Lo sciancato e Caterina

Assiri Alessandro Assiri
Enzo Campi

In una delle più perfette ed esaustive «riconciliazioni dei contrari» che la letteratura contemporanea ha espresso negli ultimi anni (“Caterina si prende l’odore con le mani, l’allunga con le labbra in un dire lungo e magro che consegna quel che porta, nel niente in cui si è rimpinzata e che l’ha fatta dimagrire”), Assiri declina la sua idea di poetica giustapponendo e amalgamando il pieno e il vuoto, ciò che è destinato ad essere trattenuto e ciò che deve, per forza di cose, tracimare.

Ritenzione e risonanza: è forse questo il leit motiv dell’opera?

Partiamo così: “Caterina frequenta soltanto quello che inventa, abita da fuori sede il cielo dei buchi e delle lettere. Cuce per l’inverno, dorme poco per non fare brutti sogni, le parole le immagina corte al di là delle mie che escono morte”. E potremmo già aver detto tutto, senza dire nulla. Senza dire nulla che non sia già noto, dicendo cioè proprio il nulla: “esce sulle sue gambe da ogni nulla in cui entra”.

Qui si tratta di entrare e uscire, di diventare il chiodo che perfora dall’esterno verso l’interno  e il getto di sangue che viene espulso dall’interno verso l’esterno, per figurare e defigurare un ciclo, il ciclo – solo apparentemente compiuto – dell’andirivieni (con la variante del «viaggio», sempre incompiuto e sempre ripetuto:  “È un fantasma che scende dai treni, di quelli che non sanno di ritorno né di che nausea parlavamo”), del percorso, qui riconfigurato in «transito», sempre inutile, sempre transitorio proprio perché volto all’attraversamento, a quell’insana pratica di esplorare le pieghe, i risvolti, le sfaccettature.

Ed ecco allora che con un sapiente colpo di pennello (quello di Vincent che “rifaceva tutto giallo”) l’andirivieni viene trasformato in oscillazione (“Non cammina, oscilla, sembra Pisa in altalena”). Ma l’oscillazione non è fluida, non può essere fluida. Perché lo sciancato, per definizione e per figurazione, arranca. E Caterina non è da meno. Il suo spaesamento arranca verso la disillusione dei gesti ripetuti che non portano alla differenza. Della serie: dato un personaggio, evochiamone il carattere e l’instabilità attraverso il racconto (e la drammatizzazione) del suo confrontarsi con una vita imperfetta, e vissuta all’imperfetto (“Lo sciancato è all’imperfetto che è il tempo delle favole”), in cui diventa inevitabile confondere il dono con il furto (“Nessuna terapia d’urto solo il più di un regalo, il meno di un furto”).

Estendiamo il gesto: se i personaggi sono due, non resta che innestare la narrazione sui toni e sui ritmi dell’inevitabile (dis)uguaglianza tra il maschile e il femminile, si potrebbe dire tra chi oscilla e chi arranca ma non sarebbe esatto, perché entrambi oscillano e arrancano. Lo sciancato e Caterina sono esseri necessariamente e inevitabilmente claudicanti, e la narrazione ce li presenta attraverso la defigurazione di una deformità non tanto fisica quanto esistenziale e ideologica. Da questo punto di vista è lecito confondere la vita con la favola, l’utopia del perfetto con  l’implacabilità dell’imperfetto. Ma la favole contemporanee non hanno un lieto fine. Magari conservano l’idealizzazione di una morale, o quantomeno la trasmissione di un messaggio.

Quali sono i messaggi che qui si paventano?

Dall’alto della nostra inesaustività possiamo ipotizzarne alcuni. Lo spaesamento, che è insieme disillusione e deterritorializzazione di tempi, luoghi, scritture, pitture, musiche, gesti. Allo spaesamento si affianca il “sistema degli addii” (“Nel sistema degli addii ci sono i terremoti sconquassano la casa dove siamo nati”). Nella letteratura assiriana gli addii si ripropongono in maniera pressoché costante, rinvengono quasi sadicamente dalle pieghe (e dalle piaghe) tra la chiara luce (dell’abbacinamento) e l’abisso (l’oscurità totale) come impronte lasciate a tatuare il costato. Ma Assiri sa bene che, in letteratura, nessuna impronta è destinata all’immortalità. Il linguaggio dell’invettiva, per così dire, antipatica pretende, per la sua veicolazione, un inchiostro simpatico destinato a cancellarsi e sparire o, se preferite, un linguaggio condannato alla sua stessa ri-definizione, vuoi solo per uniformarsi ai viaggi, ai traslochi, agli spostamenti, a quel gesto, sempre doppio e simultaneo, in cui ci si fa attraversare mentre si attraversa. In una sola parola, per uniformarsi alle deterritorializzazioni  cui si accennava poco più indietro.

