Maestri silenziosi (VII)

Alechinsky la jeune fille et la mort Gianmarco Pinciroli

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario
(Luglio 2004)

 
 

Eterno giorno, che cos’è la morte
quando sui visi radianti si posa
la maschera lucente
del tramonto lentissimo di luglio?

Non c’è memoria più, non c’è speranza
nel transito fatale del tempo

Attilio Bertolucci

foglio 7: luglio

514. L’ultima vanità da sconfiggere è quella riguardante il pensiero che ci sia qualcosa in noi che valga la pena che resti per chi verrà dopo di noi. Nella misura in cui non riusciamo a sconfiggerla, abbiamo la Letteratura, e con essa una vittoria sul nulla tanto illusoria quanto disillusa, giacché ogni parola della Letteratura porta inscritto nei suoi spazi bianchi quel nulla che in essa tenta in ogni momento di prevalere; nella misura in cui, invece, la scrittura tace, allora la coscienza dello scrivente conquista il più totale anonimato e in esso anche l’ultimo barlume di coscienza si lascia affondare. Il regno della Letteratura, dunque, è un luogo in cui la coscienza, sublimata in coscienza scrivente e in conseguente capacità di riflessione, appare costantemente in pericolo di naufragio, ma è anche il luogo essa si mantiene, si testimonia viva contro ogni forza che le risulti ostile. Nella sua ambivalenza antinomica, quindi, la Letteratura è in grado di rivelare, come quella grande metafora che essa complessivamente vale rispetto a chi – scrivente o lettore – ne faccia uso, lo statuto altrettanto duplice della coscienza: da un lato luogo di rappresentazione della propria euforica emersione del tipo: «Io ci sono! Io sono Io!», e dall’altro luogo d’incessante immagine del pericolo incombente sul proprio affioramento dal vuoto essenziale, dalla minaccia instancabile che, nella morte, prefigura la cifra temporale della propria instabilità radicale. Per questo motivo, non fosse che per questo solo motivo, non c’è innocenza in Letteratura, ma solo una perpetua, ininterrotta dilazione di un immenso senso di colpa che non trova mai un nome definitivo, un riposo.

515. Requiescat: nel fatto che la morte custodisca qualcosa come il riposo c’è ben chiara la consapevolezza che la vita sia una gran fatica, o che in essa la sopportazione dello statuto di viventi, fatte salve le intermittenze dalla sofferenza, trovi il suo approdo di pace, il suo riposo finale, soltanto nella morte.

516. E l’amore? E’ veramente straordinaria la capacità che tutti, ma proprio tutti hanno di nascondere a se stessi la responsabilità rispetto al male in cui versano gli altri con cui hanno avuto a che fare. Piuttosto che vivere con un senso di colpa, meglio non vivere? oppure: meglio vivere costruendosi addosso un altro senso in merito agli accadimenti di cui, a onor del vero, saremmo in tutto o in parte colpevoli? Infatti, il non ritenersi colpevoli è possibile soltanto come prodotto finale di una produzione del senso che sostituisce tale prodotto con quello, per chi sarebbe colpevole, moralmente insostenibile, all’interno del quale ‘naturalmente’ (ovvero: secondo l’ordine ‘naturale’ degli eventi così come anche noi stessi li abbiamo predisposti) noi ci veniamo a trovare. Dirsi la verità: la verità è che noi siamo colpevoli del male altrui, la verità è che questa colpa è il senso dell’accadere al cui centro ci siamo trovati, la verità è che ciò che è accaduto e che ha causato il male dell’altro l’abbiamo voluto noi; il lavoro del colpevole, allora, consiste nel negare, negare approfittando, per esempio, del comportamento irriflessivo o dei discorsi insensati dell’altro. La vittima si tradisce sempre, dice o fa sempre qualcosa che consente al suo carnefice di alleggerirsi la coscienza affermando: «Se l’è cercata lui, in fin dei conti, anche lui ha collaborato alla propria disfatta, poteva rifiutarsi e non l’ha fatto». Un primo, immediato deresponsabilizzarsi consiste nell’affidarsi in fretta e furia all’escamotage chiamato “concorso di colpa”, secondo il quale nessuno, men che meno chi recita la parte della vittima negli avvenimenti in cui qualcuno alla fine sta male, nessuno è innocente. Da qui in poi la strada si appiana e poi ben presto scende a precipizio, attraverso tutti gli alibi, allo scarico totale; alla fine qualcuno potrà dire: «Io non c’entro, è stato il frutto del caso, era inevitabile che accadesse date le premesse ecc.»: scienza (il causalismo deterministico e meccanico) e mito (il caso) si danno la mano per perseguire lo stesso scopo, ovvero quello di destituire di senso l’interpretazione del fatto che ci vedrebbe protagonisti colpevoli, e di sostituirla con un’altra interpretazione più accomodante per noi, che ci consenta di continuare a vivere senza che la coscienza ci rimorda troppo. Ma in tutto questo, che c’entra l’amore?

