Ipostasi del ritiro (I)

Edward Hopper People in the sun, 1960
Edward Hopper
People in the sun, 1960

Antonio Scavone

Rinunce, abbandoni, esilii

     L’ultima a dichiarare la “dismissione” dalla sua attività letteraria, poco prima di morire, è stata la scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, Premio Nobel 1991: prima di lei Philip Roth e molti altri scrittori avevano fatto sapere di aver chiuso con la letteratura. Una notizia come questa può sconcertare taluni, incuriosire altri ma di solito passa inosservata.
     Si rinuncia a scrivere per infinite ragioni o per molteplici cause: l’invalidità e la sofferenza provocate da una malattia debilitante o terminale, una sopraggiunta crisi ideativa, quella sensazione di molestia e di estraneità procurata dall’ambiente letterario (povero o impoverito dalla supponenza), dal contesto socio-politico (immobile o involutivo), dalla sfiducia per le controversie stucchevoli e degradanti del costume, del pensiero, persino della joie de vivre.
     Colpiscono queste rinunce perché imprevedibili anche se, col cinismo che sempre ci accompagna, possiamo tranquillamente opinare che per uno scrittore di settanta/ottant’anni sia giunta finalmente l’ora di farsi da parte e che non abbia pertanto più nulla da dire, tranne il ricordo o la citazione della gloria passata, goduta nell’età matura nel pieno della sua produzione letteraria.
     La rinuncia sembra un’abdicazione non solo dal ruolo ma dall’originalità che lo scrittore aveva disseminato nei suoi libri e, al suo posto, non ci sarà, come per i monarchi, un erede o un emulo: quel ruolo resterà vacante, quella voce non si sentirà più, quello stile sarà lentamente dimenticato. Non avendo più scrittori che, a torto o a ragione, si defilano e si opacizzano, avremo bisogno di altri scrittori, possibilmente della stessa temperie, dello stesso talento ma avremo anche bisogno di tempo, che il tempo cioè faccia il suo corso (e, col tempo, la società) per darci nuovi autori dallo stile intrigante e persuasivo. Ritirarsi su un Aventino inestricabile e irraggiungibile sembra essere un atto romantico, individualistico e ineffabile, come un’esternazione capricciosa e narcistica ma soprattutto non richiesta.
     Le rinunce, dunque, non ci intrigano più di tanto: sono notizie da annoverare alla cronaca quotidiana, reali ma irrilevanti, come curiosità da rotocalco di costume. Sorprenderanno, senz’altro, gli addetti ai lavori (altri scrittori o poeti coetanei) o i lettori assidui e fedeli ma, anche per loro, quelle rinunce sembreranno incomprensibili abiure o tardive ammissioni di decadenza, prefigurate per alcuni già da tempo: in altri termini, si beccheggia tra un gesuitico mea culpa e un biblico cupio dissolvi.
     La rinuncia intesa come auto-negazione di uno scrittore non risulta “nobile” come la morte di quello scrittore. La scomparsa di un letterato o di un critico colpisce per il vuoto che crea nell’ambiente, la rinuncia invece sancisce la fine hic et nunc di quel letterato o di quel critico, ne configura velocemente la dissoluzione, il disfacimento, riducendone di fatto la complessità.
     Uno scrittore che si nega, che non scrive più, appare come una meteora estemporanea, quello che muore una stella fissa: è come se il rinunciatario mostrasse, con questa scelta, di non aver mai rappresentato niente, di aver goduto impropriamente o abusivamente di apprezzamento e stima da parte di chi ha sfogliato o studiato le sue opere. I lettori più affezionati e solidali, nonché culturalmente provveduti, giudicherano questa scelta come impropria e ingenerosa e si sentiranno traditi e abbandonati da uno che ha deciso di non scrivere altro, come se tutto ciò che si era letto e argomentato, magnificato e diffuso di lui fosse ormai inafferrabile, diventato materiale volatile, da assegnare ad esperienze del passato, lontane nel tempo e nella memoria.
     E in realtà uno scrittore che rinuncia a scrivere si allontana da tutto ciò che lo circonda: dai lettori, dai “colleghi”, dai critici, da quel mestiere che nessuno gli ha imposto e che lui ha esercitato sulla propria pelle, sulla propria esistenza e spesso a proprie spese. La rinuncia è solo il primo passo di questa dismissione: non si vuole scrivere più perché si vuole concretizzare un distacco, dare avvio a un esilio ma, più che un Aventino socratico, sembra un’auto-estradizione, una fuga senza meta.
     C’è chi ha predisposto, con la fortuna acquisita, un esilio comodo e rassicurante, chi invece è costretto a scegliersi un esilio da esodato della letteratura. La rinuncia, tuttavia, prescinde da questi esiti più o meno agiati: nella rinuncia forse era già presente il seme del montaliano male di vivere. Quel seme era un sintomo, l’avvisaglia di una consapevolezza diversa, insana forse, ma indice appunto di un malessere, di una tormentata e inerte illuminazione.
     Nell’insofferenza o nell’inadeguatezza esistenziale (gli scrittori e i poeti lo sanno bene), non c’è mai una sola rinuncia, quella finale, ma tante quante sono state le opere che uno scrittore ha scritto e ultimato. Ogni romanzo, ogni poesia sono in fondo parti di quella fine che si realizzerà nella rinuncia conclusiva, tappe o stazioni di una personale e laica via crucis, anticipazioni per così dire proporzionali di un progetto creativo per il quale viene a mancare l’intento di rinnovarlo e di ritenerlo necessario, utile.
     Il rinunciatario fa presto a diventare un esule: l’intolleranza suscitata dall’ambiente che lo circonda è solo l’acceleratore di un proposito meditato e covato negli anni: si rinuncia perché ci si è riscoperti incongrui e inattuali.  E si fa strada, nella coscienza del rinunciatario-esule, che tutto ciò che si è scritto non sia stato poi così fondamentale e distintivo. Si tende a considerarlo occasionale, fortuito, riferibile a un dato storico o biografico, superato dai tempi e dalla sensibilità delle nuove generazioni. L’interazione con le nuove generazioni (di lettori ma anche di nuovi autori) viene vissuta conflittualmente, acriticamente: c’è quasi una sorta di malsana modestia, di fiacca rassegnazione per compiacere quelli che valutano ridondante e inaffidabile la vecchia guardia.
     È un suicidio senza sangue, un deliquio riservato e silenzioso, una ritirata senza battaglia: ci si defila in un tempo scandito dalle abitudini personali, in uno spazio sempre più domestico, in attività di sopravvivenza. È irriverente immaginare uno scrittore rinunciatario che gioca a bocce in un dopolavoro ferroviario la domenica pomeriggio? O vederlo nei corridoi di un supermercato vagare col carrello della spesa? Giocano a bocce o a tressette i pensionati che stentano a vivere: perché non potrebbero o non dovrebbero farlo anche gli scrittori e i poeti?
     Molti affermano di resistere ma è solo una lusinga, un’illusione; molti altri si chiamano fuori come da una puntata a poker insostenibile e molti altri ancora sono costretti da traversìe e disavventure a lasciare il campo senza una testimonianza o un testamento di se stessi, di quello che sono stati o di quello che hanno scritto (gli scrittori suicidi sarebbero in questo senso i rinunciatari per eccellenza?).
     Il rinunciatario raggiunge la sua meta e compie il suo scopo: se il fine giustifica i mezzi, dovrebbero essere i mezzi stavolta a non giustificare più il fine ma i mezzi (cioè i testi) non ci sono più e la rinuncia diventa davvero un atto di coscienza per il quale noi lettori avremo ben poco da obiettare, anche se una maliziosa improntitudine ci induce a pensare che alla rinuncia si candidano sempre quelli che hanno detto e mai quelli che non dicono.