Da qui la venuta-in-presenza (o, se preferite, l’evocazione dell’assenza) di un ulteriore sistema, anch’esso seriale come quello degli addii. Mi riferisco al sistema dei nomi. Un sistema doppio, perché rinvia ad un altro sistema che è quello della deterritorializzazione della scrittura verso altri linguaggi: quello musicale (“e Demetrio che la guerra la faceva con la voce come ironia di tutta la lirica che spezzando parole accendeva la luce”) o quello pittorico (“come Francis che era carie dalla polpa”). Così facendo (l’evocazione in presenza dell’assente) il sistema dei nomi sistematizza gli addii attraverso la declinazione delle nominazioni, vuoi solo perché ogni nome viene proposto non come mero ricordo citazionistico ma attraverso un concetto che conclami la sua apparizione (“e io mi immaginavo Elio che scriveva a Carla di fiori nella pattumiera come natura morta che non sarà mai più pittura”; “incontrò un quadro di Jackson che gli sembrava indulgente, come suo padre che lavava il mondo dallo sporco o lo ammucchiava ai lati”). Perché di apparizione si tratta, o forse di una visione, dell’urgenza di far rinvenire i propri fantasmi, di far riaffiorare dallo stagno melmoso dell’indifferenza i cadaveri dei propri punti di riferimento in cui, molto semplicemente, differirsi (“Per sfuggire ai fantasmi bisogna portarseli dentro”) e, naturalmente, «annientarsi».

Un altro sistema, da non sottovalutare, decisamente complementare a quello degli addii, viene declinato dall’idea dell’abbandono, o meglio dalle idee dell’abbandono. Per abbandonare e per essere abbandonati ci vuole coraggio o semplicemente incoscienza (magari ci vuole troppa coscienza da non permettersi il lusso di reiterare le ombre più volte nello stesso luogo: “Come Mark  ricopre di nero tutti i posti piacevoli, si compra l’avanzare con parole terribili come può fare solo chi confonde i fogli con i figli”). È, forse, una questione di predisposizione (il cambiamento magari non paga, ma è necessario per condursi a fondo, per deterritorializzarsi sempre altrove), ma anche di allenamento: solo chi si è già sporcato le mani può giocare con la melma: “Caterina è provvisoria”, tutto ciò che ci circonda è provvisorio perché detiene l’abbandono in sé e perché, magari inconsciamente, cerca di essere abbandonato. E “lo sciancato ha un corpo di cattiva compagnia forse un cuore in un’isola, ma un’isola introvabile”. Non si tratta dell’utopia dell’isola che non c’è, ma della certezza di un’isola che non potrà mai essere. Eppure ritorna, quest’isola deserta (la/le città) in cui praticare l’abbandono, quest’isola impossibile in cui anche la disillusione è conscia della sua inevitabile dissoluzione. Quest’isola dove anche i punti di fuga devono fare i conti con la propria impossibilità a verificarsi: “lo sciancato fissava il tappeto come se potesse costringerlo a volare”.

(Enzo Campi, Sistemi e sistematizzazioni,
prefazione a Alessandro Assiri,
Lo sciancato e Caterina, CFR, 2014)

 

***

 

Caterina con le spalle fa ombra a un colore di una foto che le assomiglia qualche ora. Dice non va bene, ricambia il bianco con la notte. I giorni da dove scrive hanno le stesse misure del vaso dove le muoiono i gerani. Legge Schimmel, guarda Freud che sono la stessa cosa: carne tremolante sui divani, un modo per avvicinarsi al silenzio, per riordinare i nomi con cui è stata chiamata

Piove già da qualche tetto, le parole le cerca tra quelle che ha già scritto. È un fantasma che scende dai treni, di quelli che non sanno di ritorno né di che nausea parlavamo. Non cammina, oscilla, sembra Pisa in altalena, ha rubato tutto quello che gli altri non hanno voluto, è solo uno stronzo che si aggira, qualcosa che puzza, ma di un altro quartiere e niente al futuro con cui litigare. Lo sciancato ha un corpo di cattiva compagnia forse un cuore in un’isola, ma un’isola introvabile

 

[…]

 

Lo sciancato è all’imperfetto che è il tempo delle favole, Caterina è nella vasca rannicchiata come un feto, tiene insieme come un libro tutto l’autunno dell’anima, si protegge con le braccia rosicchiate come tarli, batte il tempo sullo smalto con le nocche spellate dai morsi rabbiosi, dalle porte bussate

Lo sciancato ha una postura che non riesco a indovinare, cerca gli invisibili tra i vetri, ha una lama che non usa, è soltanto marcio dentro mica come Francis che era carie dalla polpa

Caterina frequenta soltanto quello che inventa, abita da fuori sede il cielo dei buchi e delle lettere. Cuce per l’inverno, dorme poco per non fare brutti sogni, le parole le immagina corte al di là delle mie che escono morte.

 

[…]

 

Non appartiene a nessun posto come un piccione non appartiene a nessun tetto, tocca terra soltanto per un atterraggio brevissimo. Nessuna terapia d’urto solo il più di un regalo, il meno di un furto. Quell’immobilità reciproca che sembra un corteggiamento. Caterina si allontana da ogni forma di calore, si ammanetta al domani anticipandolo due ore. La 28esima stanza sembra una comune, in qualche modo ci riguarda. Caterina gira come Billy contromano, ha un doppio senso di colpa, un niente tutto dentro che pensa di far bene, una lingua di suoni. Tutte le sere si incurva sul suo peso come fosse un’addizione e non costituzione

 

Alessandro Assiri
Lo sciancato e Caterina
Prefazioni di Gian Mario Lucini, Enzo Campi, Serse Cardellini
CFR Edizioni, Piateda (SO), 2014

 

2 pensieri su “Lo sciancato e Caterina”

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