Michele Sovente. Un gioco di specchi tra le lingue

Michele Sovente Maria Lenti

[«Il parlar franco», anno VIII/IX, 8/9,
2008/2009]

Michele Sovente
Un gioco di specchi tra le lingue

     Michele Sovente ha iniziato la sua poesia (L’uomo al naturale, 1978) mettendo al centro l’uomo inserito nella congerie storico-sociale novecentesca (dello sradicamento e dei disastri indotti dalla pervasività industriale). Ha proseguito tre anni dopo (Contropar(ab)ola) con un io impossibilitato a venirne fuori e, ciò nonostante, precipuo nel cercarsi per remote ragioni umane e lucide analisi di un intorno: l’azzeramento tiene il passo con quanto persiste realmente di vitale (ed abita la memoria), con l’amore che può darsi pur nella fine, con la constatazione appaiata, tuttavia, a porte non completamente chiuse.
Non vagheggia passati eldoradi, infanzie perdute: la sua poesia è nata sulla nostalgia del futuro di fronte ad un presente di sottrazione di energie e di negazione di umanità. In ciò distinguendosi sia da coetanei, che, peraltro, recuperano la socialità più tardi, sia lasciandosi alle spalle la tradizione più intrigante per un giovane, quella musicata sulla impossibilita di ritorni del perduto, insomma sul culto di fuochi divenuti cenere. Una voce spaventata, la  sua, ma dolce, volubile (secondo l’etimo volvere) ma ferma. Esce da versi virati sia sulla parola e sulla strofa classica sia su libertà e tentativi sperimentali riportati sempre alla chiarezza, non didascalica, di un senso dell’esserci nella cronaca feriale misurata dalla sensibilità del vivente, dal pathos versatovi, dal sentirsi in mutazione per induzione e non per scelta.
La cronaca e la ferialità rotolano e vengono inglobate dalla storia, dalla fine dei linguaggi in quanto individualità agenti. E se la prima voce era bastata a dire (i molti) guasti e (le poche) speranze, ora necessita una lingua di scandaglio e anticipo, da rintracciare proprio nelle radici: culturali (e sarà il latino: ma dicendo culturali non si dimentichi che il latino è radice dell’italiano e di molti dialetti della nostra penisola, come quello di Cappella-Napoli,  dove Michele Sovente è nato e vive), e naturali (il dialetto: la lingua della madre, dell’incontro con la vita, con l’aria, con la natura, con l’amore, con l’amicizia, con la scoperta e la conoscenza primaria). Con queste tre lingue Sovente entra nelle crepe della vita e dell’esistenza. E ne persegue le vie. Con un amore che ne dice l’impossibilità di circondarle e di esserne abbracciati, perché sono state rubate (come s’è detto), sfregiate, disseminate di inautenticità; e perché, inoltre, esse sfuggono, si dilatano, si slabbrano, ritornano, circuiscono, inseguono, si fanno inseguire. Con l’ironia che tenta di catturarne i segreti o di vanificarne l’effetto deleterio. Con il rancore, inutilmente indifferente, di chi si sente tradito.
Michele Sovente, Bradisismo     Un altro inizio, dunque, da Per specula aenigmatis(1). Da questo libro, in latino e in italiano, cui si aggiungerà da Carbones il dialetto, il lector della vita-esistenza, come il lector della sua pagina, dovrà ascoltare “cose che sfuggono agli occhi e agli orecchi”(2), e ascolterà la ricerca incessante e la constatazione, il vissuto travasato, l’introversione della voce che manca quando manca la risposta e quando l’interrogativo resta sospeso sugli arcipelaghi della inconoscibilità, sugli abissi memoriali inadeguati al presente e al passato, al suo enigma, la Storia.
“La Storia megera / è la mia pattumiera: io sono la sua”(3). La lingua dei padri, sentenziosa come massime in epigrafe, libera una terribilità più pesante per il vivente, atteso forse, e illuso ancora, sulla “Historia magistra vitae”: “De Historia deiectus / Historiam deicio”(4).
Verità inamovibili del latino(5), quadro paesaggistico compiuto, e loro risvolti di malinconia, di saggezza, … Consapevole, temprato battere dell’italiano sul presente, sul passato non in cenere ma vivo nella sua inesistenza, sul richiamo e sui rimandi a ciò che sarebbe potuto essere e, invece, non è… Scheggiate accensioni ritmiche del dialetto. Nelle tre lingue, parole ogni volta scavate nella coscienza e nella immaginazione poetica, accordi di suoni e loro contrario, sinestesie, ibridismi, ritmi frenetici, omofonie, paronomasie(6), un itinerario in cui l’accento interiore rileva il vuoto, sociale e storico, la perdita, in cui cioè nell’io trovano radice le radici di persistenze mancate, di continui bradisismi che tacitano speranze e alitano altre sparizioni e rovine perfino del poco restato in piedi, il (e nel) dialetto più morbido nel muoversi tra le pieghe del sentimento e nel prenderle con sé. Un esempio:

