I barbari

Vauro-Vincino

Antonio Scavone

I barbari

     Rileggendo la celebre poesia di Costantino Kavafis sull’attesa di una sinistra invasione dobbiamo riconoscere che i barbari a più riprese, vichianamente, arrivano e che, anzi, da noi erano già arrivati da almeno vent’anni ma che avevamo fatto in modo, con sciagurata supponenza, di tenerli lontani dai centri di potere semplicemente ignorandoli, considerandoli lestofanti tollerabili perché esigui di numero e di prospettive. Non è stato così: in realtà li avevamo sottovalutati e li abbiamo in seguito obliquamente cooptati al nostro sistema sociale e politico, lasciando che ne diventassero protagonisti.  Negli ultimi vent’anni, con bandiere diverse ma con un’unica determinazione, ce li siamo ritrovati nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nei bar, nelle case, nelle tivvù. Come chiamarli questi barbari? Affaristi, galoppini, portaborse, persuasori, mediatori, amministratori?
     In fondo, sapevamo chi erano e da dove provenivano: da conventicole di basso profilo per una fittizia solidarietà sociale, da cooperative di loschi profitti mascherate da onlus, da imprese di appalti e trame, da frange estremiste di corporazioni politiche. Abbiamo seguìto negli anni – lasciandoli fare – gli excursus di questi professionisti della mediazione e del superamento di regole e codici, sopraffatti dalle loro mire occulte ma anche dalla nostra ignavia, ispirata dal buonismo di maniera o dal perdonismo di ritorno.
     La cosiddetta società civile non ha fatto altro – e in alcuni casi non ha potuto fare altro – che arretrare davanti ad un esercizio così organizzato del malaffare e della corruzione. Le istituzioni, per bocca e mano dei loro referenti politici, hanno approntato leggi e consuetudini che hanno favorito l’evoluzione e la ramificazione di comportamenti barbarici.
     Le mazzette e le tangenti sono state accertate e giudicate quando avevano già prodotto gli effetti di una deriva totale del controllo e dell’autocontrollo della devianza. I barbari hanno imbastardito azione e pensiero, parole e gesti e, per omertà o per calcolo, ci siamo ritirati nel nostro privato – anch’esso contaminato – con l’illusione di respingere col silenzio ogni infausta lusinga, ogni inquietante minaccia.  Ma il nostro biasimo casalingo ha favorito più che frenare la scalata al successo dei nuovi barbari, romani o no che fossero. Si è affievolito, per non dire volatilizzato, il senso dello stato, disatteso proprio da chi doveva garantirlo e onorarlo e, in egual misura, vi hanno contribuito l’atavico opportunismo italico, il menefreghismo dei ventennii, l’antipolitica prima vituperata e poi magnificata.
     E non sono stati solo ladri e intrallazzatori a instaurare e godere di un siffatto sistema di intimidazione e rappresaglia (le scuole della mafia, camorra e ’ndrangheta sono ormai legalmente parificate): è intervenuto il beneficio elettoralistico che i politici potevano accordare e ricambiare in termini di prestigio, presenza, prebende. Ci si chiede allora, un po’ ingenuamente, come sia stato possibile arrivare a tanto, come la società non abbia provveduto a creare anticorpi efficaci per combattere quest’inarrestabile escalation di malaffare… All’ingenuità si risponde, forse cinicamente, che “efficaci anticorpi” non sono mai stati approntati e mai, comunque, per azioni e finalità pianificate nel tempo. Dove sono andati a finire quelli che una volta venivano chiamati probiviri e ai quali si affidava un controllo di merito?
     I barbari hanno estromesso persone o personalità di rilievo e le hanno sostituite con gli eredi e le nuove leve della cultura media, della cultura massificata, dell’incultura dilagante. Al crollo di muri e ideologie ha fatto sèguito un apprendistato da basso impero, sorretto e giustificato da amicizie cameratesche, da interessi condivisi nelle pratiche delle intimidazioni e dei ricatti. Non c’è da meravigliarsi: sapevamo e sappiamo che certi privilegi erano frutto di palesi manovre di accomodamento, che certe figure pubbliche venivano designate da interessi di bottega, che tutto insomma riposava sulla retorica del buon governo, dei diritti civili, persino di un nuovo e più equo welfare. Puntualmente il buon governo assicurava i diritti civili e opportunità di lavoro a coloro che ne avevano bisogno perché facevano parte della stessa famiglia o di una cordata di recupero.