***

4 pensieri su “Ipostasi del ritiro (I)”

  1. Forse, con l’amplificazione dei media, certi annunci di ritiro fanno l’effetto descritto nell’articolo. Ma siamo sicuri che sia sempre così? Il ritiro di Philip Roth mi sembra la logica conseguenza del suo percorso letterario. E gli altri? Provo a tracciare un parallelo con la musica: il doloroso silenzio rossiniano, o quello ancor più coriaceo di Jean Sibelius, che effetto fecero -e che effetto ci fanno? E’ vero che non si “va in pensione” dalla letteratura; ma non è anche vero ch’è più onesto tacere, quando non si ha più nulla da dire?

  2. C’è una tale offerta di vera letteratura (“esagerata”, se confrontata alla domanda) che mi viene da pensare che è più triste se abbandona un lettore di leggere che uno scrittore di scrivere. Che tanto poi gli scrittori dicono dicono, ma poi qualcosa riscrivono. Di lettori che non leggevano più invece ne ho incontrati parecchi.

    Un saluto a tutti.

  3. L’atto creativo, quale che sia l’oggetto della creazione, scrittura, musica, arte in genere, spesso provoca tumulti interni ,sofferenze e delusioni, ripensamenti e, a volte, sconvolgimenti che, al di là della grande passione per ciò che si crea, possono indurre un vero artista a mettere un punto fermo al suo creare.
    Tu, Antonio carissimo, hai ben delineato le mille e più motivazioni che spingono a chiudere un capitolo importante per chi crea lasciando molta tristezza in chi aveva usufruito di quella particolare forma d’arte. Ma non bisogna dimenticare che di fronte a una resa, rimangono vive nel tempo e da molto tempo, capolavori di inestimabile valore che mi confermano le tue conclusioni a questo testo. E’ vero, ed è un’amara constatazione, sapere che sono i migliori a lasciare o lasciarci, mentre gli imbrattatele e fogli colme di parole inutili, continuano, imperterriti, la corsa verso l’illusione di un temporaneo successo. E di fuochi fatui ne ho visti molti.

    Un grande abbraccio a te e Francesco

    jolanda

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...