In memoria di Jacqueline Risset

Jacqueline Risset Mercoledì scorso si è spenta a Roma, all’età di settantotto anni, Jacqueline Risset, insigne studiosa, saggista, poeta e traduttrice che aveva scelto l’Italia, e la cultura italiana, come patria d’elezione – e Dante Alighieri, in particolare, come termine di confronto e compagno di viaggio della sua avventura umana e intellettuale. Tutta la sua opera, dagli esordi neo-avanguardistici degli anni Sessanta alle ultime produzioni, è attraversata da un filo rosso che ne costituisce, a ragione, uno dei lasciti maggiori: l’idea che la cultura, per guardare e parlare al futuro, deve valicare gli ambiti nazionali e aprirsi al confronto costante con l’infinità di volti, statuti e prospettive che la definiscono, in un interscambio vivificante che travalica l’angustia degli steccati, dei generi, delle poetiche, delle gabbie stilistiche o semplicemente temporali.
La ricordiamo, con affetto e riconoscenza, ripubblicando un articolo comparso sulla “Dimora” nel (l’ormai) lontano febbraio 2008. (ff)

Traducendo Dante

Leggere Dante nel testo originale vuol dire fare l’esperienza di una sorpresa continua e stratificata, legata alla ricchezza costantemente imprevedibile del tessuto poetico, alla forza della sua formulazione: si ha l’impressione di circolare in un insieme di iscrizioni, simili ai messaggi misteriosi che il visitatore dei tre regni di quando in quando decifra sulle pareti, lapidarie, essenziali, portatrici dell’evidenza delle parole ascoltate in sogno; ma con un elemento che sfugge al sogno, un elemento che ne è fuori in modo radicale: la continuità attiva e affascinante, effetto della terza rima e della sua poderosa orditura, che lega il discorso e lo sospinge in avanti.

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