Nigra replent insecta album.
Petra non labitur. Illic manet
cum omnibus procellae ruinis.
Pulveres vagant pavores.
Quot mentis fragmenta consumpserit
labor diuturnus rerum nemo
scit. Deinde verborum
nitet nix
ad non moriendum. (7)

Il bianco invaso da mosche.
La pietra non va via. Resta là
con il gran turbinio del maltempo.
I calcinacci e le paure.
Chissà quanti pensieri
ha scucito il rosicchiamento
delle cose nel buio. Poi
Il bianco delle parole
per non morire.
(8)

’U ghianco chino ’i moscole.
Nun passa ’a preta. Stò llò
cu tutt’ ’u rrevuóto r’ ’u malotiémpo.
’I sfravecature e ’i paure.
Chisape quanta penziére
à scusato ’u rusecamiénto
r’ ’i ccose ’int’ ’u scuro. Po’
’u ghianco r’ ’i parole
pe’ nun murì. (9)

Michele Sovente, Carbones     Se l’un testo non rispecchia l’altro, neppure lo vanifica, né lo nega, anzi lo conferma, rigenerandolo fuori di ogni assimilazione: tanto è vero che da Per specula aenigmatis a Bradisismo, attraverso Cumae e Carbones, l’autore attua anche un cambiamento nella postazione dei testi. Nel primo libro il latino è “testo a fronte”. In seguito l’ordine è defluito in dis-ordine: il prima e il dopo sono scombinati cosi da avere, i testi nelle tre lingue, singolarità e autonomia, mentre l’originale (o l’origine dello scatto poetico) non solo non si dà ma neppure è rintracciabile. Come a chiedersi dove sia l’inizio della percezione di un vuoto che tallona e spinge.
Specchio riflettente, valendo il participio presente in senso soggettivo e oggettivo, la poesia gioca (gioca, cioè, prende parte a) un ruolo di ricognizione del vissuto: congiungimento e disgiunzione del racconto valgono e possono valere a costruire senso.  Ma, nello specchio in cui si proiettano le tre lingue, ogni poesia nel suo stare indipendentemente dalla sua omonima, il deposito ha un’uguale cadenza, un “ritmo non dissimile”(10) e la risposta ridiventa scacco e interrogazione.
Questo, nella e per la varietà delle lingue non trasferite da un testo all’altro(11), ma ogni volta germinate motu proprio, si che invano si rintraccerebbero matrice e calco: è l’italiano, il latino, il dialetto a fare da spinta o ad essere trasferito nella casa degli specchi e da qui richiamare voci.
Il latino del poeta di Cappella non sopporta le mediazioni sottrattive del dialetto o dell’italiano e si dispiega in chiarezza, con una sorta di pudore. Viceversa, l’italiano, nel centellinato riflettere sulla vita non legato all’aulico, non si avvolge nel ritegno e, pur in metafora, ne dice il nucleo. Il dialetto esplica il legame, temporale ad esempio, atto ad unire e a rendere piano il pensiero, e arriva ad un fondo di verità rivelata. La prima lingua guarda da dentro, con limpidità. L’italiano reclama un “perché”. Il dialetto lo esplica.
Una sorta di récit a tre dimensioni(12) per un doppio-triplo intrinseco incontro di ambiguità – che, si sa, sono risvolto di una stessa natura e per ciò hanno un ritorno esterno dopo aver avuto un centro – del senso della vita mai uguale a se stesso e confluente, invece, in un altrove a sua volta sfilacciato in altro. Comunque la si giri questa carta delle parole e della espressività, quale che sia la metamorfosi scaturita, resta l’enigma, resta la ferita. Resta l’interrogazione sul “prima, qui, ora, dopo” e il vivere con traversie, contorsioni, felicità: le minime offerte ai propri giorni.
Un gioco di specchi, una casa degli specchi, per entrare nella quale necessita il sentimento dell’andare, per restarvi l’energia della ragione, per uscirne l’accettazione del gioco e del suo fuoco, del bradisismo che connota i resti e i carbones ancora accesi(13).

