Ipostasi del ritiro (III)

Viareggio Carnival 2014 Antonio Scavone

Grillesque

     Il grillesque è uno spettacolo di artifici varii: è generalmente parlato, urlato e gesticolato; è fatto di invettive (“vaffa” la più idiomatica), di turpiloquio per stupire, di minacce per spaventare, supportato da cartelli e tweet, improntato ad una dizione e una pronunzia talvolta burina/coatta/tamarra (“gnente, gnente”), regolamentato dai I like della rete  (una sorta di “Consiglio della Rivoluzione” per eccitare un terrore mediatico).
    Lo spettacolo grillesque si presenta come un teatro-evento, un happening di massa e alla buona dove la massa fa da supporter alle persone che si agitano sul palco come gli ultrà allo stadio, all’occorrenza si materializza una ola per fare l’Italia “più bella e più grande che pria”. Ma lo spettacolo non viene rappresentato solo dagli agit-prop che recitano sul palco condanne ed esecrazioni: anche il pubblico – non più bue o pecora – partecipa con fervore e rancore alle accuse da lanciare o ai risentimenti da far scoppiare.
     Molti, dello spettacolo grillesque, provengono imparzialmente dai lati destro e sinistro della piazza o dalle tanto vituperate destra e sinistra della politica. Gli ex della sinistra si sentono finalmente liberati da nomenclature e ossequi, gli ex della destra si sentono sganciati dall’opacità istituzionale che li aveva emarginati. Sono giovani e meno giovani, intelligenti e sprovveduti come dappertutto, furbi e sfaccendati, parolai e laconici. Ci sono giovani fuori-corso all’università o fuorusciti da altri partiti o consorterie più o meno velleitarie: non mettono le mani in tasca al prossimo, cioè non rubano, perché lo ritengono giustamente riprovevole e inadeguato alla loro missione di vindici e giustizieri e se ne fanno orgogliosamente un vanto perché viviamo, come si sa, in un paese di ladri. Possono sbagliare – attori, spettatori e comparse – orientamenti e affiliazioni ma trovano per tutto una spiegazione, una motivazione, una trascendenza di lesa dignità.
     Se fossero ebrei all’epoca di Cristo sceglierebbero Barabba, se fossero gli israeliani di sempre occuperebbero i territori semplicemente per consolidare un rapporto con lo spazio fisico delle coscienze, se fossero putacaso nazisti non andrebbero tanto per il sottile sui miti e la retorica dell’olocausto. Ma per fortuna sono stati e sono esemplarmente italiani, figli di un dio minore, nipoti di vecchi comici, cugini di ineffabili santoni, fratelli di gemelli. E come in ogni spettacolo di artifici varii, i partecipanti all’evento non si propongono solo di divertirsi e divertire ma di sfatare col sarcasmo e l’ingiuria luoghi comuni, convenzioni stantìe, tradizioni obsolete. Non sono e non vogliono mostrarsi come duri e puri, vogliono essere soltanto ed emblematicamente unici e con la politica si preoccupano di avere un approccio da amministratore di condominio.
     La loro cultura di elezione è quella assembleare ma di tipo televisivo, senza un conduttore melenso ma con un intrattenitore caustico e sardonico: professano la politica non come professione ma come mandato della gente (né popolo né cittadini come nel Direttorio napoleonico); si dichiarano liberi di-da-per. Lotte interne, abiure o critiche all’apparato non sono contemplate e comunque non incidono sui comandamenti sottoscritti fideisticamente al passaparola della rete. L’apparato, poi, non è piramidale giacché il consenso espresso nel rito dell’affiliazione non prevede subalternità di vecchio stampo (padroni e servi) ma cooptazione liberamente elargita per superare diversità, astrazioni e manovre di protagonismo. Ci si coopta nello spettacolo grillesque non per gli esiti da raggiungere ma per la permanenza dell’antagonismo: tutti, tutti gli altri, sono antagonisti e avversari e le battaglie, più che le guerre, sono all’ordine del giorno e ad libitum, tralasciando o rimandando obiettivi posticci e fasulli e privilegiando piuttosto un modo d’essere.
     Tutti i partecipanti al grillesque hanno un modo d’essere, ambivalente e variegato, criptico e inesorabile: un modo d’essere se stessi, un modo d’essere imprevedibili, un modo d’essere inconsistenti. Disprezzano i partiti e la sinistra in particolare, un po’ meno la destra per le radici qualunquiste che connota molti di loro: sono insofferenti alle frasi fatte ma pronti ai calembour, rasentano le battutacce da caserma e talvolta le superano col candore degli adolescenti ancora vergini; non sanno niente dei segreti e dei misteri d’Italia ma fingono di conoscerli e di poterli deligittimare con un guizzo, al momento opportuno. Lo spettacolo grillesque assume poi, secondo le circostanze, il valore e il clima di un gioco – di massacro, certo, ma sempre gioco – e in queste atmosfere ludiche (ludiche e non luddiste) viene fuori la parlantina, la favella del vecchio comico abituato a far ridere la platea aizzando le opinioni più retrive nonché la reticenza omertosa.
     Ligi impiegati del catasto (bersaglio preferito dei comici d’antan), studenti-modello prossimi ad una laurea mancata, capi-reparto in doppiopetto con cravatta ridanciana, precarie abbandonate dal compagno e con bambino dalla nonna, pasionarie in cerca di estasi o nemesi, virulenti omaccioni che non si fanno ingannare perché ridono sempre e non sanno ingannare: un paradigma di aneliti e smanie, un bestiario di umanità che fa fatica a relazionarsi con l’antropologia, una pletora di sopravvissuti alla politica non poteva non stravolgere e modificare il senso e la struttura del loro spettacolo: il grillesque tende ad essere sempre più avanspettacolo, music-hall, variété. Nato da un blog passa talora per un blob.
     Si annuncia nell’avanspettacolo – senza ballerine scosciate ma con un mago tra le quinte – tutto ciò che sarà fatto dopo, o ciò che non va bene adesso, o ciò che non andrà mai bene. C’è dunque di tutto nel grillesque: farsa, sberleffo, sentenze choc per finire al Grand Guignol con tanto di allusioni gotiche alle esecuzioni dei pogrom, alle defenestrazioni di tipo sovietico, alle denigrazioni di origine religiosa, alle eliminazioni del ventennio fascista.
     È l’Italia, non c’è da meravigliarsi: l’Italia dello streaming esaustivo, del passatempo comiziale, l’Italia semplicistica dei semplici; l’Italia che potrebbe essere e che nei secoli è stata ma che oggi non è o è quella che è.   Dopo il bunga-bunga – ultimo livello del cosiddetto costume italico – c’è il grillesque: due forme di spettacoli spocchiosi e improvvisati per quest’Italia che finalmente è diventata un paese inutile.

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