Maestri silenziosi (VI)

Salvador Dalì, Don Chisciotte Gianmarco Pinciroli

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario
(Giugno 2004)

 
 
 
 

Lente giornate. Tutto superato.
E non chiedi se è fine o se principio,
così forse le ore porteranno
te ancora fino a giugno con le rose.

Gottfried Benn

foglio 6: giugno

457. Lasciamo che il vuoto prevalga. Qualcuno ha creduto di essere nel giusto: era solo conficcato bene dentro il proprio interesse. Qualcuno ha immaginato che la pietà e l’amore potessero convivere in qualche modo, ma la pietà e l’amore si sono uccisi a vicenda. Qualcuno ha pensato di avere coraggio, per il fatto di avere agito, una volta tanto, e non semplicemente eseguito un dovere che non lo riguardava: invece, ha semplicemente avuto paura. Qualcuno ha avuto fiducia nelle proprie capacità di vivere due vite in una: non ha vissuto nessuna delle due ed ora è pieno di sensi di colpa. Qualcuno ha ritenuto che fosse nobile avere sensi di colpa, e che grazie ad essi si potesse vivere per proteggere l’anello più debole della catena: ha protetto se stesso dai propri sensi di colpa, e la genealogia di quel nobile lignaggio lo ha portato in un territorio che conosce bene; si chiama egoismo. Dislochiamo, dislochiamo la coscienza, ma affinché una tal dislocazione non sia pura malafede, buona a cambiare tutto per non cambiare niente, allora alziamo il tiro di questo movimento teoretico, scopriamo le sue carte etiche, soprattutto etiche, soltanto etiche. Non prendiamoci in giro: non esistono buoni sentimenti, né buone intenzioni; alla prova dei fatti, nessuna buona intenzione regge più di tanto.

458. Lasciamo che il vuoto prevalga. Che cosa resta di noi, di noi che viviamo con la certezza d’esserci qui e ora, che cosa resta di questa certezza che ci fa viventi oltre che essenti? Che cosa resta di questi nostri punti di riferimento nel vivere, che valgono così tanto che, qualora non dovessero più valere, pur continuando noi ad essere non ci sentiremmo però più vivere? Che cosa resta di tutte queste nostre regole infami che, con la scusa di regolare il traffico crudele e sanguinario delle vite umane, votate altrimenti al reciproco sacrificio nella lotta hobbesiana di tutti contro tutti, ci impediscono di vivere pressoché quasi tutte le situazioni che – lo sappiamo bene soltanto dopo che ci vengono impedite – ci renderebbero felici? Che cosa resta di ciò che chiamiamo umano pensando con questo giudizio di nobilitare ciò che, fino a quel momento, è pur stato, ed è stato essere, senza essere chiamato così: umano? Già, che cosa resta di tutte queste nostre vite tradotte in parole che ci diciamo e ci diciamo incessantemente, e ce le diciamo per far del male con lo scopo non mai confessato di far del bene a noi stessi, o per far del bene con lo scopo non meno inconsapevole di far del male a noi stessi, perché il male e il bene si confondono meravigliosamente, sono l’unica cosa veramente riuscita di questa miscela un po’ ripugnante che chiamiamo vita? Che cosa resta di tutto ciò cui abbiamo rinunciato perché qualcosa che non esiste, e che chiamiamo valore (e tanto più vale quanto più ce lo siamo inventati noi) ce lo ha imposto come il migliore dei comportamenti possibile? La rinuncia: il grande motore delle vite individuali e delle vite collettive, il grande Moloch della Storia e della storia; attorno, di rinuncia in rinuncia, s’è fatta desolazione, e qui davvero il deserto (ma un altro deserto, ahimè!, da quello annunciato da Nietzsche) cresce. Nuove generazioni sono chiamate a vivere, a rinunciare, ad ubbidire ad Altro. Ricordati uomo: tu devi! Se sei uomo, tu devi, e nulla più.