__________________________
Note

(1) Michele Sovente, nato nel 1948 a Napoli, ha pubblicato, entrambi con Vallecchi, L’uomo al naturale (1978) e Contropar(ab)ola (1981). Seguiranno Per specula aenigmatis (Garzanti, 1990), Cumae, (Marsilio, 1998), Carbones (Garzanti, 2002), Carta e formiche (Centro di Cultura Contemporanea Napoli, 2005), Bradisismo (Garzanti, 2008). In Alla Madre, una plaquette del 1993 dedicata alla madre, Maria Consiglia Iliano, di cui ha raccolto due preghiere in versi (ed una con musica), con poesie di amici del poeta, vi è una sua poesia e il testo Requiescant musica di Pasquale Scialo.
(2) Per specula aenigmatis, p. 119. Da ora in poi le raccolte, nelle note, saranno citate cosi: L’uomo al naturale =UN; Per specula aenigmatis = PSA; Cumae = Cu; Carbones = Ca; Carta e formiche = CF; Bradisismo = B. Non ci sono citazioni da In corpore antiquo né da Alla Madre.
(3) PSA, p. 25.
(4) PSA, p. 24.
(5) Il latino di Sovente è “inserito” in endecasillabi, novenari, ecc. Sarebbe interessante studiare come questa lingua entri, come vi resti e come esca da questi versi. Quale relazione abbia con autori indicati da alcuni critici, per es. da Ciro Vitiello: «(…) Il latino è radicato nella coscienza culturale di Sovente. Ma è lecito chiedersi: donde deriva il suo modulo? Il poeta non predilige, per ovvi motivi, il linguaggio della classicità, di Lucrezio o Virgilio, di Catullo o di Orazio, piuttosto quello di Ovidio o di autori del nostro ricco Quattrocento (per esempio Pontano) probabilmente con la nobile armoniosa mediazione del Pascoli» (C.V., “Carbones, il valore del trilinguismo nel libro di Michele Sovente, in «Roma», 11 dicembre 2002). Intervistato anni dopo su Bradisismo, Sovente dichiara: «è una lingua magica, esoterica, che pratico per impossessarmi di un’identità nascosta. Esercito le lingue come riti di appartenenza al territorio flegreo», in N. Festa, «Bradisismo» di Sovente: poesie di fuoco e zolfo, intervista all’autore in «Corriere del Mezzogiorno», 7 maggio 2005.
(6) Cfr. Bianco, in B, pp. 127-133. Sovente procede nelle tre lingue facendole intersecare: da un limo ricco di immagini e miti, di storie giunge ad altre immagini per figurare altre storie o non storie, o un pieno…pieno di vuoto (bianco).
(7) B, p. 168.
(8) B, p. 167.
(9) B, p. 167.
(10) Ha avuto modo di scrivere Sovente: “Dopo Per specula aenigmatis, il testo poetico in latino/italiano che ho scritto negli anni 1980/1982, pubblicato da Garzanti nel 1990, ho sentito l’esigenza di scrivere anche in dialetto. Cabaletta (uscirà in Carbones, n.d.r.), il poemetto in napoletano/cappellese apparso sul numero 51 di “Linea d’ombra”, discende direttamente da quel latino: in entrambe le modalità linguistiche circola una corrente ritmica e sonora non dissimile.” (M.S., La scelta dei poeti, in «Il Mattino», 4 febbraio 1992).
(11) Breve ma incisiva una notazione critica di G. Tesio: “(…) Lingue di poesia, insomma. Che dicono d’una resistenza congiuntamente ostinata contro l’emblematico e afasico farfuglio dei disperanti okay”, (G. T., Qui si incrociano italiano, latino e campano, in «Tuttolibri», sabato 9 novembre 2002).
(12) Cfr. A. Cortellessa: “Le tre venature vanno a intersecarsi nella tarsia di Sovente: lungi dal fronteggiarsi a specchio, le lingue ‘altre’ si rincorrono in sempre più elaborato contrappunto”, (A. C., Il flegreo visionario, in «Alias», 18 gennaio 2003). Cfr., inoltre, E. Testa: “Il rapporto tra queste tre lingue si realizza in poesia dalla duplice o triplice stesura che si conformano non allo schema diretto che unisce originale a traduzione, ma al modulo della ripresa, variazione e approfondimento di medesimi motivi in idiomi diversi” (E. T., Michele Sovente, in Dopo la lirica, Torino, Einaudi, 2005).
(13) Oltre i critici citati, cfr.: P. Treccagnoli, Il latino ‘novissimo’ di Sovente, in «Il Mattino», 7 ottobre 1990; E. Lucrezi, Il latino nascosto, in «Roma», 14 aprile 1991; C. Di Biase, rec. in «Misure critiche», 78-79, (gennaio-giugno), 1991; M. Cortelazzo- C.-C. Marcato-N. De Blasi-G. P. Clivio (a c. di), I dialetti italiani, Torino, Utet, 2000, ad vocem; T. Ottonieri, La plastica della lingua, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, ad vocem; G.Pandini, I fili poetici che uniscono gli opposti, in «La cronaca di Cremona», 6 febbraio 2003; D. Piccini, Ombre evanescenti fossili residui di realtà, in «Poesia», 170, marzo 2003; N. De Blasi, Le tre lingue poetiche di Michele Sovente, in «Poesia», 170, marzo 2003; G. Colangelo, ‘Carbones’ ardenti di poesia, in «l’Adige», 26 maggio 2003; G. Alfano, in AA.VV. Parola plurale/Sessantaquattro poeti fra due secoli, Roma, Sossella, 2005, ad vocem; G. Leonelli, in AA.VV., Storia della letteratura italiana, vol. IX, Roma-Milano, Salerno Editrice-Il Sole 24 ORE, 2005, ad vocem; L. Reina, Ib., ad vocem; M. Franco, Vivere con il bradisismo, in «la Repubblica», 29 aprile 2004; P. Rossi, Bradisismo, in poesia una metafora reale per Michele Sovente, in «Avvenire», 22 maggio 2005.