517. L’uomo che scrive non sa scrivere delle belle storie, è troppo cerebrale, né sa versificare senza far sbadigliare di noia un lettore che non c’è, è troppo controllato, né sa trasformare in concetti il proprio vissuto di vita e di pensiero, è troppo urgente in lui il fatto di scrivere. Ma allora che cosa scrive l’uomo che scrive? E’ chiaro che è lui il primo a non saperlo, e intanto scrive. Ogni giorno scrive, in mille modi diversi, che non sa trovare un senso e una direzione a ciò che va scrivendo. Il fatto che non trovi senso e direzione rispetto a ciò che sta vivendo è secondario per lui, e non è la causa della sua scrittura che giudica insensata, semmai è vero il contrario. La scrittura dà senso, dunque, e dà una direzione alla vita, ma perché questo accada non sarebbe forse necessario che chi vive questa scrittura un senso e una direzione ce li avesse già?; quindi, la scrittura darebbe a chi la vive ciò che costui già in sé possiederebbe? Ma allora perché scrive? Oppure è la scrittura, il fatto di scrivere in sé, che ha senso e direzione, e non fa che trasmetterli a colui che intende viverla? Il quale, dunque, non sarebbe più uno scrivente, ma un uomo sotto dettatura, un trascrittore?

518. Non si riflette mai abbastanza sulla potenza del denaro, e sempre troppo poco sul suo senso. Il senso del denaro è camuffato da funzione, poiché il denaro prima di tutto funziona a meraviglia, cosicchè la sua straordinaria potenza, camuffata da semplice funzione, sembra rendere il denaro un che di neutro, se non proprio di innocente. Ma poiché il denaro non è né neutro né innocente, varrà la pena di smascherare quella sua presunta semplice funzionalità riconoscendo ad essa il suo sporco lavoro, ovvero il fatto che la funzione del denaro consiste nel dare senso a ciò con cui entra in contatto, e quindi nel dare valore, nel valere esso stesso, il denaro, come il luogo, la fonte di ogni valore condiviso dalle collettività. La potenza del denaro, quella vera, sta nella sua capacità di mimetizzarsi perfettamente con ciò con cui entra in contatto, noi non lo vediamo mai all’opera, né nella sua nudità di mezzo utile a predisporre fini, no, noi lo vediamo soltanto quando tutto lo sporco lavoro è stato fatto, noi lo vediamo dentro le cose, fatte e finite, dentro le persone, nelle loro vite, dentro le situazioni, nelle parole e nei silenzi che le articolano distribuendo ruoli e destini ai loro attori. Ciò che alla fine appare terribile è la naturalità di cui l’artificio si è saputo vestire, la naturalità accompagnata da tutto il suo antico corredo, appunto: neutralità, innocenza, fatalità, spontaneità. Com’è possibile sopportare tutta l’immensa quota di malafede che diventa necessaria per dimostrare a noi stessi ogni giorno che le cose è bene che siano così e così? Eppure, è quanto accade presso tutti coloro che diventano consapevoli del denaro come forza che tiene in piedi questo mondo in tutto ciò che di male e, naturalmente, di bene esso è in grado di mobilitare. Non riesco a immaginare che cosa potrebbe succedere alle infinite ‘anime belle’, ricche o povere che siano, qualora questo bagaglio di malafede dovesse rovesciarsi loro tutto addosso, non risultando un bel giorno più sostenibile il suo peso; ma un Socrate, e un Cristo, qui da noi in occidente ci sono già stati…

519. Si finisce per comprendere al volo solo le persone che sono prese da una perenne malinconia, che fluttuano alla ricerca di una parola di salvezza presso gli altri, ben sapendo che troppo spesso quella parola di salvezza costerebbe troppo cara a chi la dovesse mai pronunciare. Infatti, il malinconico tirerebbe a sé, attraverso quella parola, il parlante stesso, per tutta la lunghezza della vita che il misericordioso avesse in destino di condividere con lui; la parola di salvezza non è una parola definitiva, una parola donde possa prendere inizio qualcosa che poi continuerebbe a marciare con le sue gambe. La parola di salvezza ha la spiacevole caratteristica di dovere ogni volta ricominciare da capo il suo lavoro presso la persona che ha inteso salvare, cosicché il parlante di questa parola, nel dare la parola di salvezza, dona la propria vita a colui che intende salvare, poiché parlandogli lo ama, poiché parlandogli trasforma il destinatario di questa sua parola nel donatario di un gesto d’amore. Ecco perché il malinconico intuisce al volo chi può parlargli in questo modo, ed ecco perché ben pochi parlanti poi, alla fine, se la sentono di parlare, e la comprensione-al-volo resta l’unica comunicazione, silenziosa, sempre in attesa di uscire dal regno dei possibili in cui la parola che fino lì non ha parlato dorme, più che custodita e protetta, piuttosto nascosta e impaurita.

