“Preferisco sparire” di Marco Ercolani

Robert Walser Antonio Devicienti
Marco Ercolani

Se il testo è anche uno spazio da esplorare, allora potrebbero essere necessarie delle chiavi per potervi accedere: in questo caso almeno due. L’una è il piacere puro e semplice, l’abbandonarsi, intendo dire, al piacere di leggere e di meravigliarsi; l’altra potrebbe essere già rintracciabile in una precedente opera di Marco Ercolani, La terra mi è di peso / scritture apocrife

(https://rebstein.files.wordpress.com/2009/09/marco-ercolani-la-terra-mi-e-di-peso1.pdf):

Apòkriphòs, cioè segreto. Posseduto dal demone dell’analogia, lo scrittore apocrifo tenta di trovare il segreto di sé nell’anima di un altro. È simultaneamente vampiro e vampirizzato, voyeur dell’atto creativo altrui e insieme testimone estremo di quanto l’altro poteva dire ma non ha detto ed era impensabile ma necessario che dicesse.  E sùbito dopo: Scrivere testi la cui scrittura è impossibile e affermarne l’esistenza con un atto di fantasia postuma. L’apocrifo non è allora una banale ricreazione stilistica quanto uno specchio paradossale, proiettato in tempi altri – uno specchio che riflette vertigini presenti, inattuali e assolute.

[Leggi l’intero saggio su “Quaderni delle Officine]

7 pensieri riguardo ““Preferisco sparire” di Marco Ercolani”

  1. Grazie SEMPRE a Francesco e a Federico per l’ospitalità (il grazie è ogni volta nuovo e ricco di risonanze). Grazie ad Antonio per il suo veramente incredibile excursus nel cuore della mia opera. Vedersi capito non è mai stata un’esperienza frequente, per me. E conquistarsi un lettore come Antonio vuol dire, anche, non smettere di sperare che tali lettori esistano, non solo nelle chimere dell’autore, ma chissà dove annidati. Il frequente riferimento a Hölderlin mi costringe a ricordare un mio racconto, a me particolarmente caro, “Pallaksch”, dedicato alla follia simulata del poeta e che, fin dalla sua pubblicazione nelle prime edizioni dell’Arca, fu prediletto da Giuseppe Zuccarino. Un abbraccio. Marco

    1. Cito Antonio Devicienti: “Scrive Ercolani in Turno di guardia: Ho un senso di nausea mentre scrivo come tutti, mentre mi fingo normale. Nella scrittura non si sogna, ci si sveglia. L’emisfero destro dove regnerebbero le allucinazioni, secondo le ipotesi di Jaynes, un tempo era abitato dalle voci degli dèi, da una forma arcaica di mente. Vorrei prendere appunti a matita su questo. Straordinario scrivere a matita, sapendo che le parole sono facilmente cancellabili. Con la matita si sprofonda di più nel foglio ma si resta leggeri. Gli appunti non generano nulla: né racconti né poesie né romanzi. Sono frasi tutte cancellabili, con il quaderno che aspetta sempre di essere riscritto. Forse, in un libro di appunti, è necessario ricordarsi di non avere mai una casa sotto cui ripararsi. I pensieri crescono alla periferia della mente.”

      Ci sono passaggi nell’opera di Marco Ercolani che ti portano a vedere la parte germinale, mentale, dove nasce la poesia.
      Lo fa sempre con un testo idrido: mai catalogabile come sola prosa saggistica o narrativa, o poesia. Tutto è contaminato dalle altre parti attraverso una evocatività forte, subliminale. Anche in questa “Preferisco sparire”. Sicuramente un autore che ci stimola andando ad affrontare a petto nudo la complessità del pensiero umano. E ce lo fa capire. Grazie della proposta.
      Nino

  2. Antonio legge Marco che legge Walser, e con le parole di Marco scrive un saggio di grande passione di lettura e sapienza critica. “La terra mi è di peso” cita da Marco : “chi legge –e scrive- è al tempo stesso vampiro e vampirizzato, voyeur e testimone critico”. Questo patto di sangue, che Marco stringe con gli autori di cui scrive gli apocrifi, sembra dominare Antonio. La sterminata produzione di Marco è ripercorsa con lo stesso atteggiamento di “flânerie”, che domina non solo le passeggiate con Walser, ma l’insieme degli apocrifi (e non solo), per diventare “flânerie narrativa”. Così anche il lungo saggio si snoda nell’appropriazione delle parole, per far luce sulle ragioni di una scrittura che si propone come quête, l’unica quête possibile, finché non ci inghiotta il silenzio, E l’esplosione del discorso, nelle conclusive “Note di lettura”, sembra proprio riprendere la struttura del Diario di Walser….

  3. La flânerie narrativa è un modo di percorrere i testi, miei e altrui, come se mai mi appartenessero e sempre fossero miei. La scrittura si appropria e si libera dalle parole come se fosse una scia dentro il fumo. Niente è di nessuno, ma poi, alla fine, scaturisce un testo, che viaggia invocando il silenzio ma sempre combattendolo…Grazie, Ida, della lettura.

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