Il mio scritto precede la morte di Michele Sovente, avvenuta il 25 marzo 2011.
__________________________

Maria Lenti

Tratto da:
Maria Lenti, Cartografie neodialettali
Poeti di Romagna e d’altri luoghi

Introduzione e cura di Gualtiero De Santi
Villa Verucchio (RN), Pazzini Editore, 2014

***

Piccola antologia di testi in dialetto

Chiuóvo sbattuto ’ncasato
’int’ ’u muro, ’a càucia
tremma, se ne care nu piézzo
uócchie e mmane ammarciano
’nzieme, nu sgarretiélle abbasta
pe’ se sentì comme fò male
’u martiéllo.

Chiodo picchiato pigiato
nel muro, la calcina trema,
se ne stacca un brandello,
occhi e mani lavorano insieme,
basta un piccolo errore
perché si senta come fa male
il martello.

*

’I rriggiòle

Senghiàte trèmmano ’i rriggiòle
quanno ce cammini, tutt’ ’a casa
abballa, na casa ca ’ncuórpo tène
tanta patimiénti, sèggie e spiécchje
se gnótteno póvere e vvócche sgrignate.
Nu curtiéllo passa pe ddinto
‘i ppacche ’i muri, nu ciato fino fino
comme r’auciélli affucati, pe ssótto
’i rriggiòle ’mbaranza se mòveno
e scròccano ’i ccòse (o ll’ómbre?)
r’ ’u piano accanto. E quanta
córe lònghe e nnére, quanta vermicciùli
èsceno ’i nòtte ra fòra ’i rriggiòle
pe te zumpò ’ncuóllo int’ ’u suónno!

