imparare.
    Grazie per tutti i vostri contributi.

    Francesco t.

    1. Questa estate, ad un incontro di poesia, mi è stato chiesto: cos’è per te la poesia?
      Tra le tante risposte che già avevo a disposizione ho virato da tutt’altra parte.
      Ho risposto: “una forma di resistenza!”
      È da lì, dall’articolo di Marotta, che bisogna ripartire. Perché questa Dimora, nel tempo, ha seminato qualcosa che è destinata comunque a fiorire. Anche nell’aridità di parte della cultura e della poesia italiana.
      Nino Iacovella

  30. Grazie ancora Francesco, a te e a tutti voi de La dimora. Continuate, per favore. PS mi riconosco completamente in quanto dice Claudia Zironi, “Non bisogna curare la poesia civile ma la civilta’ dei poeti e della poesia”.

    1. Cari Marotta e Tomada
      un canone…un canone di “riconoscenza”
      si proprio come quello rai!
      Che tra l’altro potrebbe servire anche per
      LA DUE GIORNI DELLA RI/CONOSCENZA!
      Ad incontrarsi quindi!
      Che ne dite?
      DIMORE DI RICOSC&NZ&.

  31. Grazie a tutti per l’interessantissimo dibattito: si cresce anche così.
    Vorrei fare battute e/o dire altre cose. Ho fatto centro con “sgomitare” e la cosa mi mette di buon umore.
    Grazie alle “Dimore” per essere una seria alternativa all’ex oligarchia cartacea.
    Un caro saluto a tutti e a Marotta in particolare.

  32. Ringrazio l’amico-fratello Antonio Scavone che, conoscendo la mia difficoltà a collegarmi, ogni tanto mi mette al corrente di ciò che avviene su questa Dimora.
    E ringrazio Francesco Tomada per un articolo che, forse, attendevo da molto tempo.
    Credo che in letteratura così come nella vita, le sgomitate non servano. Se c’è un valore in ciò che si scrive, prima o poi verrà fuori e saranno gli altri a dirlo. A meno che non si scambi la passione per la scrittura per una fonte di guadagno a tutti i costi.
    Seguo questo blog più unico che raro quasi dal suo esordio in rete e posso affermare che ho imparato a riconoscere l’alto valore morale e la dignità e la sapienza e il superbo spessore umano e poetico di Francesco Marotta.
    L’umiltà, la riconoscenza? o sono in noi o non li puoi costruire.
    A volte, riconoscenza può essere anche un silenzioso alitare sulla parola e sulla vita soprattutto quando gli eventi vorrebbero toglierci la dignità di essere.

    Vi abbraccio tutti.

    A Francesco Marotta, mio gigante nel cuore, la mia stima e il mio affetto, sempre.

    jolanda

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