520. E’ difficile prescindere dal risentimento. Il risentimento presuppone l’avere, non l’essere, o meglio: presuppone che l’essere e il non essere di qualcuno dipenda prima di tutto dal suo avere o non avere, cosicché colui che non è ciò che vorrebbe essere, essendo prima di tutto colui che non ha ciò che vorrebbe avere, sia nei confronti di chi è in condizioni opposte alle sue, per l’appunto, risentito. Ma la negatività del risentimento non ricade soltanto su chi è soggetto attivo di un tal sentire, poiché ricade, senza che l’interessato se ne renda conto, anche su colui che serve da riferimento per quel risentimento. Se colui che non ha è risentito nei confronti di colui che ha, quest’ultimo, non tanto subisce da soggetto passivo il risentimento del primo (questo tutt’al più è un problema storico), quanto, piuttosto, si pone nei suoi confronti fin da subito in modo falso: egli, infatti, in quanto riferimento assoluto sul piano dell’avere, che gli piaccia o meno lo è anche sul piano dell’essere, cosicché costui si ritrova a valere come punto di riferimento dell’essere generale; il suo mondo di valori, il suo modo d’essere in relazione, il suo pensare, il suo agire, la sua etica, il suo senso del gusto e del bello: tutto in lui insegna all’altro, il risentito, come dovrebbero andare le cose per essere giuste, buone, vere e belle, ed il fatto che il risentito, che le miriadi di risentiti non ce la facciano giustifica ahimè, da parte di certe ‘anime belle’, una paideia in cui il superamento eventuale del risentimento s’accompagna alla più conformistica conciliazione col mondo così com’è, all’insegna della malafede più naturalizzata sul piano valoriale che mai sia stata data.

521. Il collegamento tra malafede e risentimento è impietoso per tutti. Non sembra che qualcuno possa salvarsi dalla macchia di appartenere o alla schiera innumerevole dei risentiti, o a quella, senz’altro molto meno numerosa, di chi è in malafede. Colpa e salvezza, infatti, vanno declinate su questo piano della costituzione interiore d’esserci, laddove esserci chiama all’una o all’altra appartenenza, sempre ben consapevoli dell’irrimediabilità della colpa in un orizzonte di salvezza abbandonato ad un tale esserci, ad un esserci fondato sull’avere. Ma la schiera dei risentiti consente di aumentare, a ben vedere, la schiera di coloro che sono in malafede, se si pone attenzione al fatto che gran parte dei risentiti è anche in malafede; infatti, il risentito per lo più (ma non tutti, e non sempre, per fortuna) è tale esclusivamente nella misura in cui, ritenendo di non appartenere all’altra schiera che ai suoi occhi appare comunque una schiera di fortunati, se non di eletti, vorrebbe appartenervi, non vedendo appunto in essa affatto della malafede ma, al contrario, il modello da perseguire. Alla malafede di chi pensa che si possa essere buoni, giusti, buoni e belli in un mondo in cui l’esserci è fondato sull’avere, corrisponde allora la malafede di chi è contro costoro soltanto perché vorrebbe sostituirsi ad essi, lasciando intatto il quadro valoriale di riferimento. La malafede, dunque, morde la schiena sia di chi ha che di chi non ha; il salto di qualità che consenta il superamento della malafede presuppone un essere che non intrattenga più con l’avere delle relazioni di dipendenza fondazionale, ma che capovolga quella dipendenza chiudendo l’avere nella sua natura di mezzo, da un lato, e di effetto, dall’altro. Si vorrebbe dire che se il fine è davvero l’essere, l’avere dovrebbe essere ininfluente ai fini del conseguimento dell’essere come giusto, vero, buono e bello, e che se l’avere è davvero solo un effetto secondario, l’essere dovrebbe presentarsi sempre come la causa primaria di qualsiasi statuto dell’avere. Ma le cose non vanno così, né mai sono andate così, forse perché le reciproche implicazioni di essere e avere sono così sottili e complesse che lo schematismo moralistico di questa impostazione del discorso non riesce a render conto del nodo. Pensare questo nodo è un compito per giovani generosi e privi di pregiudizi.

Pierre Alechinsky La jeune fille et la mort, 1967
Pierre Alechinsky
La jeune fille et la mort, 1967

 

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