Le piastrelle.

Tremano lesionate le piastrelle
appena ci cammini, tutta la casa
balla, una casa che ha in seno
tanti patimenti, sedie e specchi
inghiottono polvere e bocche oscene.
Un coltello attraversa tenace
le pareti, un fiato sottile sottile
come di uccelli affogati, sotto
le piastrelle a schiere si muovono
e scricchiolano le cose (o le ombre?)
del piano attiguo. E quante
code lunghe e nere, quanti vermiciattoli
sbucano di notte dalle piastrelle
per saltarti addosso nel sonno!

*

Abbrucia abbascio

Abbrucia abbascio
abbrucia
ràreche stòrte
’a bbèstia
càuci vótta e mmuórzi
zòccole morte
abbascio
nu viénto sicco abbrucia
sbatteno porte e ffinèstre
’a léngua màzzeca
sulo ’a sputazza
ca ’nganna
abbrucia abbascio …

Brucia in basso

Brucia in basso
brucia
storte radici
la bestia
scalcia e azzanna
zoccole morte
in basso
un vento secco brucia
porte e finestre sbattono
la lingua mastica
solo saliva
che la trachea
brucia in basso …

*

Néglia

“Mbrónte sbatte sèmpe ’u stesso
chiuóvo, ’u penziéro
ca ’i ccose, strujènnose, na specie
’i néglia spànneno pe’ ll’aria addó
’i muórte e ’i vive
s’amméscano, tutto chéllo
ca nun ce stò cchiù e chéllo
c’à dda venì.

Che s’annascónne rint’ ’u stipo?
Comme fò ll’acqua
a se carriò appriésso ’a luce
e ll’ombre r’ ’u munno?

’Nzisto ’mbrónte sbatte ’u rummóre
r’ ’i rrammère ca nu viénto
’nzisto sbatte: e tu pe’ dinto
’a‚ stessa néglia vaje
penzanno a tutto chéllo ca nun ce stò cchiù
e a chéllo c’à dda venì.

Nebbia

Batte alle tempie sempre lo stesso
chiodo, il pensiero
che, consumandosi, le cose una sorta
di nebbia spandono nell’aria dove
i morti e i vivi
si confondono, tutto quello
che non c’è più e quello
che deve arrivare.

Cosa si nasconde nello stipo?
Come fa l’acqua
a trascinarsi dietro la luce
e le ombre del mondo?

Batte ostinato alle tempie il rumore
delle lamiere che un vento
ostinato agita: e tu dentro
la stessa nebbia vai
pensando a tutto quello che non c’è più
e a quello che deve arrivare.

*

I nùmmere

Liéve chésto e miétte
chéllo: na fràveca pe’ nu ciardino,
nu funnàle pe’ nu specchio,
tutto ll’oro r’ ’u munno
pe’ ll’ammore. Chéllo ca jèsce fòra,
all’ùrdemo, è na vranca
’i vriccìlle ca te pógneno
’i ccarne, na lònga funa
assaje longa
ca nun saje cchiù addò furnésce.
E p’ ’u ttroppo cuntò
raje ’i nùmmere, piénze a luvò
na serie ’i zzere pe’ puté arrivò
a n’ata storia. ’I nùmmere
so’ nùmmere e cchiù cirche
’i t’ ’i lluvò ra tuórno e cchiù
isse te mètteno paura.

I numeri

Togli questo e metti
quello: una casa per un giardino,
un fondale per uno specchio,
tutto l’oro del mondo
per l’amore. Ciò che spunta fuori,
infine, è un pugno
di sassolini che ti pungono
la carne, una lunga fune
lunghissima
che non sai più dove finisce.
E per il gran contare
dài i numeri, pensi a togliere
una serie di zeri per poter giungere
a un’altra storia. I numeri
sono numeri e più cerchi
di mandarli via e più
loro ti fanno paura.