459. Lasciamo, dunque, che il vuoto prevalga. Prevalga nel conto delle notti insonni o mal dormite che restano da combattere fino al mattino, dei giorni trascorsi a inseguire un senso che sfugge da se stesso sempre più veloce fino all’evaporazione, con il tempo e come il tempo. Prevalga nel cuore, nel cuore che batte inutilmente per uomini e donne tutt’attorno cui è danno voler bene, cui è danno non voler bene, cui è danno qualsivoglia sentimento s’intenda provare per essi, tranne il silenzio del cuore, il silenzio che lascia parlare esclusivamente il cuore degli altri. E prevalga, quindi, proprio nelle parole, in tutte le parole buone e non buone, sciocche e intelligenti che sono state dette, scritte e immaginate, a comporre questa burla immensa che chiamiamo cultura e che provoca ancora un poco di tardivo piacere in una razza di uomini e donne che si sta estinguendo nel disinteresse generale. Cultura? Ma che cos’è? La torre di Babele s’è innalzata fino all’azzurro più sublime e la sua vetta incompiuta s’è persa nell’alto dei cieli; le nuvole basse diffondono densi vapori che avvolgono tutto e non consentono di scorgere nemmeno i piani infimi di questa torre: alla domanda sulla cultura si risponde con una scrollata di spalle. Qualcuno afferma che da tempo essa sia crollata e che sulle sue macerie crescano erbe alte e infestate da colonie di insetti; nessuno giura nemmeno più sull’esistenza delle macerie. E prevalga, infine, il vuoto senza senso nelle teste, oltre che nei cuori, nelle teste che l’utile immediato peraltro paga bene con onori, denaro e fama che si vuole immediata, cosicché il fatto che la fama sia peritura e contingente, che duri soltanto quanto dura la vita di colui che la gode, deve poter essere bastante a se stessa, non esigere una durata superiore, una gloria che trapassi le generazioni. La grande parola d’ordine che scorrazza dentro i labirinti vuoti di queste teste è: tutto subito! tutto ora! tutto finché vivo e posso goderne. Rispetto a coloro che verranno dopo di me? Che pensino quello che vogliono della mia vita e delle sue opere: dopo che non ci sarò più, non ci saranno più nemmeno quelle opere, e dunque me ne infischio! Superuomini formato bonsai, che reggono sulle loro spalle il peso più grande, così grande che le loro spalle disegnate (poiché di spalle sono completamente privi) lo reggono benissimo. Com’è leggero, infatti, il peso di una vita diventata finalmente vuota di tutto, vuota come una buccia, il peso di una vita morta, di una vita morta prima ancora di morire! Siamo tutti morti, e non lo sappiamo. Non lo sappiamo: ecco dunque nel fatto di non sapere il segreto del vuoto nelle teste e nei cuori: il segreto dell’eternità.

460. Un uomo che scrive, quando è solo, dice a se stesso: sono finalmente solo. Ma scrive poiché è solo, o è solo poiché scrive? C’è dunque quest’istante magico in cui le due condizioni della solitudine s’incontrano, e sono così ben mescolate tra loro che mai potresti dire quale delle due prevalga. Certo, la solitudine di chi è comunque solo trova nella scrittura la sua soluzione provvisoria, così come la scrittura più autentica trova nel solipsismo dichiarato la forza di una confessione altrimenti impossibile, a causa delle infinite mediazioni cui gli altri d’intorno lo costringerebbero. Però poi succede questo: che la scrittura apre, non: chiude; si vuol dire che l’atto di scrittura apre una finestra sul mondo a tal punto che colui che scrive, proprio colui che nella vita di tutti i giorni vive male nel mondo, non lo riconosce o lo conosce tanto poco pervaso com’è dalla sua penombra, proprio lui, scrivendo, apre al mondo se stesso, e così facendo apre il mondo, lo rivela, lo decostruisce. Allora, la solitudine esistenziale è davvero solo una condizione necessaria e sufficiente affinché il mondo si riveli a tutti (sia a chi scrive, sia a chi legge) per quello che è nella misura in cui è ciò che ne viene rivelato attraverso la scrittura di un uomo solo. E di un uomo che, scrivendo il mondo, più che scrivendo del mondo, non è più solo.

Salvador Dalì, Don Chisciotte

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