Maestri silenziosi (VIII)

 

P. Delvaux, Crucifixion, 1951-52 Gianmarco Pinciroli

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario
(Agosto 2004)

 
 
 

Infermità che sorge ancora, dopo aver ripreso forza,
lungo il cammino, per non raggiunger la sua fine!
[…]
– Si sa che le persone vive, amate, che sono lontane,
sono lontane; che sono morte quelle che sono morte; –

Juan Ramón Jiménez

foglio 8: agosto

587. Dentro il buio l’uomo che scrive crede che la sua mano stia scrivendo quello che pensa. Poiché non può leggersi, la sua fiducia in se stesso è tutto quello che gli resta. Ma egli di se stesso sa poco, e quel poco che sa non gli piace, cosicché la sua fiducia in se stesso è un azzardo ancora più grande della notte in cui è caduto. Alla notte fuori, che invoca la sua fede, corrisponde quindi la sua notte dentro, che mobilita un’altra fede. Tra l’una fede e l’altra, l’immensa fatica di pensare. Pensare, sì, ma quale pensiero? (1/8/04, Compatch. Seiseralm)

588. «Scrivo? Allora ci sei. Ci sono. Eccomi. E se non ci sei, questo non vuol dire che tu non ci sia, perché ci sei in un altro modo terribile, che uccide un poco tutti i giorni la scrittura di chi ama, di chi scrive per amore, di chi ama scrivendo d’amore e di scrittura. Un poco tutti i giorni. Ricordalo. Un poco tutti i giorni.»

589. Nessuno scrivente si rende ben conto dell’accumulo insensato di parole che gli stanno alle spalle. Ma anche quando se ne rende conto, non smette per questo di scrivere; l’insensatezza aumenterebbe comunque, con o senza scrittura, soltanto che con la scrittura si ha sempre la possibilità di volgersi indietro e ridere di se stessi a ragion veduta.

590. Se si vuole uccidere un amore, anche il più grande, anche il più bello, è sufficiente fermare la spontaneità del nostro comportamento sulla soglia dell’orgoglio, o anche della salvaguardia dell’amor proprio. Del tipo: «Accetto tutto, ma questo no, ne va del mio amor proprio»; oppure: «Devo pur salvaguardare un minimo di stima di me stesso (leggi: orgoglio).» Tutto questo: orgoglio, stima di sé, amor proprio, sono testimonianze di una coscienza ben lontana dall’abbandono d’amore, poiché dell’abbandono manca il risultato, ovvero l’unità, l’unità d’intenti per esempio, per la quale l’uno si perde per ritrovarsi nell’altro. Chi vuol perdersi per trovarsi è senz’altro incamminato sulla via stupenda e terribile dell’esperienza d’amore, chi si ferma è perduto a sé e all’altro, perde senz’altro quell’unità in cui Io diventa Noi, ma perde anche Sé, se il vero Sé non è mai solo, ma è Sé-Altro fin da subito. Se agli uomini è stato dato d’innamorarsi, non devono cercare garanzie nell’amore, soltanto i borghesi valutano l’utile di un eventuale comportamento estremo. Ma i borghesi, si sa, hanno sempre qualcosa da perdere.