*

Tu

Rint’a na sénga ’i viénto tu
c’ ’a veste aizata m’accumpàre cchiù
furèsta cchiù cianciósa, vuóte
’a n’ata parte ll’uócchie, sî sèmpe
chélla ca me cuntava stròppole, tu
saje ’i fràvule, ’i sta carna tója
ca s’annascónne û viénto addóra
’u viénto ca scélle janche e scure
se carréa, sbaréa pe’ notte e notte
’a capa mia cu ttico ca rinto
’i suónne mie t’annascùnne, tu…

Tu

In una crepa di vento tu
con la veste alzata mi appari più
selvaggia più frivola, volgi
da un’altra parte gli occhi, sei sempre
quella che mi raccontava bubbole, tu
sai di fragole, della carne tua
che si nasconde al vento odora
il vento che ali bianche e nere
con sé trascina, vaneggia per notti e notti
la testa mia con te che dentro
i sogni miei ti nascondi, tu …

*

Chélli pparole

Chélli pparole chélli
ddòje o tre nùvule
sott’ ’u ciélo
r’ ’a casa ’gnuvate
chélli rròte schiattate
e chélli rrose
addurate sunnate…

Quelle parole

Quelle parole quelle
due o tre nuvole
sotto il cielo
di casa inchiodate
quelle ruote crepate
e quelle rose
odorate sognate …

*

Te spio

Te spio
cu ll’uócchie cupedùse
’i na lacèrta
rint’ ’u ’mbuso
addó me perdo.

Ti spio

Ti spio
con gli occhi vogliosi
di una lucertola
nell’umido
dove mi perdo.

*

Ll’acqua r’ ’u mare sbèteco

È ll’èvera, ll’èvera
’nzulata, sulagna,
è ’a scuppètta,
’a scuppètta annascósa , sfurriata,
ll’acqua r’ ’u munno sunnato
ll’acqua r’ ’u mare sbèteco
è ’nfunno ll’acqua è ’nfunno
’u nùreco ca nun se scioglie …

Pare luna. Nun è luna. Pare
na cartuscèlla lucente chésta
scala ca ’ntinchenéa, addó scénneno
e sàglieno scélle scure scure,
pericciùli cu nu filo ’i sanghe
assaje cchiù fino r’ ’u ccuttóne …

È ’a cònnola, ’a cònnola
sótto ’u muro, gnuvata
a ll’ómbre, a ll’umbretèlle ca suónno
nun cércano, è ’u ciardino
cu ttanta fòglie ’nfugliate, cu ttanta
pazzièlle nun pazziate, ll’acqua
r’ ’u mare sbèteco è ca ’nfunno
róseca ’u còre ’i chistu munno …

L’acqua dello stravolto mare

È l’erba, l’erba
assolata, solitaria,
è la pistola,
la pistola nascosta, furibonda,
l’acqua del mondo sognato
l’acqua dello stravolto mare
è in fondo l’acqua è in fondo
il nodo che non si scioglie …

Sembra luna. Non è luna. Sembra
un luminoso cartiglio questa
tintinnante scala dove scendono
e salgono ali assolutamente nere,
piedini con un filo di sangue
sottile molto più del cotone …

È la culla, la culla
sotto il muro, inchiodata
alle ombre, alle minime ombre in perenne
tumulto, è il giardino
con tante foglie infogliate, con tanti
giocattoli non giocati, l’acqua
dello stravolto mare è che in fondo
rosicchia il cuore di questo mondo …

*

A Millèno

A Millèno ce stò ’u mare
e ’u faro, na luce a Millèno
ce stò, annigliata e luntana,
ca p’ ’a muntagna se spanne,
perdènnese, e na voce po’
saglie ra sottoterra, ’a voce
r’ ’i statue mangiate r’ ’u viénto
e r’ ’u tiémpo, e sàglieno
r’ ’u mare fantàsemi ’i sale
ca pógneno ll’uócchie.

A Miseno

A Miseno c’è il mare
e il faro, una luce a Miseno
c’è, nebbiosa e lontana,
che per la montagna si spande,
perdendosi, e una voce poi
sale dal sottosuolo, la voce
delle statue smangiate dal vento
e dal tempo, e salgono
dal mare fantasmi di sale
che pungono gli occhi.

(La selezione di testi è tratta da qui…)

***

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