     Questi erano e sono i progetti delle finalità barbariche ma non erano sufficienti: i progetti hanno bisogno di “geometri” e “ingegneri” ma per diventare attivi e remunerativi necessitano di “manovali”, di gente pronta a far eseguire pagamenti, a indirizzare denaro pubblico verso i corrotti, a monetizzare compiacenti posti di lavoro, false pensioni di invalidità, provvidi condoni fiscali, sovvenzioni e investimenti dall’Unione Europea. Chi o cosa poteva mai fermare l’arrivo e l’ascesa dei barbari? La promessa di una dentiera gratuita, per dire, eccita e ammansisce ancora oggi il disagio di chi ne soffre il costo giacché il divario tra pubblico e privato – in ambito sanitario – resta incolmabile e incomparabile.  Né, d’altra parte, la legislazione sociale o quella per il lavoro hanno avuto riguardi per politiche di equità e di sviluppo: le riforme delle pensioni o per i giovani sono di fatto estemporanee: i vecchi impoveriti, i giovani emigranti o pizzaioli.
     La corruzione su così vasta scala genera inevitabilmente risposte e reazioni contrastanti eppure prevedibili: si va da un solidarismo dettato da compassione parrocchiale (i messaggini come nuovo obolo di carità) ad un lassismo fatalistico, giustificato dalla crisi economica che penalizza i deboli e rinvigorisce gli abbienti, creando a fasi alterne speranza e parassitismo, fiducia e insicurezza. Ma tutto questo, beninteso, non serve ai barbari, non li tocca, semmai è un terreno fertile per realizzare gli obiettivi prefissi. Se a Roma c’è la mafia capitale, a Napoli c’è la fiorente camorra dei nuovi clan, a Milano c’è la longa manus delle ’ndrine pronte già da tempo a spartirsi i profitti dell’Expo 2015 e in Sicilia, dormienti ma vigili, le cosche si riorganizzano dopo la cattura dei padrini.
     I barbari di oggi sono i terroristi fascisti e gli stragisti di ieri che hanno sovvenzionato anche rappresentanti di una sinistra approssimativa e latitante ma i barbari di oggi nascondono affabilmente la propria insipienza o doppiezza davanti alle telecamere di inutili talk show (o di fiction, reality, talent) o sui palchi delle convention o nei raduni di piazza. Ai barbari che mercanteggiano non interessano le questioni delle pensioni o dell’articolo 18, degli scioperi o delle manifestazioni di protesta: i barbari di oggi sanno come disfare e involgarire le aspettative di chiunque e come capitalizzare le risorse finanziarie di una società che esita a sconfiggere i soprusi ma incline a coltivare una sciatta e velleitaria manìa di grandezza.
     Barbari sono stati e sono gli innumerevoli ex-mariti lesti al femminicidio, smaniosi che non possono fare a meno di stuprare e uccidere oppure omofobi che non disdegnano i trans ma barbari sono stati (e siamo stati) i predicatori solitari, autori di libri di denuncia, buoni per un tema di maturità o per un salotto televisivo o per ripetere stancamente “Io l’avevo detto”.
     Nella barbarie si convive e sono i barbari a rappresentarci. Toccherà anche a noi concludere le invettive con un angoscioso disincanto quando i barbari finiranno dietro le sbarre, come negli ultimi versi della poesia di Kavafis:

“E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente”. 1

 

1 Costantino Kavafis, Poesie, Mondadori, Milano, 1961
   Traduzione di Filippo Maria Pontani

 

2 pensieri riguardo “I barbari”

  1. Considerazioni lucide, un quadro di devastazione del quale si ricostruisce la storia – un passaggio centrale è questo: ” i barbari di oggi sono i terroristi fascisti e gli stragisti di ieri che hanno sovvenzionato anche rappresentanti di una sinistra approssimativa e latitante ma i barbari di oggi nascondono affabilmente la propria insipienza o doppiezza davanti alle telecamere di inutili talk show”. Grazie

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