591. La pena è la morte dell’amore. Provare pena significa esercitare una professione: quella del filantropo. Il filantropo può concedersi il lusso di amare i propri simili in questo modo, dall’alto di una qualche privata sommità, provando pena, perché egli ritiene di non far parte interamente di quel tipo di enti di pianura, per tanti versi a lui simili ma, almeno per un altro verso, per lui importante, diverso. Dev’essere piacevole, d’altra parte, far parte e non far parte al tempo stesso degli uomini e averne pena. Un po’ come stare sugli scogli ad osservare il dibattersi di qualcuno che si è avventurato al largo e sta per annegare perché si è alzata improvvisa una tempesta. Peggio per lui, verrebbe voglia di dire, poteva restarsene quieto sugli scogli insieme al filantropo, adesso nessuno può far più nulla per salvarlo, chi lo sta ad osservare, se provasse a salvarlo uscendo dalla sua filantropia pietosa e contemplativa, rischierebbe la vita; perché dovrebbe farlo? Meglio provare pena per la vanità degli umani azzardi, il cui coraggioso lottare contro il non senso universale costa sempre molto caro, e dunque, mormora il filantropo a se stesso rimanendo pensoso, se tutto deve avere un prezzo, è giusto che quel prezzo si paghi, in fin dei conti: ha scelto, subisca le conseguenze; che pena però, vedere un proprio simile (o quasi) dalla parte del torto, del pianto, del grido d’aiuto, del dolore, del morire in fin dei conti, per nulla, per nulla che possa mai valere la sicurezza di uno scoglio. Ma lo sapeva, perbacco, che nella vita le burrasche non danno preavvisi! Chi esce dalle regole non può pretendere che l’altro si perda con lui. Che pena, poveretto!

592. «Signore, Ti ringrazio di avermi dato una vita tanto difficile da sopportare, cui, nell’attimo della morte, sarò comunque, e senza ragione fuor di natura, ferocemente legato, cui d’altra parte, durante la vita, non ho saputo elevare ringraziamenti a Te migliori di questo. Perché poi, per ogni attimo di dolore che mi dai, c’è pur sempre la considerazione che esso passerà e, in qualità di quell’attimo, non tornerà più; la qual cosa fa impazzire i soddisfatti e i felici, ma fa tacitamente sorridere di sollievo tutti gli altri, che sono la maggioranza. In certi risvolti del Tuo dono, capisco che non c’è niente da capire per noi uomini, e che se c’è qualcosa da capire, a noi uomini però non è dato di capirlo, e capisco anche che deve andar bene così. Così poi noi maturiamo un bel senso di colpa generalizzato e Ti adoriamo per farci perdonare, anche se non sappiamo bene di che cosa. Mettere in discussione il Tuo essere, tra l’altro, non è possibile, i primi ad andarci di mezzo saremmo proprio noi, creature senza creatore; dico: senza creatore, perché se ci fossimo creati da noi ci saremmo fatti ben diversi, magari come Te (questo però Te lo rinfacciò già Cartesio, come ben sai), cosicché Tu finisci per esserci da qualche parte semplicemente perché noi ne abbiamo bisogno per fingere un senso che non ci sarebbe tanto facilmente praticabile senza di Te. Bene, anche questa giornata, per questa Tua creatura che scrive, è finita; so che il peggio deve ancora a venire e Te ne ringrazio anticipatamente. Beato Colui che non vive altro che nei sogni di chi, per lo più, vive da sveglio soltanto in mezzo ad incubi ben reali!»

593. L’uguaglianza tra gli esseri umani, fatto salvo il piano giuridico e politico, e considerando degno di attenzione e di riflessione, dopo il fallimento storico del comunismo, il piano economico, in tutti gli altri casi è una tabe mostruosa. Omologazione è una parola troppo povera di risonanze morali immediate per descrivere le smorfie mostruose che rendono tutti uguali gli esseri umani, ricchi e poveri, stupidi e intelligenti, quando ridono o piangono davanti agli escrementi televisivi proposti dal centro di potere del momento. Se gratti appena sotto la superficie dell’universale mercimonio delle menti e dei cuori, scopri con meraviglia, sia tua che degli stessi interessati se la loro lobotomia non è ancora totale, la ricchezza di infinite differenze, gli abissi delle anime, le loro domande, la loro feconda disperazione nella mancanza di risposte ultime e definitive, scopri la vita, scopri gli uomini e le donne, scopri davvero i tuoi simili: simili nella santa differenza, non nell’uguaglianza coatta.

594. Se non s’imparano ad amare le cose piccole, non si conosceranno mai le cose grandi, che non sono altro che quelle stesse cose piccole conosciute dall’euforia di un pensiero nutrito d’immaginazione.
P. Delvaux, Crucifixion, 1951-52

 

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